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Eroica Fenice

La Tag: Erdoğan contiene 9 articoli

Libri

Arrestati: uno sguardo alla Turchia dall’interno del carcere

“Tutuklandık” – “Arrestati”: è questo messaggio inviato su twitter nel momento in cui il tribunale ha emesso l’ordine d’arresto, a dare il titolo al libro-denuncia di Can Dündar, ex direttore di Cumhuriyet – il principale quotidiano turco di opposizione – scritto durante i suoi tre mesi di carcere e pubblicato in Italia dalla casa editrice “Nutrimenti”. Non un vero e proprio diario, ma una serie di pensieri e riflessioni in ordine sparso sulle condizioni di detenzione e sugli avvenimenti che sconvolgono il paese, stimolate dall’isolamento imposto nei primi quaranta giorni di carcerazione. Uno sguardo introspettivo, oltre che un racconto minuzioso dei giorni che precedono l’arresto del direttore del quotidiano, fino alla sua scarcerazione in attesa di giudizio, avvenuta – ironia della sorte – proprio il giorno del compleanno di Erdoğan, al quale Can Dündar dedica la sua momentanea libertà. Arrestati per una notizia scomoda Era il maggio del 2015 quando il direttore di Cumhuriyet, dopo una lunga serie di discussioni, e consapevole dei rischi ai quali andava incontro, decideva di pubblicare alcuni fotogrammi tratti da video in possesso del quotidiano che mostrano un tir dei servizi segreti turchi intento a trasportar armi pesanti – presumibilmente destinate alle forze del radicalismo islamico – oltre il confine siriano. I dirigenti del quotidiano ritengono che i cittadini turchi dovrebbero andare alle urne informati e con la consapevolezza dell’importante coinvolgimento del proprio paese nella questione siriana: manca vaappena una settimana alle elezioni presidenziali. Sarà lo stesso Erdoğan, infuriato per la diffusione delle notizie, a chiedere l’arresto dei responsabili della pubblicazione, appellandosi alla fedeltà alla patria. Un’idea di patria che implica l’accettazione silenziosa di qualsiasi regola imposta dall’alto, e l’indifferenza a quelle che si ritengono ingiustizie, un’idea di patria non condivisa da Can Dündar: “Nella tradizione di sinistra nella quale sono cresciuto […] ciò che lega le persone tra loro non sono i paesi, ma i principi: libertà, democrazia, diritti umani, laicità, giustizia. Là dove questi principi mancano, non può essere la nostra patria. […] Siamo legati gli uni agli altri non per razza, colore, nazionalità, che ci appartengono dalla nascita, ma per condivisione di scelte volontarie, idee, coscienza, classe”. Il calore della solidarietà L’arresto ha però un effetto boomerang, e anziché mettere a tacere la notizia, le dà un eco internazionale e scatena un’ondata di solidarietà tanto all’interno del paese quanto oltre confine. Questa solidarietà permetterà al direttore di non sentirsi solo, nemmeno nell’isolamento del carcere, e gli dà la forza di superare, ancora carico di speranza, il periodo di detenzione, oltre a rafforzare la consapevolezza dell’importanza del suo impegno in campo giornalistico. Il suo coraggio gli vale il prestigioso premio di Reporter Senza Frontiere. Scriverà le dichiarazioni per la cerimonia di premiazione in un clima di tensione che viene chiaramente espresso nelle prime righe del discorso: “Nel nostro edificio [la sede del quotidiano] circondato dalla polizia, da una finestra del mio ufficio si vede il Palazzo di Giustizia, dall’altra il cimitero. Questi sono gli indirizzi che un giornalista in Turchia frequenta più spesso…” Nelle […]

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Gay Pride 2017, scontri e arresti in Turchia

