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Eroica Fenice

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Food

Mr. Panuozzo Pub, quando Gragnano incontra Napoli

Il panuozzo è una delle eccellenze campane ed in particolar modo napoletane che rendono la ristorazione partenopea celebre a livello nazionale e internazionale. Ed è proprio in virtù della sua “napoletanità” che, come qualsiasi altra pietanza partenopea, anche il famigerato panuozzo prevede scuole di pensiero distanti tra loro. La storia del panuozzo in una tradizione di famiglia Ma, si sa, il panuozzo tradizionale affonda le sue radici in quel di Gragnano, territorio del napoletano conosciuto come patria di alcuni tra i più celeberrimi pastifici napoletani e, per l’appunto, per la per la produzione del pane e quindi del panuozzo di Gragnano. Mr. Panuozzo Pub nasce tre anni e mezzo fa, nel quartiere di Fuorigrotta, per importare nella città di Napoli quella tradizione gragnanese fatta di tradizione e cultura, unitamente a un’impronta pub che gli conferisce un carattere trasversale, tra la cucina tradizionale e quella moderna in chiave street food, con cibo da asporto per gli amanti del take away. Mr. Panuozzo Pub decide però, qualche mese fa, di aprire anche la nuova sala ristorante, poco distante dalla sede storica take away, con la nuova sede a Via Filippo Illuminato 42, traversa di Via Diocleziano. E’ qui che Don Salvatore, insieme alla sua famglia, scommettono su questo nuovo progetto, interamente basandolo su una tenuta familiare. Nella cena riservata alla stampa, si respira un’aria di casa con Don Salvatore intento a preparare i panuozzi, il figlio Daniele che interagisce con gli invitati, e la simpaticissima nonna di Daniele che ci accoglie con un sorriso a trentadue denti e ci sfida a trovare qualcuno che faccia polpette più gustose delle sue. Cultura e tradizione sono le basi per un panuozzo al passo coi tempi Ed in effetti la scommessa è vinta, con un panuozzo che viene servito in parmigiana di melanzane sia bianca che rossa, insieme a polpette e provola di Agerola che rendono il panino nella sua semplicità essenzialmente sublime. La prova panuozzo è superata con successo, mostrando conoscenza nell’arte della panificazione e inventiva nella vasta selezione di panuozzi, panuozzini e panini vari. Da segnalare anche una considerevole selezione di birre che varia dalle tradizionali bavaresi alle più ricercate birre di anima napoletana, giusto per restare in tema con l’anima familiare del locale. Pare doveroso infine sottolineare come, nel corso della presentazione del locale alla stampa, il figlio Daniele abbia cominciato a esporre di un progetto virtuoso che vedrà il locale impegnarsi in una raccolta fondi per finanziare l’acquisto di macchinari e attrezzature sanitarie con molta probabilità per la struttura ospedaliera Santobono Pausilypon, iniziativa che senz’altro continueremo a seguire con la nostra testata. Non resta che augurare al mitico Don Salvatore ed alla sua famiglia il meglio per questa nuova esperienza, e di rendere questo nuovo locale un must taste nell’ambito gastronomico napoletano.

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Eventi/Mostre/Convegni

PizzaUnesco Contest 2017 e conferenza stampa

Il giorno 14 settembre si è tenuta, presso la sala del consiglio del commercio di Napoli, la conferenza stampa relativa al “PizzaUnesco Contest“. Moderata dal giornalista Luciano Pignaturo, si è trattata di un’occasione per fare il punto sulla situazione web della manifestazione, nonchè per presentare la giuria e gli sponsor aderenti all’iniziativa. PizzaUnesco Contest. Un successo tra innovazione e tradizione Francesca Marino, curatrice del sito mysocialrecipe che aderisce al contest, è rimasta entusiasta del progetto: “sono giunte un sacco di candidature da molti pizzaioli. Sono state registrate 393 pizze provenienti da 24 Paesi e preparate da 232 pizzaioli, tra cui 28 donne“. La dottoressa Marino ha insistito su questo punto, mostrando come quello del pizzaiolo “non è un mestiere esclusivamente maschile“. L’intervento si è poi concluso con l’importanza del ruolo giocato dai social come Instagram e con la comunicazione della data di premiazione, che sarà il 14 novembre. Interessante è stato anche l’intervento di Tommaso Esposito, giornalista enogastronomico e uno dei componenti della giuria che decreterà il vincitore. “La pizza è una pietanza popolare. Bisogna però notare come qui a Napoli si punti più sull’innovazione, mentre all’estero si cerchi più di rispettare la tradizione“. Oltre ad Esposito la giuria è composta da personalità quali il direttore delle guide dell’Espresso Enzo Vizzari, il nutrizionista Giorgio Calabrese e il foodblogger americano Scott Wiener. La parola agli sponsor La conferenza ha dato voce anche agli sponsor, che hanno manifestato la loro volontà di partecipare al “PizzaUnesco“. In primis le realtà locali, rappresentate dalle ditte della passata Fiammante e della farina Caputo. I responsabili delle due aziende hanno avuto modo di sottolineare non soltanto la genuinità dei loro prodotti, ma anche la purezza di un’economia che ha come motore i contadini e non i capitali di grandi aziende. Il contest ha anche  partner di grande rilievo, quali Ferrarelle e Parmigiano Reggiano. I due sponsor hanno aderito con grande entusiasmo, in particolare il secondo. Non a caso si è avuto modo di rammentare come proprio il Parmigiano venga spesso usato dai pizzaioli per esaltare i sapori della pizza. La gara alla pizza più “innovativa” è aperta Ora che le fasi di selezione si sono concluse, non resta che attendere il vincitore di questo contest e di certo alla giuria non aspetta un compito semplice. I tanti Paesi che hanno partecipato (per la maggiore gli USA e la Cina, se escludiamo l’Italia) e le tante varietà del nostro vanto alimentare renderanno ardua la scelta. Una cosa però è certa. La manifestazione PizzaUnesco è una grande occasione per tutti: per le aziende regionali, che potranno esportare i propri prodotti su scala nazionale e (perchè no?) intercontinentale, e per i pizzaioli, che potranno così farsi un nome. Ciro Gianluigi Barbato

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Eventi/Mostre/Convegni

Festival dell’Oriente 2017, alla scoperta di terre lontane

Il Festival dell’Oriente, che si è tenuto presso la Mostra d’Oltremare dal 15 al 17 settembre, si prepara ad aprire nuovamente le porte al pubblico il prossimo weekend, dal 22 al 24, con un’esplosione di colori, profumi e sapori provenienti da paesi lontani come Giappone, Cina, Thailandia, Vietnam e India. Il programma dell’evento comprende concerti, danze tradizionali, cerimonia del tè, vestizione del Kimono, yoga acrobatico e il tanto atteso Holi Festival, la festa tipica della tradizione spirituale induista dedicata ai colori e all’amore. Tra mattina e sera si susseguiranno oltre 400 spettacoli, esibizioni e dimostrazioni nei diversi padiglioni della Mostra, accompagnati da esposizioni di prodotti artigianali e culinari che proietteranno i visitatori in un’atmosfera magica ed affascinante, alla scoperta del folklore e delle antiche tradizioni orientali. Festival dell’Oriente, tra arte, cultura e spiritualità Il percorso della Mostra è articolato in diverse aree tematiche, allestite appositamente dalle ambasciate e dai consolati dei paesi orientali presenti, offrendo al pubblico una full immersion nelle terre del Sol levante. Numerosi stand di prodotti tipici mostreranno al pubblico stoffe, abiti, gioielli, candele, spezie, incensi, tatoo, elementi di arredo, ceramiche, kimoni, oggettistica, creme e molto altro ancora, per accontentare i gusti di tutti i visitatori. Sui palchi si alterneranno diversi spettacoli di danza, dalla coreana alla egiziana, dalla thailandese alla Bollywood dance, e saranno inoltre presenti maestri ed atleti nelle aree tatami per proporre al pubblico performance e seminari di Aikido, Karate, Ju Jitsu, Tai Chi Chuan e tutte le arti marziali Orientali. Non mancheranno i settori dedicati alla spiritualità, dove si incontreranno induismo, buddismo, confucianesimo, zen, cristianesimo, taoismo, scintoismo, sciamanesimo ed altre religioni e filosofie di profondo fascino, rivolte a coloro che vogliono intraprendere un cammino di consapevolezza e crescita interiore. Ampio spazio sarà dedicato allo Yoga e al mondo olistico in generale, alla scoperta del benessere e dell’armonia del corpo e della mente, con sedute di meditazione, scambi, conferenze e pratiche che spazieranno dal Bhakti-Yoga all’Hatha-Yoga, dall’Astanga-Yoga al Karma Yoga e molte altre. Da non perdere, infine, l’ampia gamma di massaggi (Shiatsu, Thailandese, Indonesiano etc.), cosmetici, discipline bionaturali e terapie alternative. Festival dell’Oriente e gastronomia Gli spettatori di questa edizione del Festival 2017 saranno accolti da invitanti profumi ed inediti sapori provenienti da Cina, Giappone, Thailandia, India, ma anche da paesi la cui cucina è meno nota, come Sri Lanka, Indonesia e Tibet. Si potranno gustare spiedini di pollo, riso con verdure, spaghetti di soia, involtini primavera, tempura di gamberi, polpette ripiene di carne e spezie, riso basmati con pollo e zafferano, frittelle di lenticchie gialle piccanti, sushi, doriaki, baklawa e tante altre specialità, comprese quelle vegane e vegetariane. Come partecipare all’evento I biglietti si acquistano alle casse situate all’ingresso della fiera, alla apertura delle stesse i giorni di durata del Festival. Il prezzo intero è di 12 euro, mentre il ridotto è di 5 euro, riservato agli accompagnatori dei disabili ed ai ragazzi dai 5 ai 10 anni (compiuti). E’ possibile acquistare i biglietti anche tramite prevendita online (solo biglietto intero ad un prezzo di 13,25 […]

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Premiato cardiologo all’estero, torna a Napoli da precario

Giovanni Ciccarelli è un premiato cardiologo che, dopo la laurea conseguita con 110 e lode all’Università Vanvitelli di Napoli, ha intrapreso una brillante carriera all’estero. Mancava poco alla conquista del tanto ambito contratto a tempo indeterminato, quando ha deciso di far ritorno a Napoli. Il medico ha vissuto per due anni in Belgio con la sua attuale moglie, una neurologa napoletana. Qui ha avuto l’opportunità di lavorare in grandi centri di ricerca e condurre uno studio sulla diagnostica delle stenosi coronariche che gli è valsa lo Young Investigator Award, un riconoscimento ricevuto a Barcellona che lo qualifica nel suo settore come il migliore al mondo, tra gli under 30. Il cardiologo napoletano ha vinto in competizione con un giapponese, un inglese e un olandese, portando in alto l’orgoglio della patria Italia. Proprio quando la carriera sembrava aver preso il volo, constatate le numerose opportunità di crescita e di lavoro che altri Paesi esteri avrebbero potuto offrirgli, il dottor Ciccarelli ha fatto la sua scelta: ritornare in Italia e trasferirsi proprio a Napoli, rifiutando anche la proposta di restare al Cardiovascular Center di Allst, struttura molto ambita presso la quale aveva completato la sua formazione di specialista in emodinamica. Da lavoratori affermati a precari Giovanni Ciccarelli e sua moglie Francesca credono nella loro amata terra, così accettano compromessi e sacrifici. Lui è indirizzato verso il settore del privato, dove riceverà un contratto a tempo determinato, in attesa del concorso per lavorare nel settore pubblico; lei, neurologa, lavorerà al Secondo Policlinico nell’unico ambulatorio di Epilessia presente a Napoli, ma da precaria. In attesa di un incarico definitivo, i due non sono spaventati, in quanto consapevoli della loro scelta, una scelta dettata da ben pochi interessi personali rispetto alla voglia di dare un contributo concreto alla nostra terra. In un’intervista Giovanni Ciccarelli ha affermato: «Io devo e voglio credere nella mia terra, e voglio dare il mio contributo. Quando sento parlare male della sanità napoletana o campana ci soffro perché so che qui ci sono medici bravissimi e strutture che possono funzionare bene, se messe in condizione di farlo. Andarsene non sarebbe giusto». Fuga di cervelli La mobilità degli studiosi è un fenomeno comune fin dagli albori delle università e di per sé un fattore di arricchimento culturale e professionale, perché la ricerca non conosce frontiere. Il problema nasce quando il saldo tra gli studiosi che lasciano un Paese e quelli che vi ritornano o vi si trasferiscono è negativo. La fuga dei cervelli è un fenomeno sempre più frequente: un po’ come la fuga dei capitali, esso fa riferimento al capitale umano costituito da giovani eccellenze, uomini e donne laureati e con ottime capacità,  che espatriano in cerca di lavoro. A volte la migrazione di neo laureati e neo dottorati si presenta come conditio sine qua non le giovani menti riuscirebbero a realizzarsi. Qui le testimonianze di giovani che ora vivono e lavorano all’estero, e le loro considerazioni sulla situazione italiana. La scelta del cardiologo napoletano: a volte ritornano Quello del cardiologo Ciccarelli non è […]

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Lo “scivolone” di Carpisa: sono questi i metodi del new business?

“Vergognati, Carpisa. Hai sputato sulle ferite della dignità professionale”. Da questo post pubblicato su LinkedIn solo l’altro ieri da Carlotta Silvestrini, un’esperta di digital rebranding bolognese, è partita sul web l’indignazione tra i social network e gli internauti (che ha scomodato persino la Cgil) contro Carpisa, il famoso brand di accessori. Tutto ciò perché l’azienda ha, a fine agosto, indetto una campagna, presumibilmente per il lancio della nuova collezione autunno/inverno 2017-18, aperta a chiunque acquisti una borsa in un qualsiasi punto vendita. Segue una registrazione sul sito ufficiale grazie ad un codice applicato allo scontrino. Ah, chi partecipa non deve dimenticare di allegare un piano marketing per una futura campagna, che sia aderente all’ideologia dell’azienda ed efficiente per target e comunicazione esterna. Al vincitore spetterebbe uno stage di un mese all’interno dell’ufficio marketing ed advertising di Carpisa con sede a Napoli. La retribuzione? Un celebre e conosciuto ai più, precari e non, “rimborso spese” di 500 euro.  Sorvoliamo sulla discutibile regola del concorso, seppur non tanto grave – se l’intento di Carpisa fosse stato quello di puntare sui giovani -, che afferma che la partecipazione è valida solo per chi abbia tra i 20 e i 30 anni. Un cavillo che assomiglia più ad una presa in giro se consideriamo che per attuare un produttivo e strategico piano marketing servano quantomeno esperienza e competenze. Sorvoliamo anche sulla regola che dice che l’ipotetico partecipante deve acquistare una borsa della nuova collezione, ossia per intenderci un prodotto a prezzo pieno e non nei saldi, ancora per poco in corso. Anche in questo senso se il fine era la mera promozione, viene da chiedere: Carpisa ha in realtà bisogno di una mossa del genere per spingere i compratori ad acquistare? No, poco presumibile considerando il fatturato e Penelope Cruz come attuale testimonial. “Compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis”: l’ironia del web contro Carpisa Cosa porta allora una azienda come quella di Carpisa ad affrontare un suicidio mediatico e, probabilmente, commerciale? Una propria strategia marketing, e qui sta il paradosso della cosa, completamente fallimentare dal nascere. Più che di marketing, in realtà, di comunicazione: “compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis” non sarà stato sicuramente il messaggio che Carpisa voleva trasmettere, ma “compra una borsa e (forse) ti regaliamo un mese di lavoro gratis” è stato il messaggio, denigratorio nelle sue fattezze, che è arrivato a tutti. Dopo le polemiche, le scuse non si sono fatte attendere da parte di Carpisa, che ha così motivato in un comunicato la caduta di stile: “l’azienda si scusa per la superficialità con la quale è stato affrontato un tema così delicato come quello del lavoro, in completa antitesi con una realtà imprenditoriale fatta invece di occupazione ed opportunità offerte in particolare al mondo giovanile”. Ai tempi di questa epoca così sensibile a tematiche come l’occupazione giovanile, il precariato e dove il lavoro sottopagato ai minimi termini sta diventando la normalità, Carpisa ha toppato alla grande, nulla da dire […]

