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Eroica Fenice

Stefania Furbatto: intervista all’artista

Ho conosciuto l’artista Stefania Furbatto per puro caso: ero al PAN in occasione della mostra in onore della musica rock e, tra le immagini di storici musicisti e pezzi di spartiti ingialliti dal tempo, c’erano delle fotografie che, almeno all’apparenza, non avevano motivo d’essere lì. Ma quegli scatti catturavano la mia attenzione e notavo che insieme formavano un vero e proprio spaccato di vita, che erano in bianco e nero ad eccezione di un unico elemento colorato. Quel servizio fotografico è Sonorità di un’anima silente e la sua autrice è appunto Stefania, una giovane artista e fotografa professionista. Laureatasi in Lettere Moderne, la sua passione per la fotografia e la pittura l’ha poi convinta a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, presso cui sta per conseguire la Laurea. Le sue fotografie sono particolari, ti conquistano e ti inducono a voler conoscere la personalità che le ha realizzate.
Ringrazio dunque Stefania, che ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune mie domande.

Ti ho conosciuta grazie al servizio fotografico “Sonorità di un’anima silente”. Quale storia vuoi raccontare attraverso questi scatti?

Il servizio è in realtà il tema della mia tesi di Laurea e fa parte di un progetto più grande, che è il dare voce a tutti quei siti che l’uomo ha in un certo senso sporcato, allo scopo di rivalutarli e di porre in evidenza la bellezza sepolta sotto i residui di una società che non ha rispettato i luoghi offertici dalla natura. “Sonorità di un’anima silente” nasce per caso, guardando un paesaggio immenso e appunto sporcato, nasce con la voglia di farlo vivere al di là dell’uomo, nasce osservando qualcuno che scaglia un sassolino contro gli impianti abbandonati di Bagnoli, facendoli vibrare: il paesaggio era vivo, emetteva suoni, e così è nata l’idea di fotografarli, gli impianti di Bagnoli, e renderli strumenti musicali, strumenti che tutti avrebbero potuto far suonare, con una spazzola magari o con un rametto trovato per caso. Ecco perché le fotografie esposte al PAN sono interamente in bianco e nero salvo un unico elemento: quell’elemento colorato, che è un oggetto di comune uso, è ciò che fa letteralmente suonare l’ambiente.

Osservando le tue fotografie, si ha l’impressione d’essere dinanzi a paesaggi senza confine, alcuni sembrano essere colmi d’aspettativa, altri di irrequietezza. Cosa ti spinge a preferire questo tipo di contesti?

Fotografare paesaggi è rappresentare la realtà, è raccontarla. Ciò che catturo con la macchina fotografica è tutto ciò che vive al di là dell’uomo, perché il paesaggio, l’ambiente in sé, esiste indipendentemente dal nostro operato. È un contesto in grado di urlare eternità ed è questo che voglio narrare attraverso le mie fotografie. Fotografie che, è vero, sono caratterizzate dall’aspettativa, dalla speranza nel futuro da un lato e dall’irrequietezza dall’altro, questo perché rispecchiano il mio stato d’animo, il mio modo d’intendere la vita, me stessa, insomma. Io sono sempre stata in bilico tra un senso d’inquietudine e la speranza di scrollarmi di dosso quest’opprimente sensazione. I paesaggi apparentemente vuoti presenti nelle miei fotografie denunciano proprio l’irrequietezza, ma poi c’è sempre, in ogni scatto, uno spiraglio di luce… qualcosa che offre una nuova prospettiva, che aggiunge un bel po’ di bianco al colore nero. Dopotutto, la fotografia, lo dice la parola stessa, è scrivere con la luce, un gioco di tonalità chiare e scure, è la voglia di guardare il mondo da angolazioni diverse.

A proposito del bianco e del nero, molte delle tue fotografie rinunciano al colore, è una scelta legata unicamente a un fattore comunicativo?