Il Gay Pride 2017 in Turchia si è trasformato in una giornata di scontri: per il terzo anno consecutivo, infatti, le autorità turche hanno vietato la manifestazione a Istanbul, adducendo motivi di ordine pubblico e la salvaguardia dell’incolumità dei partecipanti e dei turisti. Tuttavia, gli attivisti della comunità LGBT, che avevano programmato la marcia con partenza da Piazza Taksim, hanno sfidato la decisione del governo e hanno sfilato nonostante il divieto. Gay Pride 2017: gli scontri con la polizia         Il comitato organizzatore del Gay Pride ha ignorato la volontà del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan confermando la manifestazione e invitando le persone a “non avere paura” e scendere in piazza. “Se sei spaventato, ti cambierai e ti abituerai. Invece dobbiamo mostrare che siamo qui per lottare in nome del nostro orgoglio”, questo l’appello rivolto. Così, nonostante  il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, la marcia è partita lo stesso, anche per onorare la memoria di  Hande Kader, la transgender di 22 anni brutalmente uccisa lo scorso agosto. Il corteo è stato però fermato dalla polizia con proiettili di gomma e l’utilizzo di idranti. Gli agenti hanno presidiato tutto il giorno la città fermando chiunque avesse con sé la bandiera arcobaleno. Durante l’evento si sono inoltre registrati tafferugli con un gruppo di persone contrarie al suo svolgersi. La polizia è pertanto intervenuta per sedare la rissa e ha arrestato dieci persone: tre attivisti e sette persone che protestavano contro il Pride. La stretta di Erdogan Il primo Gay Pride ad Istanbul è stato celebrato nel 2003. Negli anni la manifestazione è divenuta una delle più imponenti nel mondo musulmano per l’affermazione dei diritti di omosessuali, lesbiche e trans. L’ultima marcia autorizzata a Istanbul si è svolta nel 2014 con la partecipazione di più di 100mila persone, poi  la presa autoritaria di Erdoğan ha complicato la situazione delle minoranze in Turchia, dove – nonostante l’omosessualità non sia proibita per legge – è molto diffusa l’omofobia. Buona parte del popolo turco, infatti, come ha rivelato anche una recente ricerca del Centro Pew, ritiene che l’omosessualità sia “moralmente inaccettabile”, al punto che in molte città turche si registrano di frequente episodi di discriminazione e aggressioni nei confronti della comunità LGBT. I precedenti Il Gay Pride in Turchia fu bloccato la prima volta nel 2015, quando la polizia disperse i partecipanti con gas lacrimogeni. La stessa cosa si è ripetuta lo scorso anno, a giugno, durante la marcia per i diritti dei transessuali. A causa dei duri interventi della polizia i collettivi decisero poi di cancellare la giornata dell’orgoglio LGBT. Quest’anno, attraverso un comunicato stampa, l’ufficio del governatore ha riferito di non aver autorizzato l’evento perché, oltre a motivi di sicurezza e ordine pubblico, gli organizzatori non hanno mai presentato domanda. Le autorità hanno inoltre aggiunto di essere venuti a conoscenza della manifestazione solo tramite i social network. Il comitato organizzatore del Pride ha però negato quanto dichiarato dalle autorità, affermando: “Abbiamo avanzato regolare richiesta il 5 giugno 2017 e abbiamo chiesto un incontro con l’ufficio del […]

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La Turchia “rinuncia” ai diritti umani

Ad una settimana dal fallito golpe, la Turchia è immersa in uno stato di terrore. Il presidente Recep Tayyp Erdoğan prosegue la rappresaglia nei confronti dei suoi oppositori, puniti con l’estromissione da ogni settore della vita pubblica. Nessuno si sente al sicuro dal presidente “democraticamente eletto” che mira a smantellare le fondamenta laiche su cui è nata la Turchia, per rimpiazzarle con le radici di uno stato che gravita attorno alla sola legge dell’Islam. A rendere più drammatica la situazione è la decisione del parlamento turco di sospendere la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che la Turchia aveva firmato nel 1950. A detta di Erdoğan dovrebbe trattarsi di una misura temporanea, in linea con i tre mesi di stato di emergenza emanati allo scopo di scongiurare altri colpi di stato. Bekir Bozdağ, ministro della giustizia, ha assicurato che i cittadini potranno proseguire la loro vita quotidiana senza alcun timore e che non ci sarà alcuna ritorsione contro di loro. Il vicepresidente Norman Kurtulmuş ha inoltre confermato che nelle città non vigerà alcun coprifuoco e che spera di poter revocare lo stato di emergenza tra una quarantina di giorni. La Turchia è sempre più vicina all’autoritarismo Ma una decisione di tale portata non passa inosservata. Non c’è dubbio che Erdoğan userà questa mossa a suo vantaggio, per rendere concreta quella che è una vera e propria svolta autoritaria a cui va incontro la Turchia. Non c’è da escludere che i media saranno sotto un più serrato controllo e che si cercherà di limitare qualunque forma di manifestazione pubblica, con la mancanza della possibilità di appellarsi alla corte europea in caso di violazione dei diritti umani. Sembra che Erdoğan abbia aspettato proprio il golpe ai suoi danni per attuare determinate misure governative. Ma Erdoğan non avrebbe potuto fare tutto questo senza un’arma fondamentale: il popolo. Quel popolo che ha incitato a scendere per strada e ad affrontare i militari e che ora festeggia, convinto di entrare in un’epoca d’oro che invece ne rappresenta la regressione. Si può solo pensarla così, se la Turchia si sta riducendo a quello che Marco Ansaldo, inviato speciale per La Repubblica, ha raccolto nel suo reportage per le strade di Istanbul. Un paese sempre più immerso nell’orbita di un totalitarismo religioso, dove l’unica legge ammessa è quella di Dio, di cui Erdoğan si vanta di esserne l’incarnazione. Tutto in nome dell’ordine pubblico. Tutto in nome della democrazia. Ciro Gianluigi Barbato  