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Attualità

Buondì Motta, analisi anti-empatica di uno spot

«Popolo dell’etere televisivo e della polemica dietro allo schermo, ascoltate! Una nuova minaccia incombe sulla nostra speme, su quelle pianticelle dalla radice ancora tenera che sono i nostri figli. Il nemico ha le ingannevoli fattezze di una merendina soffice e zuccherata e risponde al nome di… Buondì Motta!». Se si potesse immaginare un accorato appello di qualche fantomatica associazione a metà tra l’Inquisizione e il Moige, dedita alla salvaguardia del buon costume e della morale, questo suonerebbe più o meno così. I responsabili del marketing del gruppo Motta hanno infatti ideato uno spot che da molti giorni è ormai al centro di polemiche, ma anche di spassose parodie. Lo spot del Buondì Motta: una provocazione volontaria La sinossi dello spot (lo trovate qui) è questa: ci troviamo nel vasto giardino di una famiglia benestante, scintillante e con dei bei faccini. La madre sta allestendo un enorme tavolo per la colazione, quando irrompe la figlia a chiederle una merenda «che coniughi leggerezza e golosità!». La genitrice risponde che una merendina di quel genere non esiste e rafforza la propria tesi con una frase emblematica: «Possa un asteroide colpirmi, se esiste!». Allora, come il più degno dei deus ex machina, ecco che un asteroide schiaccia la mamma quasi allo scopo di punirla per l’”eresia” da lei espressa. In quello che è poi il seguito giunge il padre a chiedere informazioni sulla propria consorte, per poi replicare allo stesso modo alle parole della figlia e aggiunge: «Possa un asteroide un po’ più infuocato di questo colpirmi, se esiste!». Il risultato, inutile dirlo, è lo stesso. Analizzando lo spot a mente lucida e senza alcuno slancio emotivo, possiamo intuire quale sia il messaggio che vuole trasmettere. Non c’è soltanto l’obiettivo di spingere lo spettatore ad acquistare un determinato prodotto, ma c’è anche la volontà di provocare. In gran parte degli spot che passano sullo schermo televisivo e che promuovono un genere alimentare, troviamo sempre il ritratto della famiglia ideale: la madre bionda, sorridente e senza neanche una ruga sul viso; il papà alto, magro, in camicia e cravatta e pronto per andare in ufficio; i figli felici e contenti che abbracciano i loro genitori e così via. È quella che negli anni ’90 veniva definita la “famiglia della Mulino Bianco”. Il direttore creativo del marketing Motta, Alessandro Orlandi, ha cancellato questa immagine a tratti intoccabile con l’intrusione di un asteroide. Perchè l’asteroide rappresenta ciò che nessuno si aspetterebbe di vedere: è l’irreale nel reale, parafrasando Todorov, che riesce così a colpire nel profondo lo spettatore. Tra polemiche e apprezzamenti La pubblicità del Buondì ha quindi raggiunto l’obiettivo di far parlare di sé, come dimostra il polverone di polemiche che si è alzato nei scorsi giorni e ancora in corso sul palcoscenico dei social media. I commenti sono tra i più disparati: si va dai classici “Vergogna!” a frasi più articolate sintatticamente, del tipo: “Ma non pensate a un bambino che ha perso i genitori e che si trova davanti questo spot?” o anche: “Questo spot […]

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Attualità

Amazon meal kits, la nuova frontiera della cucina

In Internet, si sa, si può acquistare di tutto ormai, dall’ abbigliamento agli utensili da giardinaggio, ai kit per preparare il vero sushi comodamente a casa propria. Alcuni siti hanno fatto la loro fortuna vendendo i prodotti in giro per il mondo. Tra questi, Amazon cavalca da anni l’onda del successo e pare abbia trovato il modo per restare sulla cresta:  il re degli e-commerce sta infatti per lanciare un nuovo prodotto, i Meal Kits, nuova frontiera del cibo “per chi non sa cucinare”.  Nell’era dei cooking games, da quello condotto da Antonella Clerici a quelli di Benedetta Parodi, tutti vorremmo essere dei cuochi provetti. Riuscirci è una questione più complicata. Per molti è  già tanto riuscire a cucinare la pasta al burro senza scuocerla. Allora, proprio per coloro che sono “negati in cucina”, Amazon ha lanciato la nuova linea di prodotti dall’intuitivo nome Meal Kits. Cosa sono gli Amazon Meal kits Lo slogan, che ha segnato la campagna pubblicitaria messa in piedi dal colosso di Seattle per questo nuovo prodotto, è indicativo: “ We do de prep. You be the chef“. Come a dire che tutti possono cucinare bene con un piccolo aiutino. L’immissione nel mercato culinario da parte di Amazon è avvenuto con l’acquisizione  della catena americana Whole Food e la creazione del servizio Amazon Fresh con il quale l’azienda dà ai propri clienti la possibilità di acquistare on line prodotti alimentari deperibili. Amazon kits rappresenta quindi un ulteriore passo in avanti sul mercato alimentare, proponendo agli acquirenti dei pacchetti contenenti gli alimenti necessari per una determinata preparazione, oltre alle istruzioni da seguire passo per passo.  I kit sono a base di pollame, carni, frutta e verdure fresche, pesce, ma anche surgelati, riso e pasta. I primi, già  immessi sul mercato a Seattle ad un costo che va dagli 8 ai 10 dollari, sono pensati per chi ha poco tempo da dedicare alla cucina o per chi non è  in grado di affrontare preparazioni complesse. Gli ingredienti dei Meal kits infatti sono già  porzionati e tagliati e, in alcuni casi, precotti. Tra le ricette offerte, per ora a Seattle, ci sono il laksa con pollo e noodles, l’hamburger di manzo wagyu e i noodles con salmone, che qualcuno ha già provato, per poi parlare di una “preparazione molto semplice e una qualità eccellente”. I Meal kits rappresentano quindi un nuovo modo di approcciare al mondo della cucina, grazie al quale tutti possono diventare dei veri chef.

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Emmy Awards 2017: i premiati della 69esima edizione

Si chiude la 69esima edizione degli Emmy Awards, manifestazione che premia le eccellenze della tv americana. La cerimonia, tenutasi il 17 settembre al Microsoft Theatre, ha visto trionfare The Handmaid’s Tale. Alla sua prima stagione, apprezzata per la sua chiave distopica, ha ottenuto il riconoscimento come migliore serie drammatica dell’anno. La produzione televisiva americana è sempre molto alta e non è stato per nulla facile decretare un vincitore; l’ha spuntata la Hulu, ma detiene il record di nomination il network Fox, con 113 candidature, 91 appartenenti a 20th Century Fox television, a seguire Hbo, con 110 candidature. Tra i più nominati anche Netflix, con i suoi grandi titoli fra cui House of Cards, Master of None. Sono Westworld e Stranger Things le serie che hanno ricevuto più candidature, ben 22 e 18. La vittoria è però della Hulu, che con questo risultato ha potuto compiere un grande passo in avanti, infatti la Hulu non solo ha prodotto The Handmaid’s Tale, ma si aggiudica anche grandi riconoscimenti, tra cui il fatto di aver prodotto la prima serie di un servizio streaming che vince questa categoria. The Handmaid’s Tale continua la sua scalata, fa incetta di premi, infatti proprio per il ruolo dell’ancella Offred, è stata premiata come Miglior Attrice Protagonista Elizabeth Moss. Sicuramente in questa 69esima edizione, si nota la preferenza per serie con tratti politico-satirici ed il genere comedy, tra le quali spopola Veep, serie ormai premiata dal 2012. La sua protagosta, Julia Luis-Dreyfus vince il premio di miglior attrice in una serie comedy. Nicole Kidman riceve una menzione speciale: è infatti la miglior attrice per una miniserie Big Little Lies. Nel suo discorso di ringraziamento, l’attrice ribadisce l’importanza di reagire ad una violenza domestica, oltre le mura di casa, andando oltre l’ipocrisia e il giudizio altrui. Premiato per la sceneggiatura di Black Mirror, Charlie Brooker; Bruce Miller per quella di The Handmaid’s Tale ed ancora premiati per le sceneggiature di Master of None, Aziz Ansari e Lena Waithe. Nonostante le nomination per miglior fotografia e sceneggiatura, torna a casa senza premi The Young Pope, così come Stranger Things, una delle serie più favorite per questa edizione degli Emmy. Miglior Dramma, Miglior Commedia, Miglior Limited series, Miglior film per la televisione hanno tutti un unico comune denominatore: le donne, che in quest’edizione degli Emmy Awards catturano e spopolano su tutti i fronti. La 69esima edizione racchiusa in un unica frase? Girls Power! Ecco i premi: Emmy Awards 2017 Best Drama Series The Handmaid’s Tale (Hulu) Best Actor in a Drama Series Sterling K. Brown (This Is Us) Best Actress in a Drama Series Elisabeth Moss (The Handmaid’s Tale) Best Supporting Actress in a Drama Series Ann Dowd (The Handmaid’s Tale) Best Supporting Actor in a Drama Series John Lithgow (The Crown) Best Guest Actress in a Drama Series Alexis Bledel (The Handmaid’s Tale) Best Guest Actor in a Drama Series Gerald McRaney (This Is Us) Best Comedy Series Veep (HBO) Best Actor In a Comedy Series Donald Glover (Atlanta) Best Actress […]

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Cinema & Serie tv

Veleno, mosaico di vite nella terra dei fuochi

Veleno, diretto da Diego Olivares, produzione Bronx Film, Minerva Pictures e Tunnel Produzioni, evento speciale di chiusura della Settimana Internazionale della Critica alla 74esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nelle sale da ieri, 14 settembre. Uno sguardo dal basso per raccontare uno squarcio di vita di una famiglia di contadini in un piccolo paese  dove ci si conosce un po’ tutti e dove le storie si incrociano spesso l’una con l’altra. Dai campi coltivati, dalle case di chi vive di terra e dei suoi frutti, la camorra, le ecomafie sembrano lontane, come i roghi che bruciano all’orizzonte e, al contempo, vicinissime, come un fratello che per pochi soldi va a versare rifiuti in quelle campagne che fino a ieri lo hanno nutrito.  Veleno racconta la storia di due fratelli, Cosimo e Ezio Cardano, nati e cresciuti in un piccolo centro del casertano. Un’umile famiglia di agricoltori che vive il dramma di un territorio violato, contaminato dai veleni disseminati da associazioni criminali senza scrupoli nelle campagne, in nome del Dio Denaro. Se Cosimo (Massimiliano Gallo) e sua moglie Rosaria (una straordinaria Luisa Ranieri) non vogliono piegarsi alle minacce della camorra e al mito del guadagno facile, difendendo a tutti i costi i loro terreni e non permettendo che questi diventino una discarica di rifiuti tossici in nome dell’attaccamento alla loro terra, alle loro radici, Ezio (Gennaro Di Colandrea) e sua moglie (Miriam Candurro) diventano complici della devastazione dei loro territori, cedendo alla proposta d’acquisto dell’avvocato Rino Caradonna (Salvatore Esposito), corrotti dal potere mafioso e sognando una nuova vita. A complicare le cose è la grave malattia di Cosimo, causata dal veleno che contamina l’acqua, i raccolti, il bestiame. Quel veleno che dalla terra arriva ai corpi, finendo per corrompere gli animi risucchiati in un vortice in cui si perde il senso di comunità, di appartenenza, di difesa comune. Un vortice in cui si perdono di vista i valori, quelli veri, il bene confluisce nel male e la contaminazione è inevitabile. Veleno, squarci di vite dannate e condannate dalla terra dei fuochi Olivares punta lo sguardo, con un intento di denuncia, su una problematica bollente, che riguarda non solo il sud Italia, ma lo stivale tutto. Smaschera l’illusione di poter ottenere benefici avvelenando la terra, facendoci vivere il calvario di un uomo al quale il veleno dei rifiuti tossici ha negato la speranza del futuro, relegandolo in un letto, attaccato a una flebo, dove non basta la voglia di “combattere come un leone”. La storia di Cosimo diventa la sintesi delle piccole e grandi contraddizioni di una terra di fatto abbandonata a se stessa, dove lo Stato sembra aver definitivamente abdicato alle sue funzioni, dove l’unico potere riconoscibile e riconosciuto è quello criminale. Solo quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce pescato, ci renderemo conto che non possiamo mangiare il denaro

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Cinema & Serie tv

Atypical, l’autismo e i pinguini di Sam

Atypical è una serie tv targata Netflix, rilasciata l’11 agosto 2017. Sebbene non sia certamente la prima serie televisiva a trattare di questo argomento, Atypical affronta l’autismo in maniera nuova e originale. È l’ironia il punto fondamentale di questo percorso, lungo otto puntate di 30 minuti l’una. Il mondo di Sam, il diciottenne protagonista, è un mondo fatto di punti fissi: sua madre, sua sorella, la sua terapista, il suo lavoro in un negozio di elettrodomestici insieme all’amico Zahid; e poi i pinguini e l’Antartide, di cui il ragazzo non riesce a fare a meno di parlare. Atypical parla del momento in cui, in questo delicato sistema, si inseriscono elementi di disturbo. Ma non solo. Atypical è anche il racconto di una disabilità collettiva, che nel momento in cui colpisce una persona ha effetti su tutta la sua famiglia. Sam è affetto da autismo ad alto funzionamento (da non confondere con la diversa sindrome di Asperger), e così diventa il centro della vita di sua madre, un peso per i sogni di sua sorella minore, che però mai penserebbe di abbandonarlo per realizzarli, un figlio diverso da quello che si aspettava suo padre. Sam decide, durante la prima puntata, che è arrivato il momento di trovare una fidanzata. Ed inizia così una ricerca tragicomica della felicità per il ragazzo, per niente scoraggiato dalla percentuale (bassissima, del 9%) di persone affette da autismo che riescono a sposarsi. “E non perché non vogliano” specifica Julia, la sua terapista, alla madre di Sam “Ma perché non ne sono capaci”. Atypical, la nuova serie tv che insegna a guardare l’autismo sotto una nuova luce Atypical, se presa singolarmente, rappresenta uno spaccato di vita della famiglia Gardner, il momento in cui tutti decidono per il cambiamento. Ma alla luce dell’annuncio di una seconda stagione della serie, queste prime otto puntate rappresentano un semplice trampolino di lancio: il finale della serie lascia pensare ad un momento di crescita per tutti i protagonisti, che hanno sperimentato dei cambiamenti e ne sono rimasti – chi più chi meno – scottati. Nella seconda stagione sarà il momento di fare sul serio. I temi affrontati sono molteplici: oltre all’ovvia trattazione dell’autismo (già affrontata in serie tv come Parenthood), diventano centrali il senso di colpa, l’emarginazione, la debolezza, il bullismo non solo ai danni della disabilità ma di chiunque sia considerato “diverso”. Atypical sfata alcuni stereotipi sull’autismo. Sam nella serie afferma di provare molta empatia, a differenza di quanto possano pensare le persone: non sempre capisce cosa provino gli altri, ma quando lo capisce prova empatia. Il messaggio degli autori è chiaro: le persone affette da autismo sono esattamente come noi. Hanno bisogno di essere amate, di essere capite, accettate con tutti i loro difetti. E forse, se si riesce ad essere fortunati come Sam, a tutti noi può capitare un giorno la persona che riesce a fare per noi tutte queste cose. La persona con cui si può scendere a compromessi su quando parlare di pinguini. La persona che cerca […]