Non solo, è anzi una scelta consequenziale ai miei studi presso l’Accademia, dove ho avuto modo di approcciarmi ancora di più alla fotografia classica, quella in bianco e nero. Credo che sono proprio questi due elementi a caratterizzare la fotografia pura, vera, la “prima” fotografia. Ricorrere alla tecnica del bianco e nero è per me un ritorno al passato, è come se rappresentassi la realtà nel modo in cui la guardavano i primi fotografi.
Naturalmente, non pensare che non mi piaccia utilizzare anche tutti gli altri colori, anzi! Amo i colori e, oltre che ammirarli nelle fotografie, adoro percepirli sotto le dita, infatti, il mio amore per la creazione artistica nasce proprio con la pittura, che è la mia prima passione: essere a contatto con la tela, interagire con lei, sentirla, parlarle è un insieme di sensazioni straordinarie, a cui non saprei rinunciare.

In che modo cambia il mondo se osservato attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica?

Questa è una bella domanda! Per me è un po’ la coperta di Linus, con lei mi sento protetta, è come se fossi in un’altra dimensione rispetto a quella reale, come essere spettatrice di una realtà a cui non appartengo. È un po’ come avere uno scudo: io sono lì, tra la gente, ma tra me e gli altri c’è l’obiettivo della mia macchina fotografica, io osservo tutto e tutti attraverso quella piccola lente; li vedo distanti, io stessa mi sento distante, e mi sento protetta.
È così che trovi il “coraggio” di prendere parte a situazioni potenzialmente pericolose come a una protesta animata o, nei casi più estremi, a una vera e propria guerra: tu che fotografi non percepisci il pericolo, perché ti senti estraneo al pericolo stesso. È una sensazione unica, difficile anche da spiegare, ma che mi dà sicurezza.

“Fotografare” è per te anche una professione oltre che una grande passione: è limitante per l’artista l’ambito strettamente professionale?

Quando faccio fotografie per trasmissioni o eventi ho un modo di lavorare diverso: l’artista deve necessariamente essere messo da parte, perché il prodotto richiesto è totalmente differente. Nonostante questo, non riesco mai a scindere completamente la professionista dall’artista, per farti un esempio, non riesco a sfruttare la comodità del multiscatto! È una funzione che mi farebbe risparmiare tempo e anche energie, ma a cui non riesco ad abituarmi; non mi interessa un insieme di scatti superficiali, ma un insieme di tanti momenti di vita che vanno a comporre delle vere e proprie storie. Devo essere io a individuare “i momenti”, io a capire quando è opportuno scattare la fotografia, un’operazione che il sofisticato multiscatto non può certo fare per me.

Il progetto “Svelandomi” ha te stessa come soggetto delle fotografie, una scelta curiosa: da cosa nasce?

Nasce dalla voglia di togliere il velo per sempre. Il velo è l’insieme di eventi che vorrei cancellare dalla mia vita, tutto ciò che avrei voglia di dimenticare, di mettere da parte per poter andare avanti. È l’insieme di quei disagi e di quelle esperienze negative che riescono in qualche modo a condizionarti giorno dopo giorno, e io con “Svelandomi” ho voluto metterlo via, svelarmi appunto, svelare il lato migliore e più vivo di me. E così ho iniziato a posare per me stessa, a rivelarmi man mano, solo in un secondo momento è subentrato un collega che ha preso parte al progetto, tramutando gli autoscatti in “scatti”. È stato un percorso impegnativo, c’è ancora una parte di me coperta dal velo, ma sono determinata a toglierlo completamente e al più presto.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

La Laurea in primis. I progetti sono in realtà tantissimi, sicuramente ho voglia di mettermi in gioco, di mostrare i miei lavori, di cimentarmi in nuovi servizi fotografici; a tal proposito, mi piacerebbe molto visitare località nuove e conoscerle attraverso le leggende del luogo o le fiabe caratteristiche, così da raccontare quei luoghi tramite la fiaba o la leggenda, narrando il tutto con l’obiettivo della mia macchina fotografia. Sono le storie che voglio raccontare, quelle del passato e quelle di tutti i giorni, e lo voglio fare con le mie fotografie.

Ringrazio Stefania Furbatto sia per la disponibilità, che per le fotografie presenti in quest’articolo, entrambe realizzate da lei.

– Stefania Furbatto: intervista all’artista –

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