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Eroica Fenice

Tà-kài-tà

Tà-kài-tà: confessioni di un’anima scissa

C’è un confine. Un brevissimo territorio che separa la comune idea di spettacolo dall’Arte. Camminandovi è possibile scorgere da un lato l’innumerevole elenco di cliché, prassi, regole e dall’altra poche, indefinibili immagini che erompono la sfera del consueto per immergersi nella poesia, pur implicitamente rispondendo ad un preciso sapere scenico.
E di poesia è permeato Tà-kài-tà di Enzo Moscato, la cui rappresentazione presso l’Università di Salerno lo scorso 15 ottobre rappresenta l’acme di un’intera giornata dedicata al tema Eduardo con gli attori, che s’inserisce nell’ambito delle molteplici iniziative celebrative del grande drammaturgo napoletano a trent’anni dalla sua scomparsa.
Lungi dall’essere un’opera incentrata sulla biografia di Eduardo, oppure sulla riproposizione pedissequa dei suoi testi, Tà-kài-tà – «questo e quello» in greco antico – propone in nuce l’idea di un «testo non ‘da’ Eduardo ma ‘su’ Eduardo De Filippo», così come scrive l’autore. E sin dallo spegnersi delle luci in sala e dall’accensione progressiva e fievole di quelle sul palco si comincia a respirare, a vivere qualcosa di diverso. Ci si trova innanzi ad un’opera che lascia repentinamente intendere che è “Altro” rispetto alle usuali rappresentazioni teatrali, con una trama specifica, personaggi e così via.
In scena gli attori sono due, Isa Danieli ed Enzo Moscato, vestiti analogamente. Al centro un sarcofago coperto da un manto nero.
Una lunga nenia segna l’inizio e con essa la sensazione che qualcosa stia attraversando il corpo degli attori, un’anima che sembra “invaderli” e scindersi in due, trasformandoli in uno lo specchio dell’altro, Eduardo 1 e Eduardo 2, così come li intende Moscato: parlare di Eduardo senza e non attraverso Eduardo.
Lo spirito del drammaturgo, appunto, sembra attraversare la platea, per poi fare ritorno sul palco e parlare, raccontare attraverso parole, confessioni in un certo senso “inedite”. Gli attori, dunque, diventano un mezzo, un veicolo di poesia. La musica, che ha già una funzione precipua in tutti i lavori di Moscato, da quella classica e quella più spiccatamente popolare, pensiamo a Lariulà di Di Giacomo, assume un valore fondante nello sviluppo dell’opera, ora come strumento d’acme drammaturgico, ora come effetto straniante, rispetto alla trattazione di un tema che varia continuamente in tutto lo sviluppo dell’opera: il rapporto con gli altri fratelli, con il padre, con Pasolini, con la morte, solo per citare qualche esempio.
Una forma di sperimentazione teatrale che propone l’idea di una teatralità anti corporea. Un teatro che diventa quasi racconto di una frammentaria visione onirica fatta di simboli, di sublime e nel contempo di schegge della realtà che ridestano la narrazione e con essa l’idea di un accaduto, di un vissuto temporale e teatrale, quale quello di Eduardo, così come testimoniano le citazioni tratte dal suo teatro.
Il punto più Alto dell’intera messinscena si raggiunge nel finale, quando cioè il sarcofago viene scoperto e vi si può scorgere una fanciulla priva di vita, rappresentante Luisella, la giovanissima secondogenita di Eduardo morta prematuramente e nel contempo «metafora di quel breve vento di rinnovamento che carezzò Napoli dopo la seconda guerra mondiale», scrive Moscato.
Nonostante la complessità del testo, caratterizzato da continui mutamenti di registri tematici e linguistici, la fine della messinscena coincide con un tripudio da parte del pubblico – caratterizzato in buona parte da studenti universitari e non – che ha sancito il lampante successo con una standing ovation durata diversi minuti.
Un’opera, infine, che propina l’idea di un Teatro che trascina l’immaginario dello spettatore in quell’oltre che accantona qualsiasi visione empiristica per divenire poesia che avvolge e travolge sensi e anima.

– Tà-kài-tà: confessioni di un’anima scissa –

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