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Cinema & Serie tv

Gatta Cenerentola, la fiaba napoletana dal cuore dark

“I sogni son desideri…” cantava una dolce fanciulla dai capelli biondi entrata nell’immaginario collettivo come la più famosa delle principesse: Cenerentola. Bene. Dimenticatela. Archiviare ogni pretesa di legame con l’edulcorata fiaba disneyana è la conditio sine qua non per apprezzare pienamente un prodotto filmico come Gatta Cenerentola. Dopo L’arte della felicità (miglior film d’animazione europeo 2013), Alessandro Rak – stavolta insieme a Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone – si ispira alla fiaba di Giambattista Basile, scritta in quel Seicento napoletano calderone d’arte e contenuta ne Lo Cunto de li Cunti, per tornare nelle contraddizioni partenopee. Presentata alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia (dove si è aggiudicata ben quattro riconoscimenti) nella sezione Orizzonti, dedicata ai film «rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive» – la pellicola è stato accolta da tanti e lunghi applausi (si è parlato di “miracolo napoletano”) ed è stata proiettata in anteprima (alla stampa e al pubblico) lunedì 11 settembre al cinema Modernissimo (Napoli) registrando sold out. L’arrivo ufficiale nelle sale è previsto per giovedì 14 settembre. La storia vede una rilettura animata lontana da ogni altra versione mai arrivata al grande pubblico e lontana anche dall’originale letterario, nonostante la chiara ispirazione. I registi confezionano un racconto spigoloso (come i disegni dell’animazione) e affascinante, offrendo uno straordinario esempio di come l’animazione made in Italy – e, nello specifico, made in Napoli – vanti uno sguardo peculiare e raffinato, che nulla ha da invidiare a prodotti internazionali con budget più ingenti e produzioni più blasonate. Non pensa infatti al target, Gatta Cenerentola, e questo ne preserva l’essenza più autentica: non pretende di piacere a tutti e compie scelte dure e inconsuete, prima tra tutte quella di mettere in secondo piano l’eroina del titolo in favore del villain Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re, vero protagonista della scena grazie anche alla splendida performance vocale di Massimiliano Gallo (coadiuvato dai bravissimi Alessandro Gassmann, Maria Pia Calzone, Mariano Rigillo, e altri). È lui il cantore di questa Napoli derelitta e straziata, che affonda nel degrado e sembra destinata a uccidere qualsiasi residuo germoglio di bene. Il lavoro della casa di produzione Mad Entertainment (in collaborazione con Rai Cinema, Big Sur, Skydancers) e dei quattro registi sul plot arcinoto della figliastra sfruttata da matrigna e sorellastre, ma destinata a un ribaltamento del suo destino, lascia dunque inizialmente spiazzati per coraggiose scelte narrative. Gatta Cenerentola, trama e novità Mia Basile è cresciuta all’interno della Megaride, un’enorme nave da crociera ancorata nel porto di Napoli da più di 15 anni. Suo padre, Vittorio (Mariano Rigillo), ricco armatore e brillante scienziato, viene ucciso il giorno del suo matrimonio con la bella Angelica Carannante (Maria Pia Calzone), portando nella tomba i futuristici segreti tecnologici della nave e il sogno di rinascita e riqualificazione della città attraverso il Polo della Scienza e della Memoria. La piccola – chiusasi nell’assoluto mutismo dopo l’evento traumatico – viene così cresciuta ‘in cattività’ all’ombra della temibile matrigna e delle sue perfide sei figlie. La città versa ora nel degrado totale e Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re (Massimiliano Gallo), ambizioso trafficante […]

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Dieta detox: pro e contro della dieta del momento

La dieta detox è una dieta disintossicante, che mira a restituire all’organismo un buon grado di benessere nel minor tempo possibile. L’estate è finita, e per quanti se la sono goduta senza badare alla linea e senza alcun tipo di controllo sull’alimentazione, ahimè, è arrivato il momento di fare i conti con la bilancia.  Così, con la solita routine, il lavoro e lo studio, ritornano la palestra e l’incubo della dieta. Senso di pesantezza, gonfiore, scarsità di energia: questi sono alcuni campanelli d’allarme che indicano la necessità di depurare l’organismo. Il primo passo consiste nel cambiare regime alimentare: ritornare ad un’alimentazione sana per restituire equilibrio e salute al nostro corpo. I giovamenti della dieta detox Molti avranno già sentito parlare di questo tipo di dieta che negli ultimi anni è diventata non solo molto popolare, ma anche un grosso business. Sul web sono in vendita tantissime bevande, che presentano una dieta per lo più liquida, a base di tisane, succhi o integratori, molto pubblicizzati attraverso i social network,  in nome di una disintossicazione e persino un aiuto al fegato, ai reni e all’intestino. La dieta detox ha come scopo principale la depurazione dell’organismo, pertanto, a differenza delle solite diete dimagranti, non suggerisce un regime alimentare volto unicamente alla perdita di peso. Ciò non  esclude che la detox consenta di sbarazzarsi di qualche kg di troppo, se seguita correttamente. Prima di fornire indicazioni più specifiche su questo tipo di dieta, è bene premettere che i consigli dati non sostituiscono il parere di un medico. Se si desidera cambiare stile di vita, è necessario rivolgersi ad un medico dietologo, dietista o biologo nutrizionista che indichi l’alimentazione più adatta alla persona, considerando lo stato di salute e le esigenze specifiche di ciascun organismo. Come svolgere correttamente una dieta detox La dieta detox va seguita per un lasso di tempo che va dai 7 ai 15 giorni al massimo.  Non suggerisce uno stile di vita, ma solamente un tipo di alimentazione che può aiutare a combattere la stanchezza, digerire meglio e recuperare energia. La prima regola è: bere molta acqua. Per cominciare, al mattino bere un bicchiere di acqua tiepida con del succo di limone è utile ad attivare il metabolismo ed avviare la digestione. Importanti sono anche le spremute di verdura o frutta fresca come mele, pere, prugne, ananas, kiwi. Un’altra regola è: restare lontani da cibi raffinati e prodotti in scatola. Per la colazione è possibile spaziare dalla crusca di avena e il caffè, sino allo yogurt magro, alle carote, o semplicemente mangiare un frutto fresco. Altrettanto esclusi sono i latticini. A pranzo, la dieta prescrive zuppe vegetali, legumi, e non devono mai mancare le insalate. A metà pomeriggio è possibile fare uno spuntino, ma semplicemente con un frutto (evitare le arance), del tè o tisane dimagranti, prive di zucchero. La dieta detox predilige una cena a base di riso integrale e verdure cotte. Ricordare che l’olio va utilizzato solo a crudo ed evitate le aggiunte di sale. Una valida alternativa possono essere […]

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Sindrome da rientro: tutta colpa degli ormoni…dello stress

Si guarda sempre il mare con spirito romantico e sguardo sognante. L’ultimo sguardo che lanciamo al mare prima di rientrare a casa dalle vacanze, però, è un autentico tripudio di amore e precoce nostalgia. Che quest’anno la scelta delle vacanze sia ricaduta sul mare, sulla montagna o su una città d’arte fa poca differenza; il momento in cui si è costretti a consumare l’ultima colazione in hotel e poi a svuotare gli ultimi cassetti risulta immancabilmente traumatico. Stare in vacanza piace a tutti: ma piace perché è un’esperienza limitata nel tempo (e quindi troppo breve per iniziare a provare l’insofferenza della routine) o perché siamo liberi di organizzare la giornata secondo le nostre preferenze e di svolgere quelle attività a cui spesso non possiamo dedicarci durante l’anno? L’opinione degli esperti Gli esperti rispondono: per entrambi i motivi. Se la vacanza durasse tutto l’anno, risulterebbe un’esperienza alienante e noiosa, così come ci appare la routine lavorativa. Ma è anche vero che è la prospettiva di abbandonare spiagge idilliache, panorami da cartolina, la nuova comitiva, i giri in canoa, le agognatissime visite ai musei, gli aperitivi serali e le nottate con birra e stelle cadenti ad avvilirci. Incatastiamo nelle valigie con indolenza la stessa roba che avevamo piegato con cura e precisione all’andata, ripensiamo all’inflessibile capo messo temporaneamente nel ripostiglio dei pensieri, alle serate in pigiama davanti alla televisione e a quell’esame intenzionalmente dimenticato. In che cosa consiste la sindrome da rientro? Questa strana nostalgia viene definita “sindrome da rientro”, un’espressione mutuata dal disturbo che affligge i soldati di ritorno dalla guerra che devono affrontare problemi psicofisici di riadattamento. Ovviamente eliminando opportunamente i caratteri tragici e patologici, una sindrome del ritorno colpisce anche i vacanzieri che devono accettare il ritorno a un tenore di vita ben diverso da quello goduto durante le vacanze. La sindrome esiste davvero, al di là di ogni diceria, scetticismo e incredulità. Parola degli studiosi: tutta colpa dei surreni, che producono i cosiddetti “ormoni dello stress”, ovvero adrenalina e cortisolo. Il processo ha origine nelle informazioni stressanti che l’organismo mette in circolo e che vanno a sollecitare la risposta dell’ipotalamo, che stimola l’ipofisi, che a sua volta interviene sui già citati surreni. Lo stress generato da eventi esteriori così repentini da poter risultare traumatici è il vero responsabile di questo disagio certamente non grave ma non per questo poco fastidioso. Spesso il nostro corpo, incapriccito, risponde a tono a questo rimpatrio forzato, facendoci sentire spossati, ansiosi, lievemente depressi, insonni o al contrario sempre stanchi e insonnoliti, rendendoci lunatici e facilmente irritabili. È una fase di transizione immancabile, una sorta di limbo dalla cui permanenza temporanea non ci si può astenere: fa parte del gioco, del cambio di stagione. È come tornare a indossare i jeans e riporre per l’anno prossimo le infradito. Quali sono i rimedi più consigliati? I consigli degli esperti per combattere la sindrome del ritorno da veri vacanzieri-soldati sono semplici: prendersi cura della propria alimentazione senza variarla bruscamente, privilegiando frutta, verdura e bevendo almeno un paio di […]

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I benefici del succo di limone: l’elisir di lunga vita

Originario dell’Asia il limone fu importato in Italia dagli Arabi. Oggi il nostro paese è al primo posto nella produzione di questi agrumi. Li usiamo soprattutto in ambito culinario, nelle creme, come condimento o aroma. Non tutti però sanno che il limone vanta di una moltitudine di proprietà benefiche che lo rendono un vero e proprio toccasana. È per questo che il limone è ingrediente base dei cosiddetti rimedi della nonna: a causa delle sue infinite proprietà, possiamo trarne i più svariati benefici.  Gli usi terapeutici del limone Acido citrico, limonene, pinene, fosforo, calcio, rame, manganese, vitamine C, A, B, PP e zuccheri: sono questi gli ingredienti che rendono tanto speciale il limone e che gli forniscono tutte le sue proprietà: È un antiossidante: previene l’invecchiamento cellulare e le malattie degenerative grazie alla presenza di vitamina C Sempre grazie alla vitamina C, il limone stimola il sistema immunitario L’acido ascorbico presente in questo agrume ha effetti antinfiammatori: è usato contro l’asma e altri problemi respiratori Migliora l’assorbimento di ferro nel corpo, a scopo immunitario Depura e disintossica. Aiuta a depurare il nostro intestino dalle tossine che vi si accumulano. Stimolando la produzione di urina promuove la disintossicazione È utile contro l’acidità gastrica. La buccia di un limone bollita per dieci minuti è un rimedio contro nausea, meteorismo e mal di stomaco Aiuta la digestione, stimolando il fegato a produrre bile È un ottimo alleato nelle diete. La pectina in esso contenuta aiuta a combattere la fame improvvisa Previene l’arteriosclerosi e l’ipercolesterolemia È antibatterico e antimicrobico, utile per curare una piccola ferita. Grazie alla presenza delle saponine i limoni aiutano anche a tenere a bada raffreddore e influenze Previene la formazione di cellule tumorali, specie al fegato, pancreas, stomaco e intestino È antivenefico: si narra che fosse ampiamente utilizzato da Nerone che, per la aura di essere avvelenato, ne assumesse ogni giorno I limone è uno degli elementi più alcalinizzanti. Per questo motivo aiuta ad eliminare l’acidità del nostro corpo riequilibrando il Ph Allevia il mal di denti e il dolore alle gengive Ci rende più belli! Riduce le rughe e le macchie della pelle, dona luminosità al viso e uccide alcuni dei batteri che causano l’acne Come beneficiarne? Con una bella limonata Succo di mezzo limone in un bicchiere di acqua tiepida da assumere tutte le mattine a digiuno. Basterà seguire questo consiglio per sentirsi subito meglio! È preferibile seguirlo per dodici giorni, con una pausa di otto. Il tutto andrebbe ripetuto per tre volte. Un’alternativa è la cosiddetta terapia dei sette limoni. Si parte assumendo il succo di mezzo limone – diluito in acqua, a digiuno – e se ne aumenta ogni giorno la quantità fino ad arrivare a sette limoni, per poi regredire. La pausa deve essere almeno di sette giorni. Un’altra grande idea è gustarsi un ottimo sorbetto al limone, sollievo perfetto al caldo estivo!

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Cheesecake ed estate: il binomio perfetto

Il cheesecake, il “dolce al formaggio”, è un dessert conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, degustato in una miriade di varianti sia nella forma cotta che fredda. Nella sua versione più nota, ovvero la “New York cheesecake”, è composto da una base di pasta biscotto sulla quale è adagiato uno spesso strato di crema al formaggio fresco, lavorato con le uova, lo zucchero e la panna. Tuttavia tale ascendenza statunitense, avendo diffuso la convinzione che si tratti di una preparazione originaria della Grande Mela, ha velato in realtà un’origine ben più antica. Le origini del cheesecake Benché nella ricetta attuale il cheesecake sia un dolce relativamente recente, pare che la prima torta a base di formaggio di pecora e miele di cui abbiamo memoria fosse servita già nel 776 a.C. agli atleti Greci durante i primi giochi olimpici come corroborante, essendo considerata un alimento altamente energetico – secondo quanto ci tramanda Callimaco, che narra di una tale, Egimio, dilettatosi nella stesura di un testo integralmente dedicato alla preparazione di torte al formaggio. Dai Greci il cheesecake dovette passare ai conquistatori Romani: Catone Il Censore infatti nel suo De agri cultura riporta la ricetta del libum, un dolce a base di formaggio che potrebbe considerarsi un antenato del cheesecake: «Farai così il libum. Sciogli bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrai reso del tutto liscio, impasta bene col formaggio una libbra di farina o, se lo vuoi più leggero, mezza libbra. Aggiungi un uovo e di nuovo impasta tutto attentamente. Forma la pagnotta, ponila sopra un letto di foglie e falla cuocere lentamente in un forno caldo». Dai Romani il dolce seguì le legioni, espandendosi per le province dell’Impero. È presumibile che il suo trasferimento oltreoceano sia stato agevolato dalla traversata degli immigrati verso il Nuovo Continente; qui, sul finire dell’Ottocento, l’imprenditore americano James Lewis Kraft nel tentativo di ricreare un formaggio francese, il Neufchatel, particolarmente adatto alla preparazione del cheesecake, ideò un formaggio fresco pastorizzato che chiamò Philadelphia. Solo nel XVIII secolo il cheesecake iniziò a poco a poco ad assestarsi nella forma contemporanea diffusa in tutto il mondo, adottato come torta simbolo dei parlanti in Esperanto, “lingua dell’umanità”, nata allo scopo di far dialogare i diversi popoli, creando tra di essi comprensione e pace. Tuttavia, se è vero che al tempo di Greci e Romani il cheesecake era già gustato, come è possibile che non sia rimasta traccia nei territori in cui essi vivevano? In effetti basta riflettere su alcuni dei dolci tipici e più amati della cucina del nostro Paese per accorgerci che il dolce al formaggio fa ampiamente parte anche della nostra tradizione: infatti, che cos’è la deliziosa pastiera napoletana se non un’ottima torta a base di ricotta? E che dire della cassata siciliana, la torta alla robiola, la torta laurina tipica del Lazio e lo sfogghiu, tipico del palermitano? Insomma a ciascuno il suo cheesecake: ve ne proponiamo dunque una duplice versione, dolce e salata, nonché sana e leggera, ideale per deliziare queste torride giornate agostane.  Versione dolce: cheesecake al […]

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Culturalmente

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Il coma farmacologico della tv spazzatura