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Il trono di Erdoğan (non) vacilla

Alla notizia di un tentativo di colpo di stato in Turchia, eravamo tutti convinti che il trono di Erdoğan avesse vacillato. Ma nel giro di ventiquattro ore, quando il sole di Istanbul ha iniziato ad alzarsi dietro le fitte palazzine, lo scenario è radicalmente mutato, a tal punto che, ora, quel trono sembra divenuto ancora più saldo. Nella la notte del 15 Luglio, i carri armati sono entrati nelle piazze di Istanbul, i militari hanno occupato entrambi i ponti sul Bosforo. L’assedio è iniziato alle 23.00 (ora italiana 22.00) quando in tutte le ambasciate Turche era arrivato il comunicato del colpo di Stato. Alla notizia, l’Europa e gli Stati Uniti hanno tremato. Hanno esitato per un po’ prima di schierarsi con il governo democraticamente eletto. Anche la Nato si è schierata con Erdoğan, appellandosi al “pieno rispetto delle istituzioni democratiche“ e alla costituzione turca. Nel frattempo Erdoğan, lontano dalla capitale, si rivolgeva alla popolazione turca tramite i social, con un video-messaggio. Tanti i dubbi sull’autenticità del golpe in Turchia, l’unica certezza è che il popolo ha difeso il suo Presidente-Sultano Agli esperti di politica turca è sorto qualche dubbio sull’autenticità del golpe. Il leader islamico moderato Gülen, per il quale il presidente turco ha chiesto l’estradizione negli Stati Uniti, sostiene che si sia trattato di un finto colpo di stato e che il suo fallimento abbia permesso ad Erdoğan di eliminare una parte della popolazione e dell’esercito ostile al regime, così da spianarsi la strada verso una repubblica presidenziale. Secondo il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, il golpe fallimentare in Turchia risulta “l’equivalente dell’incendio del palazzo del Reichstag della Germania Nazista”, in cui Hitler, accusando i membri del partito comunista e dichiarando lo stato di emergenza, rovesciò la situazione in suo favore, spingendo il vecchio Presidente Paul von Hindenburg a firmare il “Decreto dell’incendio del Reichstag” che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar. Ciò che non convince gli scettici è che Erdoğan sia stato lasciato a piede libero, ed è per questo che nella notte del 15 luglio ha potuto esortare la popolazione a scendere in piazza, ripetendo più volte una formula ambigua: “il governo democraticamente eletto non lascerà che i traditori la passino liscia”. Nel frattempo, gli imam nelle moschee invitavano le persone a scendere in piazza per difendere il governo, e chiunque avesse un numero di telefono turco ha ricevuto un messaggio firmato “la repubblica turca”, che esortava tutti a scendere in piazza per fermare il golpe. Così, il popolo ha difeso il suo Sultano da un colpo di stato. Quel popolo, così tanto martoriato dallo stesso Erdoğan, è sceso in piazza per difendere la democrazia. Eppure, Amnesty International denuncia una situazione in cui la democrazia appare fortemente in pericolo: ogni anno in Turchia si registrano decine di arresti di sindacalisti e scontri violenti durante manifestazioni, che vengono osteggiate puntualmente dal governo turco; si verificano torture nei confronti dei detenuti, e se ne denunciano le pessime condizioni in cui sono tenuti all’interno delle carceri. Si registrano inoltre spostamenti e nomine di […]

