Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Ai margini della foresta

Ai margini della foresta, uno studio su Koltès

Un ambiente apparentemente sicuro dove confortarsi, e allo stesso tempo rifugiarsi, lontano dalle contraddizioni e dalla cruda malinconia del mondo; uno spazio circondato però da specchi fluttuanti, che ci impongono di guardare noi stessi in faccia, una faccia indebolita dalle usure della realtà graffiante e maligna che ci circonda; uno spazio buio illuminato da lampadine lasciate in sospeso nell’aria, un gioco di luce e ombra che ci costringe a scorgere vergognosamente i limiti e le brutture del nostro fisico: questo lo scenario de “Ai margini della foresta“, spettacolo allestito alla Sala Assoli dal 20 al 22 Febbraio, per la regia di Tiziana Mastropasqua.

A riempire il palcoscenico come unica presenza mobile, sullo sfondo di una fantomatica foresta nicaraguese,  è l’anonimo protagonista (Carlo Verre), il quale senza indugi e rimarcando sulla violenza empirica di semplici parole, racconta di se stesso ad un invisibile e giovane interlocutore, ma forse utilizzandolo solo come espediente, perché in fondo le sue considerazioni sembrano essere rivolte così come a tutti anche alla sua coscienza personale, quasi come se volesse ricostruire il suo passato ricordo dopo ricordo, con il risultato di un’ultima analisi sul mondo. Attraverso il suo monologo, si dipana l’esigenza di un’autorità utopica vista nelle possibili vesti di un “sindacato internazionale”, che dovrebbe possedere le doti di un sistema capace di cancellare ogni tipo di discriminazione, anche quella razziale e quella di genere, un’ irreale giustizia che già nelle stesse parole del protagonista sembra difficilmente realizzabile in difesa dei meno forti; ma nonostante ciò, egli non manca di consigliare e di esprimere coraggiosamente e amaramente il proprio essere, ricordando avvenimenti della sua esistenza, come il candido incontro con la misteriosa Mama, o situazioni all’opposto sgradevoli come il sentirsi costantemente straniero (o estraneo?) o fingere di esserlo, per non affrontare i soprusi; o ancora ammettendo senza mezzi termini il suo modo vigliacco di approcciarsi all’amore, a quelle puttane amate solo per una notte, a quelle donne di cui sapeva già dire tutto ascoltando il solo respiro del sonno; o ancora la frustrazione di essere stato in posti dove il lavoro mancava, perché il lavoro è sempre altrove rispetto a dove si è.  

“Ai margini della foresta” è ispirato ad un’ opera teatrale del drammaturgo francese Bernard-Marie Koltès, la cui ideologia indagava gli aspetti più problematici della contemporaneità, come l’emarginazione del diverso, la lotta di classe, l’omofobia, l’emigrazione; e ad emergere nei suoi testi come nel monologo, è l’umiliazione per un’equità inattuabile, la repressione di una voce che non è stata mai ascoltata, o al massimo derisa e non condivisa.

– Ai margini della foresta, uno studio su Koltès –