Giungono per tutti, anche nel corso di una giornata strapiena di impegni, momenti “da coma”, vuoti, ciechi, che è necessario riempire con qualcosa. E capita a tutti, più o meno frequentemente, di dare una sbirciata a quella che è spesso definita “tv spazzatura” proprio in queste fasi fisiologiche di noia immota. C’è chi lo fa vergognandosene, chi lo fa consapevolmente attratto, chi salta da un programma all’altro aspettando solo il momento della cena. Non sono in molti a chiedersi il significato dell’espressione “tv spazzatura” Anzi, sono sempre meno quelli che lo fanno. Nell’ultimo periodo, infatti, simultaneamente all’imperare di internet, dei social network e delle serie TV, i cui astri sono in repentina ascesa, il dibattito sulla tv spazzatura si è decisamente mitigato. Sparito dal baricentro delle tendenze più diffuse e quindi più allarmanti. L’espressione tv spazzatura è stata ideata dai media, dalla critica, dalla stampa, e traduce la parola di matrice statunitense “trash” che significa immondizia o scarto. Infatti molti ritengono che i programmi televisivi etichettati come “spazzatura” o “trash” possano essere descritti come autentici scarti immateriali, prodotti grezzi, gretti, dal valore quasi nullo. La tv, in un’era che si evolve (o involve) a ritmi vertiginosi, è seguita meno ossessivamente di un decennio fa. Oggi si tenta di tenere bambini e adolescenti non tanto distanti da essa quanto dalla dimensione narcotizzante e letale di tablet, pc, smartphone. Nonostante questo, il problema non può ritenersi risolto, ma solo temporaneamente archiviato. È ancora necessario chiedersi cosa rende un programma televisivo “spazzatura” e perché si è ugualmente, o a maggior ragione, indotti a seguirlo con avidità? Dal momento che continuiamo a bombardare i nostri sopracitati momenti da coma, vuoti e cechi con il rumoreggiare assordante del trash, con reality show miseramente privi di qualsiasi contenuto, in cui troneggia fieramente l’assenza di essenza, talento e libero pensiero, è ancora assolutamente necessario chiederselo. Per citare un esempio tra tanti, lunedì 11 settembre è andata in onda la prima puntata del Grande fratello Vip 2, che ha tenuto incollati al piccolo schermo 4,5 milioni di telespettatori, soprattutto giovanissimi. Un tristissimo tripudio di luoghi comuni, sfacciata esibizione e povertà di valori che continua ad attrarre inspiegabilmente. Ma in realtà, una spiegazione c’è. Quello che attrae è l’anestesia: si guardano programmi che non richiedono il faticoso atto del pensare. Ci si deve solo far trascinare comodamente da mode effimere, dal sistema di pensiero dominante, da un genere di tv messo lì appositamente per distogliere le persone. Distoglierle da cosa? Da quello che non si può dire. Da problematiche reali, da loro stesse, da un mondo impegnativo perché bisognoso di cure. È facile piantarsi dinanzi al trash, sgranocchiare patatine e lasciarsi “drogare” da un circo coloratissimo di personaggi narcisisti, stereotipati e truccatissimi. C’è poco da fare: i “vip” piacciono proprio per il loro essere “very important person” grazie a nessun motivo al mondo. Una trappola ordita sapientemente dagli dèi della comunicazione, del commercio, del marketing a discapito dei telespettatori. Pomeriggio 5, Uomini e donne, Geordie shore, Ciao Darwin… pochi nomi […]

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Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento. Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura. Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni. L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio. Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela. Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi. Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato […]

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Modelle e rivoluzione: il volto della moda che cambia

Diceva Albert Camus che «la rivoluzione consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora»: la verità di ogni circostanza, anche (e soprattutto) quando si parla di moda e modelle. Quel cambiamento che tanto spaventa, il nemico che nasce dalla minoranza, da chi non parla, ma sussurra: qualunque cosa voglia esistere e resistere deve cercare il compromesso col nuovo che rompe gli schemi, che cambia le regole del gioco. È la regola aurea della metamorfosi: partire dalla regola per ambire all’eccezione. Il regno in cui il canone è sovrano è ovviamente quello dell’esteriorità, dell’estetica e della bellezza. Le passerelle e i cartelloni pubblicitari vengono riempiti di volti perfettamente simmetrici e corpi statuari, imponendo (perché di imposizione si può parlare ogni volta in cui il bello è ciò che dice la pubblicità e il brutto è tutto quello che ne resta fuori) parametri di valutazione che ci rendono così duri con noi stessi. eAd infondere coraggio agli esclusi, a chi cerca una bellezza più vicina alla propria e a chi ne vuole una che baci ogni diversità, provvedono le modelle della rivoluzione: donne coraggiose, donne della minoranza che fanno forza sul bello più vero che appartiene loro per condividerlo, moltiplicarlo, lasciarlo vivere erodendo gli schemi. La vita, ormai, splende fuori dalla regola, lo schema fa soltanto ombra. La rivoluzione modelle che hanno sfidato gli stereotipi: l’eccezione contro la regola Il faro rappresentato dall’entrata in scena delle modelle curvy non è che la prima pietra di una rivoluzione che sta cambiando il volto della moda dall’interno. Tanto discussa è stata, ad esempio, negli ultimi tempi la figura di Melanie Gaydos, affetta da displasia ectodermica: non una singola malattia, ma un insieme di problematiche fisiche derivanti da anomalie strutturali dell’ectoderma che impediscono la crescita di denti, unghie, cartilagine ed ossa. Melanie è calva (a causa dell’alopecia congenita) e quasi del tutto ciec, ha un viso che di convenzionale ha ben poco: eppure gli scatti dall’atmosfera magica, fantastica, di Eugenio Recuenco e poi la partecipazione al video musicale della band metal Rammstein, “Mein Herz Brennt”, l’hanno introdotta e consacrata proprio in quel mondo di luci e champagne. Seguitissima è stata anche la polemica che ha coinvolto il noto brand di intimo Victoria’s secret e Rain Dove, modella cisgender o, in altre parole, eclettica: una donna che ha saputo adattare i suoi tratti androgini per servizi e sfilate tanto maschili quanto femminili. Dopo aver posato per Vogue, Elle e Vanity Fair, Rain Dove si è sentita definire “troppo mascolina” per gli standard dei sensualissimi angeli di Victoria: un carattere imponente come il suo come avrebbe potuto fermarsi innanzi ad uno stereotipo? Innanzi ad un ostacolo così banale? Sfida, così, il mondo tradizionalista e conservatore della moda ricreando le stesse pose in cui vengono normalmente ritratte le modelle di Victoria’s secret: poco desiderabile le hanno detto, ribelle ha risposto. Come non inserire nell’elenco delle belle della rivolta Chantelle Brown-Young, meglio conosciuta come Winnie Harlow, la modella con la vitiligine protagonista del fortunato spot pubblicitario della Desigual. Attivista e […]

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Nasce Kaleydoskop, rivista italiana interamente dedicata alla Turchia

Kaleydoskop è il termine turco per caleidoscopio, uno strumento all’interno del quale piccoli oggetti colorati si trovano posti alla rinfusa, e grazie a un sistema di specchi danno vita a immagini simmetriche sempre differenti, che mutano in modo imprevedibile al movimento di ogni singolo, piccolo oggetto. Ognuno di questi piccoli oggetti colorati potrebbe rappresentare un’anima della vivace, ampia e molteplice società turca. Kaleydoskop è una rivista indipendente che si propone di descrivere in senso ampio tutto ciò che avviene nella vita culturale e sociale della Turchia, un paese che, negli ultimi tempi, spesso viene prepotentemente proiettato all’interno delle nostre case tramite tv e giornali, ma la cui rappresentazione, altrettanto spesso, si trova schiacciata esclusivamente tra fatti di politica e di cronaca. Ma la Turchia non è soltanto questo, la Turchia non è soltanto Erdoğan, non è soltanto la repressione, non è soltanto una serie di crisi politiche. La Turchia è una vastissima pluralità di culture e attività culturali i cui frutti si impongono e resistono alla tendenza omologatrice del potere centrale, una società multi-etnica, multi-linguistica, multi-religiosa. E Kaleydoskop vuole raccontare questa molteplicità, concentrandosi sulla “vita culturale e sociale della Turchia, parlando di mostre, di fenomeni culturali, di iniziative, di produzioni musicali, di film, letteratura, storie che raccontano il rapporto con il presente e con il passato, di esperimenti urbani che provano l’esistenza di una società dinamica, attiva, estremamente variegata”. Un crowdfunding per sostenere l’ambizioso progetto di Kaleydoskop Il progetto nasce da un’idea di Lea Nocera, studiosa di Turchia contemporanea e insegnante di Lingua e Letteratura Turca all’Università Orientale di Napoli, autrice di diversi testi sulla storia della Turchia e collaboratrice o coordinatrice di numerose riviste e trasmissioni radiofoniche. Alla realizzazione del progetto contribuiscono inoltre quattro studiose – Fazıla Mat, Valentina Marcella, Giulia Ansaldo e Carlotta De Sanctis – che da anni si occupano di Turchia da diverse angolazioni, parlano correntemente turco e trascorrono regolarmente periodi anche lunghi nel paese. Kaleydoskop è “un progetto che si sviluppa principalmente su un lavoro redazionale di base volontario”: è per questo motivo che è stato lanciato un crowdfunding, per coprire le ingenti spese amministrative, legali e di produzione che sottendono il lancio di una rivista così ambiziosa priva di finanziamenti esterni. Sarà possibile contribuire con una donazione fino al 31 luglio, e sono previste ricompense per chiunque deciderà di partecipare. Le relazioni tra i popoli abitanti quei territori che noi oggi conosciamo come Italia e Turchia si perdono nei secoli. Emblematica è la storia di Galata, quartiere situato nel cuore della zona più turistica di Istanbul, che fu una colonia genovese dal 1268 fino alla fine del XV secolo. L’omonima torre, figura imprescindibile dello skyline cittadino, dalla quale si può godere di un panorama spettacolare sul Corno D’Oro, faceva parte delle fortificazioni della cittadella genovese e si è conservata in buona parte immutata fino ai giorni nostri. Così come dalla la torre si può spaziare con lo sguardo su Istanbul, Kaleydoskop ci permette di spaziare su tutta la Turchia, da Izmir fino a Trabzon, da […]

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Chiude YouTube-MP3, baluardo dello stream-ripping

È ufficiale: gli oppositori della pirateria online hanno un nuovo nemico da combattere, ovvero i convertitori MP3. Il primo a essere chiuso è stato il famosissimo YouTube-MP3, utilizzato quotidianamente da una vasta quantità di utenti. Si tratta, probabilmente, della prima di una potenzialmente lunga lista di “vittime”. Cos’èra YouTube-MP3? YouTube-MP3 era uno dei tanti siti detti “convertitori” che metteva a disposizione un funzione gratuita di stream-ripping, cioè di estrazione audio da un video di YouTube. Il processo di conversione era composto da pochissimi passaggi: l’utente doveva solo copiare il link dal video di YouTube del quale desiderava ricavare l’audio, poi incollarlo nella barra di YouTube-MP3 e il sito in pochissimi secondi era in grado di restituire il file in formato MP3. Non solo videoclip musicali, ma qualsiasi altra tipologia di video presente su YouTube era convertibile in file musicale grazie a questa semplice funzione, con l’unica eccezione di video eccessivamente lunghi. Il sito, come è facile intuire, grazie alla possibilità di ricavare musica gratis e alla rapidità dei tempi di conversione, arrivava a ricevere milioni di visite ogni giorno. Il Music Consumer Insight Report commissionato dalla IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) ha riportato che quasi il 50% degli intervistati ha ammesso di aver utilizzato il sistema di conversione offerto dai convertitori online. YouTube-MP3 e le case discografiche L’uso smodato di questa funzione non è però riuscito a passare inosservato. Da più di un anno molte principali case discografiche (affiancate da alcune etichette indipendenti) lamentavano questa “concorrenza sleale”, considerando il convertitore un veicolo per una violazione di copyright su larga scala. Il sito è rimasto attivo fino al 5 agosto di quest’anno quando, in seguito a un accordo extragiudiziale, ne è stata stabilita definitivamente la chiusura. Philip Matesanz, giovane creatore del sito, dovrà pagare alle case discografiche in questione una cifra segreta e dovrà impegnarsi a non sviluppare nessun altro sito con le medesime funzioni di YouTube-MP3. Con ogni probabilità la guerra ai convertitori non finirà qua. A pagare un caro prezzo, tuttavia, non saranno solo i creatori di questi siti web. Se infatti, sotto un punto di vista legale, è giusto che l’industria discografica difenda le proprie creazioni, dall’altro a essere penalizzati saranno anche i piccoli content creator privi di qualsiasi contratto discografico che, in caso di un’ipotetica rimozione di tutti i convertitori MP3, dovranno necessariamente allegare un link di download in ogni loro video per permettere agli utenti di scaricare i propri contenuti.

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ReplyASAP, l’app che ti costringe a rispondere

Il suo nome è ReplyASAP ed è l’applicazione destinata a diventare l’incubo di ogni adolescente. Si tratta del parto della mente di un padre ansioso, stanco che il figlio tredicenne non rispondesse mai a telefono. Si presenta come una normalissima app di messaggistica scaricabile gratuitamente (anche se soggetta ad abbonamento). In realtà ReplyASAP è molto di più: l’app è strutturata in modo che i messaggi giungano al destinatario anche se il telefono è impostato su “silenzioso”, bloccandone ogni funzionalità – oltre a fare un gran rumore – fino a che il ricevente non risponde. In questo modo si potrà dire addio alla scusa “non ho sentito il telefono”, ed i genitori saranno in grado di rintracciare i figli in ogni momento. Ma non solo. Per quanto l’idea sia sicuramente geniale o molto utile per tenere d’occhio gli adolescenti, presenta comunque delle possibilità di degenerazione. Dando un’occhiata alla pagina ufficiale, si nota che ci sono diversi abbonamenti possibili. Se l’abbonamento “bronze” e quello “silver” vengono descritti come strumenti per tenere d’occhio la propria famiglia, non è lo stesso per gli altri. Gli abbonamenti “gold” e “platinum” destano infatti qualche preoccupazione. Sono segnalati come molto utili per poter mandare messaggi “inignorabili” a famiglia, amici, e addirittura dipendenti lavorativi. Che sia la fine della privacy per chiunque? ReplyASAP, strumento di protezione o di controllo eccessivo? Si immagini la situazione di partner maniaci del controllo, dirigenti tiranni e quant’altro: se l’abbonamento è sì a pagamento, una volta pagato questo mandare messaggi è totalmente gratuito. Chi garantisce allora che gli acquirenti non abusino di questo strumento? Cancellare ReplyASAP, qualora diventasse estremamente fastidiosa, è sicuramente un’opzione, ma anche in quel caso coloro che possono mandarti messaggi saranno avvisati con una notifica. Sembra che da questa forma di controllo non si possa scappare e, se questo è in parte giusto nei confronti di adolescenti alle prime prese con il mondo (ma non hanno anche loro bisogno della loro privacy, in fondo?), diventa però totalmente assurdo quando si parla di persone ormai adulte. Che l’essere reperibili in ogni momento, qualunque cosa si stia facendo, rischi di diventare un requisito essenziale nei colloqui per le assunzioni? Con il costo di soli £12.99 un datore di lavoro potrà mandare messaggi a ben 20 dipendenti, ed essi saranno costretti a rispondere a qualunque ora del giorno e della notte. Pena: l’impossibilità di silenziare la notifica e di utilizzare il proprio smartphone. Resta sempre l’ultima opzione, quella più semplice e più antica: spegnere il cellulare. Ma anche in quel caso, i maniaci del controllo che scaricheranno quest’app accetteranno la sconfitta?