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Erdoğan e gli attentati che colpiscono la Turchia (II parte)

Le elezioni politiche del giugno 2015 e tutto ciò che è accaduto nei mesi successivi, sono la seconda vicenda che mostra come le politiche del presidente Erdoğan abbiano destabilizzato la Turchia, in questo caso inasprendo le tensioni con la minoranza curda. In quella tornata elettorale il partito di sinistra filo curdo HDP, prese un numero consistente di voti, riuscendo ad entrare nel parlamento, mentre l’AKP, il partito di Erdoğan, uscì si vincitore, ma senza il numero di seggi necessari per formare un governo di coalizione. Questa situazione ha costretto Erdoğan a indire elezioni anticipate, che si sarebbero dovute tenere nel mese di novembre. Tra giugno e novembre la tensione del sud-est del paese è cresciuta esponenzialmente. AKP come unico garante dell’ordine e della sicurezza Oltre alla campagna mediatica volta a demonizzare l’HDP, due attentati hanno mandato in frantumi la fragile tregua tra il governo turco e i militanti curdi antigovernativi. Il primo ha colpito a fine luglio la cittadina di Suruç, dove una giovane kamikaze si è fatta saltare in aria all’interno di un centro che organizzava la raccolta di aiuti per la città di Kobane assediata dall’ISIS, provocando una trentina di morti e centinaia di feriti tra giovani attivisti socialisti turchi e curdi. Il secondo è avvenuto ad ottobre durante una marcia per la pace organizzata ad Ankara dall’HDP e da vari altri gruppi di opposizione di sinistra. Davanti alla stazione, mentre iniziavano a radunarsi i manifestanti, due esplosioni hanno provocato la morte di oltre cento persone. Gli attentati sono stati attribuiti all’ISIS, ma i giovani attivisti e in particolare i militanti del PKK hanno accusato il governo dell’AKP e i servizi segreti, se non di essere responsabili dei due attacchi, quantomeno di aver permesso ai militanti dello stato islamico di organizzarsi indisturbatamente per portarli a termine. In Turchia la fine della tregua tra esercito e guerriglieri curdi Non è ben chiaro chi per primo abbia rotto la tregua tra il governo turco e il PKK, ma da allora, l’esercito ha iniziato una dura campagna militare nel sud-est del paese con l’obiettivo dichiarato di schiacciare la resistenza curda, causando la distruzione di diverse città del Kurdistan turco e la morte di migliaia di persone tra civili e presunti guerriglieri. A quel punto, il partito di Erdoğan, potendo godere di di un controllo pressoché totale dei mezzi di informazione, si è presentato come l’unica forza in grado di garantire sicurezza e stabilità al paese, attirando su di se i voti dei nazionalisti e ottenendo, rispetto alle elezioni di giugno, quasi 10 punti percentuali in più di preferenze. Da allora la campagna militare nel sud-est del paese non si è più fermata, provocando la dura reazione dei gruppi più radicali della guerriglia curda. Tra loro i TAK (Falchi per la libertà del Kurdistan), gruppo che si è distaccato dal PKK ritenendo le strategie di quest’ultimo troppo morbide. I TAK negli ultimi mesi hanno rivendicato l’esplosione di tre autobombe tra Ankara e Istanbul. Gli attentati, essendo avvenute in zone molto frequentate della città, […]

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Erdoğan e gli attentati in Turchia (I parte)

