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Eroica Fenice

Teatro Don Bosco: Caserta ospita Scarpetta

Il Teatro Don Bosco, in quel di Caserta, lo scorso 27 Aprile, ha racchiuso in sé tutte le lettere del mondo: la A di “Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?”, incrociando lo sguardo del mio professore di matematica delle scuole medie, che scopro essere, poi, marito della regista dello spettacolo, Amalia Casella; la G di “gioventù”, che sul palcoscenico e in platea animava di positiva speranza una domenica come tante, forse un po’ più piovosa del solito; la M di “musica”, quella della più antica tradizione partenopea, che cullava gli spettatori nell’attesa, diffondendo nell’ aria emozioni nostalgiche; la P di “pienone”, non una poltroncina vuota all’ apertura del sipario; la S di “scoppiettante”, “sprezzante”, “Scarfalietto”, “Scarpetta”.

Ancora una volta, Don Felice Sciosciammocca porta sulla scena le debolezze e la pavidità di un uomo che, con estrema simpatia, apre le porte della sua casa, squarciando l’intimità della sua famiglia, sempre un po’ sui generis. Chiunque ami il teatro e la commedia napoletana, la storia la conosce. Felice e Amalia (Gennaro Viola e Lena Papa, nella foto), giovani sposi, sono i protagonisti di continui litigi che porteranno alla decisione di una poco sofferta (e, infine, non “consumata”) separazione; i due personaggi tentano di far ricadere colpe, vere o presunte tali, sui rispettivi coniugi a suon di avvocati, camerieri, ballerine di teatro, giudici con numerosi problemi familiari (precisamente nove), sventurati adulteri e baristi alticci.

Non appena inizia la commedia, l’emozione degli attori è palese, vuoi per il numeroso pubblico, vuoi per l’onore e l’onere che ognuno di quei personaggi ha insiti nel proprio DNA artistico. E come dargli torto! Portare in scena Scarpetta veste gli attori di grande responsabilità. Il teatro scarpettiano ha una finta semplicità che racconta, attraverso ritratti di una vita familiare qualunque, ciò che non è per niente facile raccontare: la quotidianità di un popolo che, ogni giorno, si trascina dietro un pesante destino nei gesti, nelle mani, nei pensieri, nei panni “spasi” (stesi) al sole, nel ragù della domenica. Ecco perché trovo che la compagnia teatrale Casa Hirta, che festeggia proprio quest’anno il suo ventesimo compleanno di attività nel territorio casertano, meriti attenzione non solo per la bravura, ma anche, e soprattutto, per il coraggio di essersi fatta voce; voce che trasmette un passato che non deve morire se il futuro vuole salvare. Evidentemente, questo mio pensiero non deve essere lontano dal loro; me lo suggeriscono le parole che a fine spettacolo pronuncia la regista, dopo l’uscita finale degli attori sulle note di una canzone moderna:

Attraverso la musica della tradizione e quest’ultimo brano, tra i più ascoltati degli ultimi mesi, abbiamo voluto mandare un messaggio ben preciso: raccontare un grande passato con la speranza di giovani che hanno occhi rivolti al futuro!. Non credo sia necessario aggiungere altro.

 

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