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Glossario tecnico su Android

Android è il sistema operativo installato sul 60% circa degli smartphone e spesso si sentono termini ad esso legati dei quali non si conosce il significato, come root, OTA, recovery, flash. Facciamo un po’ di chiarezza sui termini più oscuri con questo glossario. Attenzione: alcune procedure qui descritte possono danneggiare, anche irreversibilmente gli smartphone o invalidarne la garanzia. Nel caso decidiate di approfondire e metterle in pratica è a vostro esclusivo rischio e pericolo. Android: il glossario * ADB: strumento incluso in Android Studio, nello specifico serve ad inviare comandi allo smartphone. * Android: è un sistema operativo, del codice che gestisce l’hardware dello smartphone (ormai un vero pc in miniatura) e permette di eseguire dei programmi su di esso. * Android Studio: insieme di software per creare software per Android e fare debug, individuazione e risoluzione di difetti nei software in sviluppo. * Bootloader: software che gestisce l’avvio del telefono. Permette avvio normale, in Fastboot Mode, in Recovery Mode. * Brick: condizione di telefono che è incorso in problemi, solitamente software, tali da renderlo inutilizzabile in modo potenzialmente definitivo. * Driver: software necessario per la corretta comunicazione tra pc e smartphone. * Fastboot Mode: modalità nella quale si possono inviare dei comandi da un pc ad un telefono ad esso collegato via cavo. Richiede l’installazione di Android Studio. * Factory Mode: modalità nella quale si possono effettuare test sull’hardware, ottenere informazioni o cancellare la memoria del telefono. È utilizzata nelle fabbriche a scopo di test, di solito è solo in cinese, è vivamente sconsigliato mettervi mano. * Firmware: insieme di tutto il software installato sullo smartphone: sistema operativo, recovery e parte dedicata alla gestione dell’hardware. * Flash: installazione di una Rom su di un telefono tramite ADB e Fastboot Mode. * Modding: creazione ed uso di software modificato. Ad esempio: installazione di versioni modificate di Android, acquisizione dei privilegi di root. * OTA: Over The Air, aggiornamento del firmware del telefono, distribuito dal produttore. Permette di aggiornare il sistema senza cancellare i dati o usare la Recovery Mode. Prima di effettuarne è comunque d’obbligo un backup. * OTG: On The Go, dispositivi e software che permettono di collegare allo smartphone periferiche quali tastiere e chiavi usb. * Recovery Mode: modalità dello smartphone da utilizzare in caso di problemi. Permette di fare e caricare backup, riportare il telefono alle impostazioni di fabbrica, effettuare aggiornamenti. * ROM: termine usato impropriamente che indica i file per installare una certa versione di Android sul telefono. Può essere una versione modificata con i privilegi di root già attivati, interfaccia riprogettata o altre differenze dalle versioni di Android ufficiali. Si vedano alcuni esempi qui. Normalmente in informatica indica una Read Only Memory, memoria di sola lettura. * Root: utente che ha il controllo totale del sistema operativo e può eseguire ogni tipo di operazione. Su Android di norma non è presente un utente root per motivi di sicurezza poiché un utente root e le app da esso eseguite possono impartire ogni comando, anche dannoso, allo […]

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Ataribox: il ritorno dell’Atari

Negli anni ’70 e ’80 la Atari era una delle compagnie più importanti nell’ambito di computer e videogiochi. Tra i suoi prodotti più famosi vi sono l’Atari 2600, una delle prime console per videogiochi ad avere un’ampia diffusione, e l’Atari ST, serie di personal computer. In quegli anni ha segnato la storia del mercato dei videogiochi, ma a partire dagli anni ’90 è iniziato il declino. Una serie di investimenti andati male seguiti da vari passaggi di proprietà hanno portato l’Atari ad occupare oggi un ruolo marginale. Questo potrebbe cambiare con l’annuncio di un nuovo prodotto, l’Ataribox. Ataribox, console evanescente L’Atari ha annunciato che ritornerà sul mercato delle console con l’Ataribox, di cui però al momento non si sa quasi niente. Le uniche informazioni disponibili, ricavabili dalla newsletter ufficiale, sono relative a due versioni della console, una delle quali richiama la vecchia 2600. Si sa, inoltre, che l’Ataribox avrà una connessione HDMI, 4 porte USB ed un lettore di schede SD. Altra notizia ufficiale è che probabilmente la produzione della console, quando avrà inizio, sarà finanziata con una campagna di crowdfunding. Le informazioni sicuramente non sono molte, si passa poi alle congetture. Partiamo dall’hardware: per alcuni sarà una console in grado di rivaleggiare con Playstation 4 e Xbox One, per altri sarà più orientata verso il retrogaming (l’utilizzo di videogiochi vintage). Sicuramente sfrutta lo stesso filone “nostalgico” già usato ad esempio dalla Nintendo con le riedizioni di NES e SNES, console anni ’90 della società giapponese. Stesso ragionamento per i giochi disponibili: dalle poche notizie rilasciate si evince che la produzione sarà incentrata su riedizioni dei giochi “classici” anche se saranno disponibili titoli moderni, ma non sono stati diffusi esempi né in un caso né nell’altro. Ovviamente non sono stati annunciati data e prezzo di lancio e probabilmente nel prossimo futuro non si avranno altre notizie a proposito dell’Ataribox. Vista questa mancanza di dettagli si può pensare che, nonostante gli articoli ottimisti circolanti, finora l’Ataribox esiste solo come operazione di marketing, sospetto aumentato dal fatto che nessuno l’ha vista realizzata. Le uniche prove dell’esistenza della console sono infatti delle immagini che ne mostrano solo l’esterno e potrebbero essere solo delle “scatole” vuote. Nessuna software house ha affermato di star producendo giochi per l’Ataribox, e del resto non è possibile nemmeno volendo, dato che non sono state pubblicate le specifiche da rispettare ed i software da usare per creare giochi per la console. Se così fosse la pubblicità fatta finora all’Ataribox sarebbe un modo per capire se si tratta di un affare realizzabile e redditizio. Il sospetto diventa certezza quando nei comunicati stampa ufficiali si legge che “Le groupe Atari a annoncé la « (…) préparation d’une campagne de relations publiques et de crowdfunding pour tester la viabilité d’un nouveau produit hardware pour les jeux vidéo ». Le Groupe a depuis diffusé une vidéo dévoilant un premier design de ce nouveau produit, dont les fonctionnalités et les caractéristiques techniques seront annoncées selon l’avancement des travaux.”. Tradotto e sintetizzato significa proprio che […]

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Libri

Libri

La rinascita delle città-stato, il nuovo libro di Parag Khanna

La rinascita delle città-stato: come governare il mondo al tempo della devolution, pubblicato il 14 Settembre da Fazi Editore , è l’ultimo libro di Parag Khanna, scrittore ed esperto di geo-politica internazionale. La Rinascita delle città-stato, la necessità di una tecnocrazia diretta L’autore statunitense di origine indiana inizia la sua analisi dall’attuale situazione politica americana, ai minimi consensi storici e afflitta da un astensionismo dal voto sempre più diffuso. Sintomi di anni di governi impegnati a somministrare palliativi per confermarsi nelle sempre più dure e economicamente dispendiose campagne elettorali, piuttosto che nell’attuare serie politiche sociali e piani di sviluppo a lungo termine. Conseguenze di governi che hanno fomentato corruzione e clientelismo, trasformando la politica in un obbiettivo da conquistare e non in un mezzo attraverso il quale guidare il proprio paese. L’attuale condizione americana – che può benissimo essere paragonata a quella di altre democrazie occidentali, dove i diritti individuali sono ancora garantiti, ma le istituzioni non riescono a trasformare la volontà popolare in politiche pubbliche – può essere risollevata, secondo Khanna, attraverso la realizzazione di nuovi apparati amministrativi guidati da schiere di esperti e competenti tecnocrati scelti con meritocrazia. La soluzione proposta da Parag non è però astratta e concettosa, anzi, risulta decisamente pragmatica e concreta. Il compito più importante della tecnocrazia diretta è quello di coniugare i dati, quantitativi e qualitativi, e la democrazia per evitare le “austere” svolte create da molti governi tecnici negli ultimi anni. La democrazia deve essere lo strumento attraverso il quale interpretare e, nel caso, colmare le lacune dei dati per poter raggiungere i due soli obbiettivi ritenuti di vitale importanza per Khanna: un’efficace governance e il miglioramento del benessere di un paese. La rinascita delle città-stato, esempi e modelli da seguire Le proposte e le tesi proposte dall’autore vengono puntualmente supportate dai dati raccolti durante i suoi decennali studi ma anche da modelli politici attualmente esistenti. Le vere alternative da cui trarre importanti spunti sono costituite da due stati, due piccolissimi stati: la Svizzera e Singapore. Due paesi in cima a tutte le classifiche riguardanti salute, occupazione, ricchezza e bassa corruzione grazie all’operato di solide e articolate strutture tecnocratiche. Lo sguardo di Parag è molto ampio e allo stesso tempo meticoloso, non si limita all’osservazione di due soli stati ma spazia su tutto il globo, evidenziando anche soltanto dei singoli elementi di alcuni paesi dai quali gli Stati Uniti potrebbero trarre ispirazione. Non senza le dovute premesse e gli opportuni scongiuri, infatti, mette in risalto elementi di paesi molto contraddittori come la Cina. Il libro, nonostante la tecnicità degli argomenti trattati, risulta godibilissimo. Parag Khanna riesce, attraverso un linguaggio privo di fronzoli, a conciliare- non sempre- l’efficacia del messaggio alla perizia tecnica richiesta dall’argomento. È un libro che offre tantissimi spunti di riflessione su quelli che potrebbero essere gli scenari futuri e i percorsi da seguire per tante democrazie occidentali, responsabilizzandoci, in fondo, su quella che dovrà essere l’arma principale dei prossimi governi: l’istruzione.

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Tutto cambia, l’ultimo episodio della saga dei Cazalet

Siamo arrivati all’ultimo episodio della saga dei Cazalet. Tutto cambia è il titolo di chiusura di un’avventura lunga cinque libri (i precedenti: Gli anni della leggerezza, Il tempo dell’attesa, Confusione, Allontanarsi), un’avventura composta da piccole emozioni e lievi sussulti dell’animo. E davvero è cambiato tutto dall’ultima volta in cui abbiamo fatto conoscenza dei vari personaggi. Il volume sarà disponibile nelle librerie a partire dal 18 settembre, edito dalla Fazi Editore, e lascerà un sapore agrodolce sulla bocca dei lettori, così avidi di saziarsi con le parole della Howard.  Tutto cambia con Elizabeth Jane Howard La guerra ormai è un ricordo lontano, ci si avvia lentamente verso gli anni Sessanta, quando il benessere e la ricchezza esplodono all’improvviso e portano una ventata di nuove possibilità. Anche la famiglia Cazalet sperimenta questo nuovo clima di ottimismo e ritrovata serenità. Alcuni dei membri più vecchi lasceranno il posto alla nuova generazione di rampolli. Il tempo è passato: i piccoli sono diventati adulti, gli adulti sono diventati anziani. Tutto cambia, tutto sembra essere in continua evoluzione. Polly e Clary si sposano, si creano una famiglia e riescono a trovare nel loro lavoro e nelle loro occupazioni il senso della loro intera vita. Le inclinazioni che avevano da piccole adesso sembrano sbocciare come rose dai colori intensi e tra alti e bassi impareranno ad apprezzare ciò che la vita ha da donare. Louise, invece, reduce da un matrimonio fallito e da una carriera d’attrice stroncata, sembra non riuscire ancora a trovare la propria strada e intrattiene rapporti occasionali con un uomo già sposato. Personaggi che inizialmente erano di secondo piano, adesso trovano una nuova voce ai loro pensieri e alle loro emozioni e diventano essenziali nell’intreccio della storia. Gli adulti in particolare, continuano a esperire situazioni ed emozioni caleidoscopiche, causate, in particolar modo, da una vera e propria catastrofe che si abbatterà sulla famiglia. Ma anche nelle situazioni cruciali e drammatiche i Cazalet riescono a barcamenarsi per uscire a testa alta e con dignità e, anzi, per ricavare da ciò addirittura un nuovo spirito vitale che li sospinge verso altri porti, più belli e confortevoli. Insomma, anche stavolta la Howard non delude e mette insieme più di 600 pagine intense, necessariamente dolorose delle volte, poeticamente intense delle altre e ci insegna che la vita ci offrire numerose possibilità anche quando il terreno molto spesso sembra sterile e che, se si guarda con attenzione, si può trovare la luce anche nel buio più totale. La speranza, la forza, la tenacia e la sensibilità, l’accettazione di sé e degli altri, il compromesso, la volontà, l’amore e la più nera solitudine vergano ogni singola pagina di questa epopea familiare che difficilmente si dimentica. Leggerla non è mai una perdita di tempo, equivale piuttosto ad imparare a comprendere i moti dell’anima di ognuno di noi. 

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Libri

Non ditelo allo scrittore: l’ultimo romanzo di Alice Basso

“Non ditelo allo scrittore” (Garzanti, 2017) è l’ultimo romanzo della scrittrice Alice Basso. Arguto e frizzante, “Non ditelo allo scrittore” torna a raccontarci le avventure di Vani (Silvana) Sarca, già protagonista dei precedenti “Scrivere è un mestiere pericoloso” (2016) e “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (2015), tutti editi da Garzanti. Vani Sarca è una persona fortemente empatica: riesce a comprendere in pochi minuti la personalità di chi le sta di fronte; ciò le permette di svolgere in maniera impeccabile il suo lavoro, la ghostwriter per una casa editrice, ovvero di scrivere libri a nome di altri. Grazie a questa sua qualità, Vani collabora a tempo perso anche con la polizia, in particolare con il commissario Berganza con il quale ha instaurato un gran bel feeling. Ma “empatia” non significa “simpatia”: Vani è una persona complicata: non ama stare con gli altri, si veste sempre di nero e conserva un atteggiamento cinico nei riguardi del mondo. In “Non ditelo allo scrittore” Vani si trova alle prese con una situazione complicata: la casa editrice dove lavora viene a sapere che l’autore di uno dei libri più conosciuti di tutti i tempi in realtà è un ghostwriter, proprio come lei. A Vani l’ingrato compito di capirne l’identità prima e di renderlo un buon oratore dopo. La polizia, invece, si trova alle prese con Mastrofanti, uno dei più pericolosi criminali di Torino e che si scopre, nonostante sia agli arresti domiciliari, riesca ancora a manovrare i traffici malavitosi della città. Vani viene coinvolta nel caso e, malgrado non sia un poliziotto, riuscirà addirittura a salvare la vita al commissario. Questo caso farà tornare Vani indietro nel tempo, a quando era una studentessa e amava le lezioni del professor Reale su “Paradise Lost” di John Milton. La protagonista di “Non ditelo allo scrittore” “Non ditelo allo scrittore” non delude le aspettative dei lettori: così come i romanzi precedenti è ben scritto, piacevolissimo da leggere, soprattutto grazie alla caratterizzazione della protagonista e all’arguta personalità di Vani.  Si tratta di un personaggio sui generis: è poco simpatica, ostile nei confronti degli altri per definizione (“Un bar è un’aberrazione della società incivile che vuole che degli esseri umani che si ritrovano a meno di un metro di distanza da dei perfetti estranei si sentano a loro agio tanto da scambiarsi confidenze. Io non voglio sentire le confidenze nemmeno della gente che conosco. Figuriamoci quelle di due estranee. Figuriamoci quelle di due estranee ventenni”.) e anche un po’ presuntuosa (“Perché io sono Una che Capisce”). Allo stesso tempo, però, Vani è una persona di un’intelligenza rara che, dietro la scorza dura, nasconde una personalità che ha sempre trovato difficoltà a trovare un posto nel mondo, già da quando era un’ adolescente.        

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Libri

La figlia perfetta, un romanzo di Amanda Prowse

La figlia perfetta è uno dei tanti bestseller della prolifica autrice britannica Amanda Prowse pubblicato in Italia da Newton Compton Editori. A narrare i fatti in esso contenuti è Jacqueline “Jacks” Morgan, casalinga trentaseienne, moglie di Peter e madre di Martha e Jonty. La trama si intreccia su due diversi livelli temporali: il passato e il presente. Nei capitoli dedicati a 19 anni prima, il lettore fa la conoscenza di una giovane Jacqueline in procinto di terminare il liceo e con tanti sogni da realizzare. Primo fra tutti, quello di andarsene dalla monotona e provinciale cittadina balneare inglese di Weston-super-Mare insieme al suo primo amore, il coetaneo di origini svedesi Sven. Nelle parti in cui Jacks parla del presente, la si ritrova insoddisfatta, incastrata in una vita fatta di responsabilità familiari – oltre a dover far quadrare i conti con i pochi soldi a disposizione, deve anche prendersi cura della madre Ida affetta da demenza senile – e di rimpianti. Per tutte queste ragioni, la protagonista proietta sulla sua primogenita le vecchie ambizioni mai dimenticate di realizzazione e riscatto di quanto è mancato a lei convincendosi che, soltanto in questo modo, tutti i sacrifici fatti non saranno stati vani. Jacks, però, non ha messo in conto che Martha, la sua figlia perfetta, ha una volontà propria così come dei desideri con i quali, complici gli avvenimenti, l’intera famiglia sarà costretta a fare i conti. La figlia perfetta, un viaggio introspettivo lungo una vita Attraverso il personaggio di Jacks e la sua storia personale prima e familiare poi, Amanda Prowse accompagna il lettore in un viaggio introspettivo che lo coinvolge sin dalle prime pagine del romanzo fino alla sua conclusione. Le reazioni emozionali che ne conseguono, dalla gioia alla tristezza, dalla comprensione all’incomprensione, dal compatimento all’insofferenza, hanno come fine ultimo quello della riflessione. Riflessione sugli errori commessi, sul rapporto genitori-figli, sulle implicazioni connesse alla malattia di una persona cara, sull’imprevedibilità degli eventi e, più rilevante fra tutti, sull’importanza del rendersi conto e apprezzare ciò che di buono e prezioso si ha avuto la fortuna di avere nella propria vita. L’autrice, grazie a una trama ben costruita, a uno stile semplice e scorrevole e a dei personaggi diversi l’uno dall’altro ma dalle peculiarità e dai caratteri che ben si amalgamano arrivando a compensarsi e completarsi, ha raggiunto il suo scopo: creare un’opera accattivante e toccante dove largo spazio è dato al ruolo predominante degli affetti e dei sentimenti. La figlia perfetta è un romanzo commovente il cui principale punto di forza è rappresentato dal ruolo fondamentale che vi occupa la felicità; una felicità che non è necessariamente connessa a una persona o a una situazione o condizione perfetta ma che è spesso racchiusa proprio nelle imperfezioni di cui la nostra esistenza è piena e aspetta soltanto di essere da noi riconosciuta per darle così senso, un duraturo, vero e pieno senso.