Sono passati pochi giorni dall’attentato che ha colpito l’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul, ma la notizia è già caduta nel dimenticatoio di buona parte dei media nostrani, spodestata da altri tristi episodi di cronaca e dai risultati degli Europei di Calcio. La maggior parte delle notizie lette quando l’argomento era ancora caldo si sono spesso limitate al mero richiamo dei fatti di cronaca, senza che questi fossero accompagnati da una analisi, anche breve, che riuscisse a spiegare la spirale di violenza che sta investendo la Turchia, colpita, dall’inizio dell’anno, da almeno 8 attentati che hanno causato centinaia di vittime, in particolare nelle città di Ankara e Istanbul. Due vicende, sviluppatesi nel corso degli ultimi due anni, sono molto significative rispetto agli eventi che stanno scuotendo la Turchia e possono mostrare come, le politiche portate avanti dal presidente Erdoğan, abbiano completamente destabilizzato il paese, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e che cominciano a causare parecchi malumori anche in patria, nonostante la durissima censura che colpisce i media locali. Attentati in Turchia: l’esercito turco e l’accondiscendenza verso lo Stato Islamico Partiamo dal primo: lo scorso novembre, Can Dündar ed Erdem Gul, rispettivamente direttore e caporedattore del quotidiano Cumhuriyet, vengono arrestati con pesantissime accuse, in seguito alla pubblicazione di uno scoop sul loro giornale, nel quale si denuncia, con prove evidenti, il trasferimento di armi da parte dell’esercito turco a non meglio precisati combattenti siriani. Can Dündar è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione e si trova a piede libero in attesa del processo di appello. A inizio luglio a Ischia per ritirare il riconoscimento per la difesa dei diritti umani nell’ambito del “Premio Ischia Internazionale di Giornalismo”, ha rilasciato un’intervista a Repubblica, nella quale denuncia le pesanti responsabilità del governo nel caos che sta investendo la Turchia. I militari, infatti, oltre a far entrare armi nel territorio siriano, hanno sempre chiuso un occhio sul via vai di militanti dello Stato Islamico tra il territorio turco e siriano e sul contrabbando di petrolio a prezzi stracciati che ha rimpinguato le casse dello stato islamico. Gli stessi militari hanno permesso loro di utilizzare la Turchia come base logistica e organizzativa per l’arrivo dei militanti dall’estero e di avere assistenza sanitaria negli ospedali delle città confine, per poi ripartire al fronte una volta terminata la convalescenza. Allo stesso tempo i militari sono stati molto più severi nei confronti dei guerriglieri curdi, che dalla Turchia tentavano di arrivare nelle città siriane proprio per sostenere la lotta per la difesa delle città assediate dal sedicente Stato Islamico. Un atteggiamento controproducente L’atteggiamento verso Daesh da parte del governo turco può, da una parte, essere spiegato proprio con la volontà di limitare la presa di forza e autonomia da parte dei curdi e, dall’altra, dalla volontà di creare grossi problemi con ogni mezzo al regime siriano di Bashar al-Assad, nella convinzione di poter manovrare il gruppo terroristico a proprio piacimento. Questo atteggiamento gli si è però ritorto contro, sopratutto nel momento in […]

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Il genocidio armeno non è un’opinione

