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Eroica Fenice

La ragionata sregolatezza della pittura di Soutine

«Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. In tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia, egli cerca se stesso: consuma in sé tutti i veleni per non serbarne che l’essenza. Ineffabile tortura, in cui ha bisogno di tutta la fede e di tutta la forza sovrumana e in cui diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto».
Sono parole che scrive, nel 1871, il sedicenne Rimbaud, poeta che nel suo delirio razionale,  nel suo Sabba liberatorio, dedicherà la sua poetica agli artisti maledetti.

Quando, da Minsk, l’ebreo Chaim Solomonovič Sutin raggiunge il grembo della matrona Parigi a piedi ed arriva fra i maledetti -Rimbaud è già morto da un pezzo, eppure vivo più che mai- ha il corpo ammorbato dai parassiti, è la carcassa di un ragazzo di sedici anni ed emana un afrore d’animale in cattività che si sarebbe portato appresso per tutta la vita – almeno così dicono. Nel suo percorso doloroso e fatto al contrario, di chi, invece di uscire dal ventre e nascere, in quello di Montmartre si chiude e rinasce carcassa, rinasce Chaim Soutine, nasce a pittura di Soutine e incarna le parole del veggente che, sul suo corpo esile, diventano un marchio per carne da macello.

Parigi accoglie Soutine e la sua esistenza precaria, sregolata e sgretolata, nel 1913. È lì che il pittore incontrerà quello che sarebbe diventato il suo più grande amico e compagno di viaggio: Amedeo Modigliani.

La rivolta contro se stesso

Soutine e Modigliani, così, fieri dell’eco ancora intatta dei versi di Rimbaud, non saranno solo bohémiens, ma molto di più. Se l’arte di Modi’, in un primo momento, si era lasciata prendere da poeti poveri, la sua diventerà sempre più forte, silenziosa e nuda, una protesta attraverso la quale la disperazione si fonde ad una volontà autodistruttiva. Una cosa li accomuna: i due volevano rompere con tradizione, arte e società borghesi. Ma le armi che scelgono di rivolgere contro la borghesia, volgono la loro punta contro di loro, e il dio tormento, che essi stessi avevano creato, li rinnega. Lasciandoli affogare. Accade così che la malattia, il delirio, la follia e tutti i demoni che la loro rivolta aveva scatenato, diventano l’unico regno della loro libertà. Ed essi diventano vittime della loro stessa rivolta. È l’epilogo più tragico del decadentismo.

Ciò vale soprattutto per quanto riguarda la pittura di Soutine. Nei suoi dipinti, dove rappresenta la carne martoriata della sua spoglia mortale e, allo stesso modo, le carcasse nelle vetrine che ricordano le stragi perpetuate nei ghetti della Francia antisemita, la tenerezza lancinante dei ragazzini dal destino avverso, lancia un urlo di pietà -senza chiedere aiuto-, per un’umanità umile e condannata che offre la sua fragile innocenza ai colpi della sorte.

La pittura di Soutine: una sintesi di due guerre

Soutine, dal giorno in cui giunge a Parigi, non smette di mai di morire, neanche per un momento. Eppure, quando i nazisti invadono la Francia, fugge, si nasconde nei boschi e soffre, per la prima volta, in difesa della sua vita. Ma non è fatto per difendersi Soutine e, così, la sua morte, durata una vita, culmina nell’agosto 1943 senza lasciargli il tempo di sapere che, esattamente un anno dopo, Parigi sarebbe tornata libera.

L’unicità dei buoi squartati di Soutine sta nel poter vedere, fra le carni macellate, organi che diventano vetri colorati, rubini, specchi che riflettono l’angoscia di essere se stessi. E riflettono le macabre sopraffazioni di una guerra che di lì a poco era finita e di una che di lì a poco sarebbe iniziata,  cambiando i destini delle seguenti generazioni in modo irreversibile. Con la delicatezza che contraddistingue i suoi dipinti, nella rabbia che contraddistingue le pennellate, la pittura di Soutine restituisce dignità ai cadaveri esposti nella vetrina del secolo breve restituendogli, come fosse una vendetta, solo amore arrogante e oberato di disincanto.

 

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