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Napoli & Dintorni

Food

Salotto Fame, per gustare panini gourmet di qualità

Risalta come un piccolo gioiello nella città di San Vitaliano, l’hamburgeria-braceria “Salotto Fame“, che propone prodotti di qualità ottenuti con ingredienti naturali abbinati a birre e vini italiani. Inaugurato il 30 agosto, ha proposto ieri una serata dedicata alla stampa, durante la quale lo chef ha dato prova di sé sorprendendo i presenti. Un progetto nato dall’amore dei due proprietari, coniugi, Lucia Esposito e Felice Ragosta, che condividono la passione per la ristorazione e il desiderio di offrire ai propri clienti un’esperienza unica in un ambiente rilassante e familiare. Salotto Fame, il “salotto” dove la qualità è di casa Un locale piccolo – con 65 coperti fissi – ma arioso, un design che gioca tra l’industriale e il minimal, fresco e moderno accoglie i propri “ospiti” come un vero e proprio salotto. L’intenzione è quella di far sentire il cliente a casa e di offrirgli un posto dove potersi sentire rassicurato dalla qualità dei prodotti offerti, e coccolato dalle tante piccole attenzioni che il personale garantisce. La cura nel dettaglio risalta anche dal simpatico menù che, trovandosi in un salotto, non poteva che essere un giornale: nasce così il “menews”, il giornale del salotto dove è possibile trovare le diverse pietanze proposte. Fiore all’occhiello del “Salotto Fame” è la qualità delle materie prime e la lavorazione artigianale. Non a caso Felice Ragosta vanta un curriculum di tutto prestigio, avendo lavorato in diversi ristoranti francesi e alla corte degli, ormai noti, chef stellati Carlo Cracco e Antonino Cannavacciuolo. Così nel suo ristorante riversa l’esperienza acquisita e propone molti panini gourmet osando anche inusuali associazioni di ingredienti. Il pane, preparato giornalmente, è l’americano pane bun, in una sua versione salata, con semi di sesamo e papavero ma, in nome dell’attenzione rivolta al cliente e alle diverse intolleranze alimentari, per i clienti celiaci è garantita anche la preparazione artigianale gluten-free. Uno sguardo di riguardo viene rivolto alle salse, preparate nel rispetto degli altri sapori a cui vengono associate e con sapiente maestria, così come anche i tanti topping per la guarnizione – frutti di bosco, caramello al burro salato, crema alla nocciola, crema  al pistacchio, crema al torroncino, etc. – Degno di nota nell’attenzione alla freschezza del prodotto, è che i panini variano nel corso dell’anno per adattarsi di volta in volta ai prodotti di stagione. Il menù degustativo proposto alla stampa In occasione della serata organizzata dalla stampa, sono stati offerti due panini gourmet, il rassicurante “Vesuvio” contraddistinto da prodotti campani e l’atipico “Cherry”, un’esperienza gustativa fuori dal normale quanto paradisiaca. Il “Vesuvio” è stato realizzato con i prodotti campani. Una composta di melanzane a funghetto con pacchetelle di pomodoro del piennolo DOP del Vesuvio – che adesso è possibile trovare anche in versione gialla -, fior di latte di Agerola e prosciutto cotto artigianale alle erbe di Bernardi. L’hamburger usato è quello di Fassona piemontese da 200gr, prediletto per tutti i panini per le proprietà di questa carne molto magra che, nonostante necessiti di tempi di cottura più lunghi, si mantiene molto tenera e con meno calorie. Lo […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Expò Art Polis, al PAN è in mostra la napoletanità

Al via la terza edizione della rassegna artistica Napoli Expò Art Polis, con il tema Miti Storie e Leggende della Nostra Città, dalla Magna Grecia ad oggi. L’idea è stata curata da Daniela Wollman dell’associazione CreativiAttivi. Le collaborazioni per realizzare questo grande progetto sono molte dal giornalista Luigi Necco allo lo storico e critico d’arte Gianpasquale Greco, con Bruno Cuomo per le referenze fotografiche e l’allestimento e con la direzione artistica di Alessandro Incerto. La curatrice Daniela Wollmann spiega come N.e.a.polis aggiunge una grande offerta culturale all’estate Napoletana già ricca di eventi. «La volontà è stata quella di portare in mostra la storia della Magna Grecia e di Napoli in particolare. Napoli Expò Art Polis ha come grande obiettivo quello di dare visibilità agli artisti napoletani. Abbiamo voluto mettere insieme la ricchezza artistica della nostra città, partendo dal mito di Partenope per arrivare allo sfottò di Patanè nei confronti del Calcio Napoli. Tutto quello che identifica il napoletano, dal sacro al profano, è in mostra nelle sale del PAN». Nella grande collettiva, per la qualità dei lavori, ad alcuni artisti presentano una loro personale, un grande valore aggiunto che sottolinea il grande livello qualitativo delle opere in mostra. «Gli artisti in mostra sono tanti, più di settanta! A qualcuno di loro è stato dedicato più spazio. Salvatore Ciaurro con cinque temi con i quali costruisce i suoi percorsi visivi e Francesco Verio con le sue opere di omaggio a Totò. In una delle sale è possibile trovare inoltre il “libero autodidatta” Pasquale Manzo che con il suo circo dei Pucinovo gioca con il carattere rivoluzionario della maschera napoletana e la sua ricerca dell’essere per elevarsi con leggerezza». Tra gli artisti che sicuramente suscitano più interesse e curiosità, al Napoli Expò Art Polis è in mostra Edoardo Bennato. Pochi conoscono l’architetto/musicista anche per le sue produzione nel campo dell’arte figurativa. «Edoardo Bennato è un artista eclettico che qui ha presentato una serie dai suoi lavori degli anni ’80, tra le quali la copertina de “La Torre di Babele“. Tra  più recenti dell’artista ci sono due opere della serie “In Cammino” dedicato al fenomeno dei migranti. In occasione di una prossima personale al Napoli Expò Art Polis è in mostra Adele Ceraudo, Lady Bic, che presenta un suo lavoro con il quale tocca il tema delle donne violate». La possibilità di accedere a Napoli Expò Art Polis è stata data a chiunque ha avuto la volontà di mettersi in gioco sottoponendo il proprio lavoro all’associazione CreativiAttivi. «Napoli Expò Art Polis è anche una vetrina che dà grande visibilità a chi riesce ad essere selezionato per parteciparvi. Numerosi sono gli artisti che grazie a quest’iniziativa hanno avuto la possibilità di crescere». «Il lavoro dei CreativiAttivi non si ferma mai. Dal 26 settembre al 1 ottobre sarà esposta Napoli Arte e Rivoluzione dove tutte le rivolte di Napoli, da Masaniello ad oggi, saranno le protagoniste dei progetti che gli artisti potranno presentare fino al 15 settembre». Oltre all’esposizione con in mostra 72 artisti fino al 26 agosto, […]

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Mojoca Festival, colore e passione a Moio della Civitella

Dal 4 al 5 agosto 2017 si terrà l’undicesima edizione del Mojoca Festival. Il festival degli artisti di strada ogni anno allieta le serate del piccolo comune di Moio della Civitella (SA) con grandi e validi spettacoli. Durante il primo fine settimana di agosto interverranno oltre cento artisti, circa trenta spettacoli si susseguiranno in contemporanea e saranno a titolo gratuito. Dalle 21.00 alle 2.00 di ognuna delle tre serate sono previste le performance che animeranno vie, vicoli e piazze. (MAPPA MOJOCA FESTIVAL) Un unico grande festival sotto le stelle per riuscire a dar il miglior benvenuto a chi si appresterà a raggiungere il paese poco distante da Vallo della Lucania. Ogni anno il Mojoca riesce ad attrarre nel piccolo borgo circa 35mila spettatori. Ogni attività si svolge nel rispetto dell’area. tutto nella più completa sintonia con il luogo. Durante le giornate del festival vengono infatti rispettati l’ambiente e le persone con un efficiente sistema di ricezione, prevedendo anche un’ampia area campeggio.  Il termine Mojoca deriva dall’unione della parola Moio, il paese cilentano che ospita la manifestazione, e joca, che in cilentano significa gioca. Anagrammando le due parole si ottiene Mojoca, adesso gioca! L’associazione nata nel 2007  è riuscita a rendere sempre più vivo e partecipato il Mojoca Festival per riuscir a far partecipare sempre più artisti provenienti da tutto il mondo. Il Mojoca Festival ha un’organizzazione che non ha nulla da invidiare ai più grandi e noti eventi della nostra penisola. L’associazione che organizza il Mojoca Festival, organizza anche molte attività collaterali che arricchiscono i tre giorni di spettacoli. Durante le ore pomeridiane dalle, 18.00 alle 20.00, avranno luogo le attività laboratoriali attinenti alle arti di strada. Questa sezione è dedicata principalmente ai più piccoli comprende laboratori per costruire oggetti sonori, bolle giganti, giocoleria, teatro, e danze per tutti i gusti. (PROGRAMMA ufficiale) Durante le giornate del Mojoca Festival, gli spettatori potranno anche godere della fiera dedicata all’artigianato. Questo progetto è riuscito a crescere negli anni, riuscendo ad apportare alla manifestazione un grande contributo. È possibile inoltre partecipare al concorso dedicato a chi ha la passione per l’immagine. L’associazione culturale Mojoca organizza per gli appassionati di fotografia “Scatta Mojoca” (link al REGOLAMENTO DEL CONCORSO), dedicato a professionisti e non.  Per giungere a Moio della Civitella durante lo svolgimento della manifestazione, l’associazione ha messo a disposizione un servizio NAVETTA per tutte le serate del Mojoca Festival. Tra gli scopi  dell’associazione Mojoca c’è stato fin dall’inizio quello di rendere il Cilento un crocevia degli artisti di strada. Dal 2009 il Mojoca è infatti socio-promotore della FNAS, Federazione Nazionale Arte di Strada. Pochi sono gli esempi come il Mojoca che riescono a mantenere vivo un centro storico, basandosi soprattutto sul lavoro che include la gran parte dei cittadini del piccolo comune cilentano. Mojoca è un Festival partecipato per riuscir a rivitalizzare un piccolo centro storico. Una grande offerta culturale che rappresenta una strategia vincente per poter rendere Moio della Civitella un grande attrattore.

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Napoli & Dintorni

Dalisi, pensieri dai sogni. Intervista all’artista

Riccardo Dalisi è un architetto nato a Potenza il primo maggio 1931. Ha insegnato metodologia della progettazione alla facoltà di architettura di Napoli e fu il direttore della Scuola di Specializzazione in Disegno Industriale dell’Università di Napoli Federico II; è stato membro fondatore del gruppo Global Tool e di una scuola sperimentale di artigianato Arti minime. Nel 1975 diede inizio alla sua attività di designer collaborando con aziende quali Baleri e Zanotta; i suoi laboratori si sono sempre contraddistinti perché spesso si lavorava per strada, assieme alle persone, con chi avrebbe poi usufruito delle architetture progettate. “Dalisi è abbastanza esplicito. La tecnica povera contesta la sottrazione progressiva ed ineluttabile della partecipazione attiva dell’uomo alla modellazione, alla costruzione dei propri progetti, del proprio spazio. La tecnica povera non si schiera sul fronte delle poetiche che sfruttano la povertà per ricostruire oggetti, manufatti, abitazioni  e neppure lungo gli argini dell’”edilizia della miseria”. È un linguaggio che non privilegia l’artigianato (o si dà come artigianato, ancora peggio) nè ha in odio la tecnologia in una rinnovata estasi pauperistica, francescana. La tecnica povera, nel rieducare gli strumenti sensori e percettivi, vuole rifondare la ricerca tecnica e scientifica: presuppone un rinnovamento del senso e del ruolo della scienza“. Dalla prefazione “L’ascolto del politico” a cura di Angelo Trimarco, cat. 82  Centro di, febbraio 1977. Oggi questa maniera di progettare è chiamata condivisa e partecipata, allora era semplicemente il modo di Dalisi di mettersi in gioco senza nessuna presunzione, senza alcuna voglia di porsi come l’ostentazione del professionista da accademia, senza il bisogno di realizzare indagini, slide, strategie, ricerche-azioni o quant’altro. I numeri che contavano  erano i sorrisi delle persone. Questa forma di pensiero è rimasta nell’Artista, che da architetto scelse la via più difficile per poter comunicare le proprie idee. Riccardo Dalisi è ricordato soprattutto per il suo Compasso d’Oro del 1981, riconoscimento mondiale per il design che ricevette grazie a “Pulci” la caffettiera napoletana disegnata per Alessi. Ha sempre sorriso il Professore, durante l’intervista la domanda legata al luogo delle sue idee ha trovato una risposta. «Questa è una domanda domandosa! Come faccio a ritrovare le cose che si trovano disseminate nel marasma del mio studio? Sai cosa rispondo? Sono le cose che trovano me». Riccardo Dalisi parla di sè come una persona particolare, spiega che il legame che ha con le sue opere nasce dai suoi sogni. Quasi sobbalzo dallo sgabello dopo che il Professore sbatte le mani facendo dei versi con la bocca, ricordandomi gli scritti sulle esperienze di Munari. «Ogni individuo ha molti modi per esprimersi. Adesso sto adoperando i colori, sono materia, volume, sto scrivendo infatti un libro sui colori che si muovooaaaaaaaaaaaaano. Mi colpisce una cosa, me la ricordo magari dormendo, ne percepisco la melodia, la sento napoletana. Siamo circondati da melodie. Praticamente sono napoletano a tutti gli effetti e Napoli non può che essere il motivo di ispirazione con la sua musicalità». Accennando alle sue caffettiere, il professore si sente attanagliato da un dubbio legato alle sue scelte, forse in […]

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Musica

Interviste

Tunonna, un’intervista tra Eurospin e username rifiutati

Tunonna, nome d’arte di Silvia Sicks, è, secondo noi, una delle cantautrici più interessanti in circolazione. A inizio anno ha pubblicato su bandcamp Buono, album targato Ùa! Dischi, etichetta discografica per la quale lei stessa lavora, accompagnato da un fumetto di Zerocalcare. Non avrà una voce melodiosa e possente, i suoi arrangiamenti acustici non saranno di certo indimenticabili, eppure Tunonna ha un potere comunicativo incredibile. Arriva dritta al cuore e alla mente con la sua voce un po’ strozzata e le sue storie di grottesca quotidianità, come le discussioni con la nonna, la cene di Natale con i parenti e le “partenze intelligenti alle cinque di mattina” per andare al mare in comitiva. Sono racconti malinconici, spesso tristi, ma che riescono quasi sempre a strappare un sorriso sincero. Come? Grazie ad un po’ di insofferente ironia e ad una fedele Peroni (rigorosamente da 66 cl!). Siamo subito rimasti affascinati dall’immaginario narrativo contenuto in Buono e così abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con lei. Ecco a voi! Tunonna, l’intervista Come nasce Tunonna? Il “progetto” non ha una data di nascita ben precisa, ho sempre scritto canzoni “sceme” per divertimento, per noia o perché mi suonava qualcosa in testa, senza uno scopo ben preciso. Ho fatto qualche concerto una decina di anni fa, coinvolta da un po’ di amici, e pareva funzionare, ma poi mi sentivo in imbarazzo e ho lasciato perdere. Ho continuato nel frattempo a scrivere e parallelamente a suonare solo con i Godog, poi un giorno mi hanno convinto a registrare la cover di “Pagliaccio di ghiaccio in studio” (già la suonavo da anni per divertimento) e dopo averla messa su YouTube ha avuto un riscontro che minimamente mi sarei aspettata. Nel frattempo stavamo mettendo su la nostra etichetta la Ùa! Dischi, così alla fine mi sono buttata, ho ripreso un po’ di pezzi vecchi e ne ho scritti dei nuovi e ho registrato il disco. Il nome nasce per caso, quando mi sono iscritta a YouTube non mi accettava gli username che mettevo e così, avendo la pazienza di un topo morto, ho messo Tunonna e così è rimasto, alla fine fa ridere… In un’intervista a Rockol hai definito la tua musica come “il parcheggio di un discount”. Cosa intendi precisamente? I parcheggi dei discount mi hanno sempre trasmesso un senso di malinconia, soprattutto quando sono mezzi vuoti, però mi fanno anche sorridere con la loro estetica un po’ brutta, semplice, il logo colorato dell’Eurospin che si staglia sopra a tutto cemento, non so, come immagine visiva è quella più vicina a quello che sento quando devo buttare giù una canzone. Allegato al tuo disco, “Buono”, è uscito un fumetto realizzato da Zerocalcare. Le tue canzoni sono probabilmente la colonna sonora migliore per i suoi disegni. Cosa ci racconteresti, dunque, della tua Roma che, in fondo, è anche un po’ quella di Zerocalcare? Sì, sono molto contenta che sia stato lui a disegnarlo, sia perché mi piace un sacco sia perché comunque è un amico. Su Roma […]