Poche settimane fa, quando ancora stavo a Istanbul, il parlamento tedesco si apprestava a votare una mozione atta a definire “genocidio armeno” le vicende che, tra il 1915 e il 1916, portarono alla deportazione e all’uccisione di circa un milione e mezzo di armeni e altre minoranze cristiane da parte dell’Impero Ottomano. Una mia studentessa mi scrive su Facebook: “Te la posso fare una domanda?” – “Si, dimmi.” – “Credi che i turchi abbiano fatto il massacro degli armeni?”. Sul momento rimango spiazzato. Non sapevo nemmeno che in Germania si stesse portando avanti la discussione, ma conoscendo i pericoli che si corrono in Turchia anche al solo nominare, ad esempio, l’esistenza del Kurdistan, preferisco mantenermi neutrale. Scoprirò successivamente che l’ammissione del genocidio armeno è punibile con tre anni di reclusione. Mi limito a dire che non sono abbastanza informato sull’argomento e a chiedere il perché della domanda. “Perché ho saputo che anche i tedeschi faranno una legge per dire che l’abbiamo fatto. Volevo sapere che ne pensi.” La discussione finisce qui, per evitare incomprensioni dovute anche alle difficoltà linguistiche, ma avrei tanto voluto dirle di stare tranquilla e spiegarle che non ritengo automaticamente tutti i cittadini di un paese responsabili per i crimini commessi dai propri governi, tanto più se questi sono stati commessi in un passato lontano. Non ritengo i miei coetanei tedeschi responsabili per il massacro di rom, omosessuali ed ebrei perpetrato dai nazisti, non ritengo i ragazzi spagnoli responsabili per i crimini commessi dal regno di Spagna in epoca coloniale e così via. Senso di responsabilità collettivo: il genocidio armeno Ciò che però nella risposta della studentessa mi ha colpito e fatto riflettere più di ogni altra cosa, è stato l’utilizzo dell’espressione “abbiamo”. Come se lei, insieme a delle altre persone, avesse commesso direttamente il fatto. Quando è avvenuto il genocidio degli armeni, sicuramente non erano ancora nati i suoi genitori e probabilmente nemmeno i suoi nonni. Ma allora perché “abbiamo”? Perché tanta rabbia da parte della comunità turca tedesca in seguito alla decisione del parlamento di stabilire che si è effettivamente trattato di un genocidio? Il presidente turco Erdoğan, oltre a rinfacciare alla Germania i massacri compiuti in passato in Europa e in Namibia e a minacciare la rottura dei rapporti diplomatici con Berlino, è arrivato a dire che i parlamentari tedeschi di origine turca che hanno votato a favore di questa mozione sono dei terroristi, che hanno sangue impuro e che l’impurezza del loro sangue può essere testata in laboratorio. Pochi giorni fa, alcuni parlamentari sono stati posti sotto scorta in seguito alle minacce di morte ricevute da alcuni ultra-nazionalisti turchi. Questo fervore nazionalista è abbastanza diffuso in Turchia, dove l’educazione scolastica punta molto sullo sviluppo di un forte sentimento nazionale, sulla trasmissione di un senso di appartenenza a un gruppo omogeneo e con comuni radici storiche, sulla venerazione in maniera quasi religiosa della figura di Kemal Ataturk, considerato il padre della moderna Turchia e il fondatore della patria. La creazione del sentimento nazionale e […]

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La Germania porta a processo il comico che ha insultato Erdoğan

Che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non avesse un gran senso dell’umorismo e non vedesse di buon occhio chiunque facesse dell’ironia sulla sua figura, lo si era già capito nel 2003, quando, appena entrato in carica come primo ministro, portò a processo il vignettista Sefer Selvi, colpevole di averlo rappresentato come un cavallo con in sella un suo consulente che lo manteneva per le redini. Da allora, l’attuale presidente della repubblica turco ha aperto oltre 2000 casi contro giornalisti, artisti o comuni cittadini accusati di aver leso la sua figura. Ciò che però non ci si poteva aspettare, è che dopo aver cancellato pressoché ogni traccia di libertà di stampa e parola nel proprio paese, i suoi tentacoli arrivassero fin nel cuore dell’Europa. È di poche settimane fa, infatti, la notizia che il parlamento tedesco abbia accolto la sua richiesta di aprire un processo contro un comico che lo avrebbe insultato durante uno spettacolo. Da “Erdowie Erdowo Erdoğan” fino al processo contro il comico In Germania, tutto è iniziato con la trasmissione, sull’emittente televisiva ZDF, di una canzone intitolata “Erdowie Erdowo Erdoğan”, che in modo ironico criticava le tendenze dittatoriali del premier turco e le sue politiche repressive verso la minoranza curda. Il video, che si conclude con l’immagine di una rovinosa caduta di Erdoğan da un cavallo, ha mandato in bestia il presidente: l’ambasciatore tedesco ad Ankara è stato convocato per chiedere l’immediata rimozione del video, ma la richiesta è stata respinta. Venuto a sapere della notizia, l’attore comico Jan Böhemermann, ha rincarato la dose e durante un suo spettacolo ha pesantemente schernito il presidente turco, facendo dei ben poco velati riferimenti a episodi di zoofilia, cosa che a Erdoğan – particolarmente avverso a ogni accostamento della sua figura a quella di animali – deve aver dato particolarmente fastidio. Così è arrivata la richiesta alla Germania di portare a processo l’attore. L’articolo 103 del codice penale tedesco, risalente al 1871 e ormai praticamente dimenticato, stabilisce infatti pene severe per chiunque offenda un capo di stato o un’importante carica pubblica di un paese straniero. Affinché il processo venga avviato c’è però bisogno innanzitutto della richiesta ufficiale da parte del capo di stato offeso e, in secondo luogo, del lasciapassare del governo tedesco. Se la richiesta da parte di Erdoğan non era poi così imprevedibile, più sorprendente è stato il fatto che la Germania, nel giro di pochi giorni, abbia assecondato le sue richieste portando in tribunale Böhemermann, il quale ora rischia fino a cinque anni di carcere. Prima gli affari, poi la libertà di parola Il governo tedesco ha probabilmente ceduto alle pressioni turche per non rovinare i rapporti diplomatici con il paese. La Turchia è infatti uno dei più importanti partner commerciali di Berlino e inoltre, fatto forse ancora più rilevante, è ancora in via di negoziazione un accordo con Ankara che permetterebbe – secondo le aspettative europee – di sigillare i confini orientali del continente e bloccare così l’arrivo di migranti, oltre che deportarne qualche migliaio in […]

