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Eroica Fenice

Viaggio nella mente del filosofo Diderot

Seconda metà del Settecento. Un boulevard parigino. Pareti adorne di indumenti femminili. Lingerie e tacchi sparsi ovunque. Rosso, bianco, nero i colori dominanti. Una scrivania e un uomo a caccia di ispirazione. Un filosofo per la precisione, Denis Diderot, alle prese con uno spinoso incarico, scrivere l’ultimo articolo della sua Enciclopedie. Argomento: la Morale.

Sono queste le premesse di Musa, storia di un’ispirazione, la movimentata pièce teatrale che ha chiuso ieri, 31 luglio, la V edizione del Teatro alla deriva, manifestazione nata dall’idea di Ernesto Colutta, con la direzione artistica di Giovanni Meola, insignita del Premio Landieri, come miglior rassegna teatrale 2013: “Il teatro in ogni posto, uno scenario unico, una rassegna dall’altissimo valore civile e sociale”.  

In una location davvero singolare, su una zattera galleggiante immersa nel lago termale delle stufe di Nerone, il Te.Co. Teatro di contrabbando, riadattando Il Libertino di Schmitt, porta in scena i dilemmi e le debolezze che colpiscono gli uomini. Anche i più grandi uomini. E così la zattera diventa la stanza di un appartamento, affollato dal giovane filosofo e da tre avvenenti donne che lo seducono e lo confondono. E così la stanza diventa la mente affollata e disordinata del geniale illuminista Denise Diderot, che più cerca risposte alle sue domande, meno ne trova. Che più cerca parole per definire la morale, più ne resta a corto.

Diderot, in bilico tra istinto e ragione

In posa per una seducente pittrice, che lo vuole come la natura l’ha fatto, il protagonista, interpretato da Alessandro Palladino (responsabile anche della regia), sarà messo a nudo, realmente e intellettualmente. In balia di tacchi e gonnelle che manipolano la sua mente, che mettono in ordine i suoi pensieri per poi sconvolgerli nuovamente, Diderot, gaudente libertino, con dialoghi che sanno di erotismo e sensualità, si troverà a riflettere sulla libertà, sui vizi, sui piaceri, sulla vita. Combattuto tra i freni della censura e l’ipocrisia dei perbenisti, tra ragione e sentimento, etica e istinto, approda alla consapevolezza dell’impossibilità di scrivere di Morale. Soggetto e oggetto di desiderio, è risucchiato in un turbinio di donne che, interpretate da Chiara Vitiello, Francesca Romana Bergamo e Simona Pipolo, danno un volto e una voce alle sue pulsioni e debolezze, tacitando la sua indole più razionale e facendolo desistere dalla ricerca di valori etici universali, in nome del piacere, verso il quale deve tendere ogni azione. In nome di quei dubbi che rendono la vita più eccitante di qualsiasi verità.