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Musica

Prisoner 709, il ritorno di Caparezza: tracklist e date del tour

Michele Salvemini, in arte Caparezza, torna finalmente sulla scena discografica con un nuovo album di inediti dal titolo Prisoner 709, che uscirà il 15 settembre, a tre anni di distanza dalla sua ultima fatica: “Museica”. Per il cantautore, rapper e produttore pugliese si tratta del settimo disco della sua carriera. Prisoner 709: 16 tracce inedite Prisoner 709 contiene sedici tracce inedite. Il rapper ha svelato, attraverso i suoi profili social, sia la copertina che la tracklist del suo nuovo lavoro, nonché le collaborazioni di cui si è avvalso. L’album è stato registrato tra Molfetta e Los Angeles col contributo di Chris Lord-Alge (ingegnere del suono statunitense che in passato ha collaborato con big della musica come Madonna, Rolling Stones e Bruce Springsteen) e contiene anche duetti con alcuni colleghi. Nei brani “Prosopagnosia” e “Minimoog” Caparezza ospita John De Leo, ex voce dei Quintorigo, mentre in “Forever Jung” duetta con Darry McDaniels, storico membro dei Run DMC. In “Migliora la tua memoria con un click”, invece, l’artista pugliese si è avvalso della collaborazione di Max Gazzè, fresco del successo estivo di “Pezzo di me”, brano cantato in coppia con la cantautrice siciliana Levante. La tracklist 1. Prosopagnosia (capitolo: il reato) feat. John De Leo 2. Prisoner 709 (capitolo: la pena) 3. La caduta di Atlante (capitolo: il peso) 4. Forever Jung (capitolo: lo psicologo) feat. DMC 5. Confusianesimo (capitolo: il conforto) 6. Il testo che avrei voluto scrivere (capitolo: la lettera) 7. Una chiave (capitolo: il colloquio) 8. Ti fa stare bene (capitolo: l’ora d’aria) 9. Migliora la tua memoria con un click (capitolo: il flashback) feat. Max Gazzé 10. Larsen (capitolo: la tortura) 11. Sogno di potere (capitolo: la rivolta) 12. L’uomo che premette (capitolo: la guardia) 13. Minimoog (capitolo: l’infermeria) feat. John De Leo 14. L’infinito (capitolo: la finestra) 15. Autoipnotica (capitolo: l’evasione) 16. Prosopagno sia! (capitolo: la latitanza) Le date del tour L’uscita dell’album sarà seguita da un tour nei principali palazzetti italiani, che si aprirà il 17 novembre 2017 ad Ancona. Di seguito il calendario dei concerti: 17 novembre, Ancona – PalaPrometeo Estra 18 novembre, Bari – PalaFlorio 24 novembre, Firenze – Mandela Forum 25 novembre, Bologna – Unipol Arena 28 novembre, Napoli – Palapartenope 29 novembre, Roma – PalaLottomatica 1° dicembre, Montichiari (BS) – PalaGeorge 2 dicembre, Padova – Kioene Arena 6 dicembre, Milano – Mediolanum Forum 7 dicembre, Torino – Pala Alpitour

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Concerti

Jarabe de Palo all’ Arena Flegrea musica di passione e vita

La band spagnola Jarabe de Palo, guidata dal cantante Pau Donés, ha ripercorso nel concerto all’Arena Flegrea di Napoli, il 14 luglio, 20 anni di lavori, liberando l’energia e la leggerezza della loro musica, coinvolgendo il pubblico di Napoli con la loro carica di vitalità. Il loro tour è stato chiamato 50 palos per un gioco di parole in lingua spagnola: oltre a richiamare il nome del gruppo, la parola “palos” significa anche compleanno, Pau Donés ne ha compiuti 50 proprio l’anno del ventennale della creazione de La Flaca, album di debutto del gruppo, che ottenne un grande successo internazionale. La serata musicale all’ arena flegrea è stata aperta da Lemandorle, duo pop – punk e dalla cantautrice Claudia Megré, sola sul palco, chitarra e voce graffiante. Alle 22 è iniziato il concerto dei Jarabe de Palo: oltre un’ ora e mezza di canzoni dai ritmi e colori cangianti, da quelle di romantica passionalità a quelle danzanti e vivaci, da quelle in cui lasciarsi trasportare da parole e melodie avvolgenti, a quelle in cui immergersi nell’ intensità delle emozioni. Quiero ser poeta (Voglio essere poeta) è tra le prime in scaletta e conduce verso i ritmi sostenuti e latini la poetica dei Jarabe de Palo. Il pubblico napoletano è già coinvolto, ma è alla quinta canzone, Depende, che inizia a partecipare in coro al concerto. Depende con metafore e versi è una riflessione e celebrazione in musica della libertà di scegliere la propria filosofia di vita, nel  ed è il singolo che consacrò il gruppo in Italia. A seguire canzoni dai ritmi danzanti, e Pau Donés dimostra sul palco di essere in buona forma fisica, accompagnando le note a piccole danze. I sei musicisti sul palco sono in armonia tra loro, appassionati nell’ esecuzione e la voce di Pau “scorre” nel bel fiume musicale che riproducono. Arriva poi il momento delle canzoni romantiche: Fumo, interpretata nell’ album con Checco Silvestre dei Modà, Mi piace come sei, incisa nell’ ultima versione con Noemi e Completo Incompleto. Sono canzoni intense, di presa di coscienza, di apertura ai sentimenti, di ricerca. Pau le dedica a tutte le donne. Si passa poi all’intensa calma delle parole e della melodia di Agua, che sembra sospendere il tempo all’ Arena flegrea ed entrare nell’anima di chi ascolta. In un cambio di atmosfera La Flaca accende e fa alzare il pubblico: il primo grande successo dei Jarabe de Palo resta indimenticabile per i fans Come un pittore è la canzone, scritta insieme ai Modà nella versione italiana, in cui Pau racconta i vari colori dell’ anima. A far ballare arriva poi Bonito, in cui Pau canta che nonostante sventure e tristezze «todo me parece bonito». Canzone scritta anni fa e che racconta bene ancora oggi Pau. Pau con la sua anima forte, mai sfiduciata, anche quando è stata colpita da un tumore. Alla fine del concerto Pau si rivolge al pubblico e racconta di essere stato colpito da questo male, ma di essere stato operato e di […]

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Musica

Figé de Mar “Come un navigante”: esordio a gonfie vele

Il primo album dei Figé de Mar “Come un navigante” raccoglie in cinque inediti un sound ricco di sonorità differenti, che trascina tra le correnti del country e quelle del rock anni ’70. Sembra di viaggiare un po’ indietro nel tempo ascoltando il timbro del cantante della band, Lorenzo Traggiai, autore di tutti i testi dell’album. Accompagnato dagli altri “ragazzi del mare”, armati di chitarre, basso, tastiera e batteria: Nikolò Sole, Matteo De Martino, Davide Lucchi e Matteo Basile, i Figé de Mar con questo primo album sono pronti ad aprire le porte del loro mondo musicale. Ascoltando i cinque brani colpisce la naturalezza dei testi pieni di quotidianità, risuonanti di parole forti, con ritornelli incisivi. Un mix di esperienze musicali fra il cantautorato italiano, quello di De Gregori e l’impostazione stilistica di Bennato, e il ritmo folk, che sembra essere il tratto distintivo della band ligure. Il sound, nonostante l’eterogeneità di generi, ha un grande punto di forza: c’è sempre un particolare che cattura l’orecchio, nelle canzoni che posseggono una fluidità musicale spiazzante. L’album “Come un navigante” è stato anticipato dal singolo Boulevard e da un’anteprima esclusiva su RockON. Ci si muove a metà tra terra e mare, in un dualismo che riflette la regione da cui provengono i Figé de Mar, la Liguria. Tra una ballada dai toni romantici come il singolo “La città” e un brano più grintoso come “Boulevard”, si inserisce sempre la visione di una terra, la loro terra, sinonimo delle loro radici. Se il navigante è sempre alla ricerca di una direzione da seguire, i Figé de Mar hanno trovato da subito la chiave per navigare a gonfie vele.

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Teatro

Teatro

Dita di dama: il volto del coraggio per il Teatro Deconfiscato

Termina con Dita di dama la seconda edizione di Teatro Deconfiscato, format ideato da Giovanni Meola, personalità immersa nel mondo della cultura teatrale. Si tratta di arte, non solo di intrattenimento, di alta formazione per territori che soffrono una denutrizione culturale notevole, ma che hanno a disposizione ettari ed ettari di terra nei quali farla rifiorire. È suggestivo pensare come  un luogo che ha visto le scorribande camorristiche e la fiorente vita dei vari clan sia lo scenario di spettacoli che trasmettono speranza per un futuro migliore. La Masseria Ferraioli è una sfida: una sfida economica, ma soprattutto umana e politica. Umana perché un luogo come la Masseria può rivivere grazie ai suoi cittadini, ai quali questi dodici ettari di terra sono restituiti nella speranza di un futuro migliore. Politica perché le istituzioni in questo senso hanno un’ampia voce in capitolo. «La Masseria è la stella cometa del nostro grande lavoro e di tutta la fatica» afferma il sindaco di Afragola Domenico Tuccillo. Dal momento che il teatro non è solo una forma di intrattenimento, il Teatro Deconfiscato ha organizzato una novità per quest’anno: incontri con personalità che dei problemi trattati dalle varie rappresentazioni vivono tutte le difficoltà, ogni giorno, nella loro lotta per il futuro. Così, a introdurre Dita di dama, un dibattito tra personalità forti: Mirella Armiero, responsabile delle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno, collaboratrice del Corriere della Sera e, per questo 14 settembre, intervistatrice della nota giornalista Luisella Costamagna, seconda ospite del dibattito. Questo nome è eloquente ed esplicativo della tematica della serata: la donna. Noi che costruiamo gli uomini è uno degli scritti della Costamagna. La cura è sempre delegata alle donne nella nostra società. O almeno, questo è ciò che impone la convenzione. Si parla di una liberazione femminile che non c’è: nel lavoro la donna non gode degli stessi diritti degli uomini; i casi di violenza sulle donne straripano dalle colonne giornalistiche; le donne non hanno un ruolo preminente nella rappresentanza politica. «Ci riempiamo la bocca di parole, ma evidenti sono l’indulgenza giudiziaria, le diffide inascoltate, storie decennali di denunce». Ma in Noi che costruiamo gli uomini ci sono anche storie di coraggio, donne che negli anni ’50 si sposavano al Comune e facevano le attrici. «Le ho conosciute, le ho cercate». Grazie a Dita di dama, anche noi abbiamo conosciuto donne forti e le abbiamo amate Opera tratta dall’omonimo libro di Chiara Ingrao, e riadattata da Massimiliano Loizzi e Laura Pozone (anche attrice principale), Dita di dama è una storia di crescita. Sulla scena, ai poli estremi del palco, due luci: una calda, accogliente, la luce del focolare materno, la luce della fanciullezza, di ciò che conosciamo come i palmi delle nostre mani, quelle mani che, afferma Maria, protagonista sulla scena, non sono «mani da operaia», ma «Dita di dama», come le ama chiamare la sua più stretta confidente Francesca; dall’altro lato, un freddo neon che illumina uno sgabello, che Maria contro la sua volontà dovrà riscaldare ogni giorno con il peso della sua […]

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Teatro

Oscar W a San Domenico Maggiore per Vissi d’Arte

Oscar Wilde: celebre autore irlandese di fine Ottocento, poeta, drammaturgo e romanziere, dandy, esteta. Personalità enigmatica e brillante, ha fatto dell’arguzia nelle parole e della spregiudicatezza nell’agire i suoi caratteri distintivi, che ne hanno fatto uno dei personaggi più discussi della sua epoca. La rassegna Vissi d’Arte, realizzata dal TRAM di Napoli, ha già abituato il pubblico, nelle scorse sere, a vedere l’arte catapultarsi sulla scena in tutta la sua concretezza. Abbiamo visto note opere pittoriche prendere vita e raccontarci la loro storia e splendide rivisitazioni in chiave teatrale di arti figurative. Ma pochi personaggi, al pari di Oscar Wilde, hanno saputo fare della propria vita -citando Gabriele D’Annunzio- un’opera d’arte. Straordinaria opera d’arte è Oscar W, pièce teatrale di Andrea Onori e Mariagrazia Torbidoni, portata in scena il 3 settembre al Convento di San Domenico Maggiore, per la rassegna Vissi d’Arte. Oscar W: una vita tra genio e sregolatezza, ascesa e declino A vestire i panni di Oscar Wilde è Mariagrazia Torbidoni, che con il suo trasformismo e la sua irresistibile mimica incarna il genio dalla conversazione brillante e il vissuto scandaloso, la grande vittima dell’ipocrisia dell’Inghilterra vittoriana, che prepotentemente s’impone sulla scena con la forza evocativa delle sue stesse parole, estrapolate dalle sue opere, in un lungo monologo. D’altronde, quali parole mai potrebbero raccontarlo meglio di così? Si incontra sulla scena il drammaturgo, convinto che il teatro trarrebbe giovamento dalla mancanza degli attori e che la critica teatrale più utile sia quella che non si fa. L’esteta, che fa del bello la sua unica religione. L’abile  e brillante comunicatore, in grado di intrattenere, ammaliare e atterrire, allo stesso momento, l’interlocutore. L’amante generoso, che sacrifica finanche sé stesso. L’amante assassino, perché ognuno uccide l’oggetto del suo amore, come il pittore Basil Hallward che, involontariamente, col ritratto di Dorian Gray uccide e corrompe l’anima del giovane di cui è innamorato. L’uomo fragile, che può resistere a tutto, tranne che alla tentazione. Quella raccontata in Oscar W è la parabola di una vita tra ascese e rapidi declini, luci ed ombre: l’artista innalzato a tal punto dal pubblico, che lo acclama e disprezza insieme, rapidamente cade, affossato dalle critiche di una società oscurantista. Si ripercorre così sulla scena la tormentata storia d’amore con Alfred Douglas, ostacolata dal padre di questi, che denuncerà l’artista, costretto a scontare il reato di sodomia con la pena carceraria. A prendere parte al processo che vedrà Oscar Wilde condannato all’abisso è il pubblico stesso, improvvisamente catapultato nella finzione di una trasmissione televisiva: inquietante monito di quanto la notorietà possa facilmente innalzare ed affondare un uomo sotto gli occhi della società tutta. Attraverso un vorticoso intreccio di eventi e personaggi che appartengono tanto alla vita quanto alle opere – frequenti le citazioni ed i riferimenti al celebre romanzo Il Ritratto di Dorian Gray -, lo spettatore verrà trascinato nella vita di un’artista che è essa stessa arte e sa riscoprire tra le righe delle sue opere la traiettoria esistenziale dell’artista.