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L’altra Turchia. Il vento del cambiamento

Un nuovo vento soffia da est, un est molto vicino all’Europa. Dopo 12 anni al potere, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha subito un duro colpo, una scossa che di riflesso ha fatto vacillare la Turchia più reazionaria e conservatrice. L’8 giugno i turchi sono stati chiamati alle urne per votare l’approvazione di un nuovo regime presidenziale che avrebbe consentito al presidente di cambiare la costituzione permettendo all’Akp (il suo partito) di governare indisturbato, dicendo così addio al pluralismo. Questo voto, oltre ad accrescere il potere di Erdoğan, avrebbe portato ad una pericolosa svolta autoritaria e avrebbe reso ancora più tangibile quel sottile senso di oppressione mai troppo esplicitato che da anni sta minacciando la libertà di un paese in costante trasformazione. Sebbene la secolarizzazione e lo sviluppo economico abbiano portato a dei grandi cambiamenti e ad una presa di coscienza più forte, la Turchia moderna ha ancora dei conti in sospeso con i diritti fondamentali di quelli che storicamente sono i gruppi più svantaggiati, come le donne, gli omosessuali e la minoranza curda. E proprio il partito curdo, l’Hdp (storicamente legato al Pkk, l’organizzazione politico-militare che da tempo sostiene la causa dell’indipendentismo curdo) ha giocato un ruolo fondamentale per il raggiungimento di questo risultato importante, non ancora totalmente concreto, ma certamente simbolico. Un piccolo passo, ma pur sempre significativo: Erdoğan non ha ottenuto i due terzi dei seggi, mettendo assieme appena il 41% dei voti, mentre l’Hdp di  Selahattin Demirtaş ha ottentuto quasi il 13% dei consensi, appoggiato dalle classi medie urbane, le stesse che sono state protagoniste delle numerose lotte di Taksim per la difesa dell’ambiente, contro la cementificazione selvaggia, a favore dei diritti delle donne, degli omosessuali, degli studenti e dei lavoratori. Ma soprattutto la vittoria più grande è stata quella di un popolo privato delle propria identità e della propria cultura, un popolo ridotto tristemente a “minoranza”, schiacciato nel nome della Repubblica Turca. Il successo del partito curdo e delle fazioni alleate sa di cambiamento, suona come una presa di posizione forte che vede i turchi non più complici di un governo che ha legittimato per troppo tempo lo strapotere, mettendo da parte la democrazia, quella seria. Nonostante tutto, ancora molta strada deve essere percorsa, la Turchia deve ancora trovare il suo equilibrio. Molti paesi che negli ultimi anni hanno visto una crescita economica velocissima sono entrati nelle grazie del mondo globale, con a seguito alleanze economiche e strette di mano tra potenze, ma forse hanno anche perso di vista la propria natura. La Turchia ha dimostrato che conciliare l’Islam con la democrazia e con altre forme di pensiero è possibile, ma resta da risolvere un contrasto interiore antico, ovvero quello di essere Europa e insieme Asia. Quale nazione, se non l’erede del grande Impero Ottomano, potrebbe dimostrare che il presente e la modernità sono indissolubilmente legati a ciò che si era, che sono frutto di culture che per secoli si sono mescolate e di tutte quelle diversità che oggi costituiscono una “società moderna”? Una nazione […]

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