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Teatro

La Gioconda Chi, i mille volti della Monna Lisa

«Un sorriso enigmatico incredibilmente affascinante»  È questa la definizione più ricorrente per descrivere uno dei dipinti più famosi di tutti i tempi: la Gioconda. Turisti di tutto il mondo affrontano ogni giorno file chilometriche al Louvre soltanto per ammirare il celebre ritratto della Monna Lisa, commissionato a Leonardo Da Vinci nel 1503 da Francesco del Giocondo. Non importa se al museo ci sono centinaia di quadri che hanno fatto la storia dell’arte a livello internazionale: l’unica e vera star resta lei, la ventiseienne Lisa Gherardini, nobildonna fiorentina che con la sua espressione enigmatica ha alimentato dibattiti, teorie e misteri che sono ancora oggi oggetto di animate discussioni tra gli studiosi. La Gioconda Chi, divertente personificazione di un capolavoro La Gioconda Chi è andato in scena ieri al Teatro TRAM, nell’ambito della rassegna Vissi d’arte, lo spettacolo scritto e diretto da Mirko Di Martino, con la talentuosa Titti Nuzzolese, che con il suo carisma e la sua simpatica verve ha portato avanti da sola questa frizzante opera teatrale sulla storia della Gioconda, interpretando i diversi personaggi legati al dipinto: Leonardo Da Vinci con la sua barba bianca (giovane o vecchio che fosse, la lunga barba bianca è il suo elemento identificativo nell’immaginario collettivo), il Gonfaloniere di Firenze Pier Soderini, l’operaio Vincenzo Peruggia, autore del furto al Louvre nel 1911 e tanti altri. Ciò che ha reso quest’opera tanto famosa, oltre alla sua espressione enigmatica, è l’alone di mistero che la circonda, legato alle diverse teorie che mettono in dubbio l’identificazione della Gioconda con Lisa Gherardini. «Chi sono io se non sono io?»  La Gioconda Chi porta in scena una Monna Lisa con crisi d’identità che si interroga su se stessa e sulla visione che gli altri hanno di lei, in una prospettiva pirandelliana che ricorda Uno nessuno e centomila. E se il dipinto fosse in realtà il ritratto dello stesso Leonardo in versione femminile? Oppure del suo allievo Giacomo Caprotti, detto Salaì, di cui il pittore era segretamente innamorato? Ma allora, Leonardo Da Vinci era gay? E chi se ne frega! In un mondo che va al di là delle identificazioni di genere, la rappresentazione non mette l’accento sullo scandalo legato al dubbio orientamento sessuale dell’artista, ma sui mille volti che sono stati attribuiti alla Gioconda nel corso del tempo tra pubblicità, caricature e canzoni di vario genere. «Il successo mi ha rovinata» Così la Gioconda commenta il suo incredibile successo e storce il naso di fronte alla commercializzazione del proprio volto, che viene guardato per pochi secondi al museo, tra una gomitata, un selfie mosso e commenti di disappunto rivolti alle ridotte dimensioni del dipinto. E mentre osserva tutto questo, Monna Lisa resta impassibile ed enigmatica, mostrando il suo superbo sorriso che si fa beffe dei tanti turisti che la fotografano distrattamente senza ammirarne la bellezza. In seguito al sold out dello spettacolo di venerdì 1 settembre, è stata aggiunta una replica straordinaria domenica 3 settembre alle 21.00 presso il TRAM Teatro Ricerca Arte Musica, sito in via Port’Alba 30.

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Recensioni

Al via la rassegna teatrale “Vissidarte”: un viaggio attraverso “I diari di Munch”

Un inizio ex abrupto coglie di sorpresa gli spettatori, ancora in fila per accedere alla sala nella quale sarebbe avvenuta la rappresentazione. Comincia da qui, attraverso le voci che si sollevano tra la gente, lo spettacolo “I diari di Munch”, in scena il 29 agosto, in apertura della terza edizione della rassegna teatrale “Vissidarte – Il teatro racconta i pittori” del teatro TRAM (Teatro, Ricerca, Arte e Musica). Nella suggestiva location della Sala del Capitolo, nel Complesso monumentale di S. Domenico Maggiore, prende forma la travagliata esistenza del pittore Edvard Munch, con uno spettacolo (scritto e diretto da Gianluca Bottoni) che attraversa memorie e conflittualità insite nei quadri e nei diari del pittore norvegese. Calato all’interno di una scenografia minima, tra luci e musica che seguono le oscillazioni dello stato d’animo, lo spettatore è guidato dagli attori (Gianluca Bottoni, Mara Roberto e Francesca Sarnataro) lungo un viaggio che attraversa i quattro momenti fondamentali della vita dell’artista, dai lutti familiari giovanili al rapporto con lo scrittore Henrik Ibsen, acuto osservatore dei suoi quadri, alla relazione malata con Tulla Larsen, conclusasi con un colpo di pistola che costò ad Edvard la perdita di un dito, fino al ricovero nella clinica psichiatrica di Copenaghen. L’arte di Munch come “benefica liberazione” Percorrendo le tappe del travaglio emotivo e personale dell’artista, attraverso una scena “in divenire” che si avvale dell’ausilio di oggetti semplici, come sedie e fogli sparsi sul pavimento, lo spettatore assiste alla genesi spirituale dei maggiori capolavori del pittore norvegese, in uno spettacolo che si sviluppa non “davanti” ma “intorno” al pubblico, il quale non può sottrarsi ad un totale coinvolgimento, fino a fondersi emotivamente con l’oggetto della rappresentazione. L’arte di Munch è uno strumento di autoconfessione e catarsi, come si legge nei sui stessi diari: “Quando dipingo la malattia e la sofferenza, solo allora io avverto una benefica liberazione”. Essa non è altro che la raffigurazione visiva dei solchi lasciati dalla malattia e dalla sofferenza nella vita dell’artista, come la morte della sorella e della madre, momenti della messa in scena dal forte impatto emozionale, ed i suoi diari costituiscono la riorganizzazione e la messa per iscritto di tale turbe psichiche. Tra predestinazione e libero arbitrio Ma la vita di Munch introduce anche il complesso tema della predestinazione dell’uomo, quel fil rouge che lega intere generazioni come anelli di una catena, attraverso la quale si tramanda, di uomo in uomo, il peso familiare delle sovrapposizioni psichiche ed emotive, e ne provoca, come nel caso del pittore, l’autodistruzione. Dopo aver assistito alla rappresentazione, lo spettatore ritorna a casa accompagnato da quella riflessione che riguarda, in prima persona, ciascun essere umano: continuare a portare comodamente avanti quella catena o decidere di spezzarla, con i rischi che ne conseguono?

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Mi nutro della mia sofferenza

At tu, Catulle, destinatus obdura. Risucchiato nel vortice del dolore, penso. Penso ai baci, alle carezze, agli abbracci. Penso ai giorni trascorsi insieme e alle notti in cui abbiamo fatto l’amore, senza staccarci, senza stancarci. Come se i nostri corpi fossero stati legati, come se non avessimo potuto dividerci neanche se lo avessimo voluto. Ma noi non volevamo. Alba o tramonto? Penso ai tramonti e alle albe. Perché i tramonti son per tutti, ma le albe son per quell’élite che è in grado di aspettarle. Perché il tramonto è intriso di sentimenti. “Ti porto in spiaggia a vedere il tramonto” è un’emozione. È un “voglio condividere uno dei momenti più belli della giornata con te perché per me sei importante”. Ma l’alba è diversa: l’alba è un’altra storia. È un “stiamo svegli e facciamo l’amore fin quando il nostro sentimento non consuma questo buio, fin quando la paura delle cose che scompaiono non viene travolta dalla nostra passione”. L’alba è per pochi. Non ho pace e tuttavia non ho mezzi per combattere, ho paura e speranza; ardo e sono impassibile; e volo sopra il cielo, e mi giaccio inerte a terra; e non ho nulla in mano, e mi slancio ad abbracciar tutto. Amore e sofferenza Ci siamo amati. Ci siamo amati immensamente, perdutamente, maledettamente, a tal punto che ci siamo distrutti. L’amore che provo per te è la mia più grande gioia… e il mio più immenso dolore. È un coltello conficcato in petto che sprofonda nella carne. Che taglia, ogni giorno di più e che va sempre più dentro, attimo dopo attimo. È un dolore così intenso, così carico, così… passionale. Sì, passionale: come lo è stato il nostro amore. Perché noi non siamo mai stati “tutti”: noi non abbiamo amato come due adolescenti alle prese con il primo amore e non abbiamo amato come due trentenni già stanchi della vita. Noi abbiamo amato interiorizzando davvero il significato di amore. E ogni sentimento, e ogni emozione, sembra quasi nulla in confronto a ciò che tu hai dato a me ed io ho dato a te. Vedo senza aver occhi, non ho lingua eppure grido; desidero la morte e invoco aiuto; e odio me stesso, e amo altri da me. Da quando ci sei tu, non esisto più io Mi hai tolto me stessa. Hai preso tutti i pezzi del mio puzzle: Babbo Natale è arrivato anche per te. Ti ho regalato un puzzle che spero tu ancora custodisca preziosamente. Era esattamente ciò che volevi, ricordi? Mi hai chiesto di lasciarmi andare, mi hai chiesto di mostrarti quei lati di me che celo a chiunque. L’ho fatto: te li ho donati come si fa con i Baci Perugina nel giorno di San Valentino, e come si fa con le rose nel giorno della Laurea. Tu sei il mio San Valentino e sei la mia Laurea. Sei il mio più grande amore e la mia più grande soddisfazione. O forse no: tu sei tu. E da quando ci sei tu, […]

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Voli Pindarici

Analisi di una lastra di ghiaccio: l’arte delle persone fredde

«Niente è più brutto di una parola d’amore pronunciata freddamente da una bocca annoiata». Diceva, a tempo debito, il nostro caro Naguib Mahfouz. Oggi, cari lettori, ci siamo muniti di lente di ingrandimento per scovare i segreti più oscuri delle… persone fredde. Fredde come il ghiaccio. Vi sentite forse chiamati in causa? Meglio, quest’articolo vi insegnerà qualcosa. Non vi sentite chiamati in causa, ma capite di cosa sto parlando? Non capite neanche di cosa sto parlando? Ma suvvia, è impossibile. A meno che voi non viviate su Marte, in quel caso… le persone non possono che essere di fuoco. (capito la battuta?). Quanto è difficile rompere il ghiaccio? Il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: no, no, non la lente di ingrandimento in quella direzione, nell’altra! Che significa che dall’altra parte non vedete alcunché? È ovvio! C’è una lastra di ghiaccio: che vi aspettavate di vedere? Mi scuso con i signori lettori per le continue interruzioni: ho assunto un’equipe di assistenti per la mia impresa (psicologica, si intende) di analisi delle lastre di ghiaccio. Forse avrei dovuto selezionare i candidati più rigorosamente: ma, del resto, si commettono errori. Considerate chi mi ha lasciato una penna in mano e mi ha permesso di comporre questo articolo: malo, malo! Dicevo, il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: interessante quanto difficile. Mentre stilare un profilo psicologico di una persona che esterna i propri sentimenti è abbastanza facile, ma pensate di farlo di qualcuno che non lascia intravedere un minimo di ciò che pensa, lì è davvero diventa un’impresa quasi impossibile! Pensate ad una persona solare e socievole: beh, quando è a proprio agio il suo carattere verrà fuori e brillerà in tutta la sua magniloquenza e magnificenza; ma quando è in una situazione di imbarazzo o di disagio assumerà, ovviamente, un comportamento diverso. Bene. Ora pensate ad una persona che è sempre uguale. Statica, una roccia, stesso viso, stessa espressione. Riuscireste a capire in quali situazioni sta meglio, quali circostanze preferisce, quali compagnie ama? Non penso. (E se ci riuscite, signori lettori, vi consiglio di intraprendere una carriera in Psicologia: siete davvero bravi). Ecco perché abbiamo bisogno di un’analisi specifica. Il laboratorio è sulla destra: vi prego di entrare con me.   L’arte delle persone fredde Osservando attentamente il prototipo in questione, ci siamo resi conto che: Se la persona fredda sta bene con voi, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi vuole bene, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi ama, non ve lo dirà. Che dire? Le parole non sono l’arte della persona fredda. Ma, allora, qual è? Probabilmente, i gesti. Ciò che qualcuno non vi esprime attraverso le parole, vi dimostrerà attraverso i gesti. State attenti a ciò che le persone fredde fanno: anche un abbraccio può significare davvero molto. Il nostro piccolo ghiacciolo Tuttavia, in questa eterna lotta fra un tipo psicologico e l’altro, nel tentativo perseverato dall’uno di prevalicare sull’altro, io rivolgo un appello alle persone fredde: perché […]

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Voli Pindarici

Un viaggio lontano. Cosa mi regalavi davvero?

Un viaggio lontano Un cielo rosso al tramonto, un viaggio lontano… cosa mi regalavi davvero? Spiagge infinite, la città è lontana, palafitte sul mare, il sole è calato dietro l’orizzonte Le acque arrossate, il colore del bronzo ricopre gli ori del mattino e verrà il turchese a bagnare il cielo. La notte, ah, la notte, dimmi, che notte vivi nelle tue terre? Spingersi lontano, oltre se stessi Tuffarsi nel mare, nel cielo rosso del tramonto, da lì, da quel promontorio, e finalmente rinascere. Lo credi impossibile? No, nel cielo del tramonto delle tue terre tutto riveste la vita Un cielo rosso al tramonto, e quella canzone che continua a prendere il mio ricordo Le stagioni ci stanno aspettando, eppure l’Estate ci sta già attraversando,  ci bagna con le sue onde, le sue lente onde… Ma forse ancora c’è chi non si abbandona Sogni spenti in stanchi passi sulla spiaggia al tramonto, mentre il sole cala al di là del cielo. I loro occhi non comprendono il nostro sguardo già perso nelle stelle. Le stelle, riesci a contarle? Dimmi, davvero riesci a comprenderne il prodigio? E il loro sguardo distratto davvero può pretendere di alzarsi già sazio del mondo? Oh, no, e lo sai Un viaggio lontano Sì, un viaggio lontano, nel tramonto di terre perdute, lontane Cosa mi hai regalato davvero? Un cielo rosso, un tramonto lontano, case azzurre che dormono sopra le onde che dondolano pigramente, e le foglie che nuotano. La notte Vedo acque ed un blu che si perde infinito, sopra le case sul mare e giù nel profondo Una barca è ormeggiata, un’altra scivola lenta e un’altra ancora si spinge nell’ombra, l’ombra della notte. Le stelle brillano e sul piano dell’acqua scivolano lente, insieme al fondo dei legni delle barche, insieme alle onde, insieme ai miei sogni. I sogni, dimmi, che forma dai ai tuoi sogni? I passi stanchi hanno già lasciato la spiaggia, l’orizzonte è puro ora dinnanzi a noi Ora il mare è di chi vuole amare, di chi tuffando le proprie speranze è disposto a sognare Un viaggio lontano, terre lontane, lontana è la città ed il sole che domani di nuovo dal mare ritornerà Un cielo rosso al tramonto, la sera è vicina, la luna i suoi bagliori d’argento dal promontorio e sul mare riflette. La notte è già qui Cosa mi hai regalato davvero? Un suono lontano, un ricordo creduto perduto che ancora giace ineffabile nel fondo della mia anima… Ma lo sento qui nel petto tornato Un viaggio lontano, dimmi, cosa mi hai regalato davvero?

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Voli Pindarici

Quanto è bella l’estate, una bella stagione…davvero

Quanto è bella l’estate, umh? Il sole, il mare, la spiaggia, gli amici, le vacanze, i viaggi… L’estate è proprio una bella stagione, davvero. Una bella pausa dal lavoro o dallo studio e via a immergersi nelle acque cristalline… o quasi, anche lievemente trasparenti vanno bene. Certo, magari è da evitare quella massa schiumosa che s’intravede in lontananza. Oh no… una donna è appena stata punta da qualcosa e tutti iniziano a fuggire. Per fortuna, se il mare non soddisfa, c’è sempre il meritato riposo sulla spiaggia. Ed eccoti lì, disteso sul tuo lettino mezzo rotto (pagato più di due euro) con in mano un libro (sì, esistono ancora) pronto a immergerti in chissà quali avventure. Bella domanda, quali avventure? Di certo non quelle nel libro considerando che appena inizi a ricordarti come si legge, vieni prontamente e brutalmente colpito da una poderosa pallonata. L’aspirante calciatore-killer ti fissa con palese disgusto, urlando di restituirgli il pallone. Con molta fatica ti porti seduto sulla sdraio e, riluttante, gli consegni l’arma del delitto. In quel momento ti rendi conto del perché il ragazzino ti scruta con disprezzo: grondi sudore da ogni singolo poro. In effetti ci sono quarantaquattro gradi all’ombra (merito dell’anticiclone africano denominato Satana l’Infame) e purtroppo il mare è inagibile a causa di qualche mostro marino non identificato che continua a terrorizzare chiunque osi avvicinarsi alla battigia. L’ombrellone è completamente inutile (la sua ombra è proiettata così lontana che neanche la vedi) e intanto ti ritrovi anche a boccheggiare. Quanto è bella l’estate Certo è proprio bella… il caldo soffocante, le spiagge pubbliche inagibili, il mare putrido, gli animali marini inferociti, i venditori abusivi che ti vedono boccheggiare e ti chiedono se ti serve un tatuaggio all’henné raffigurante una balena che sorride, i bagnini che dormono… Ma per fortuna ecco arrivare l’illuminazione. No, non è un colpo di sole… forse. Ti alzi, abbandoni la sdraio arrugginita e vai via, lontano, verso la salvezza. Esci dalla spiaggia e, ancora in costume, t’imbuchi nel primo negozio che trovi per strada. Oltrepassata la soglia entri finalmente in contatto con la beatitudine. L’aria condizionata del negozio ti avvolge e ti abbandoni in un lungo sospiro di goduria. Ma non sei il solo… ti guardi e riconosci alcuni dei bagnanti della spiaggia appena abbandonata. Già, sono tutti lì a godersi l’estate.

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