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Eroica Fenice

allora sono cretina

Allora sono cretina alla Galleria Toledo

Il Teatro Galleria Toledo era pieno, ieri domenica 7 febbraio, per l’ultima mise in scène di Allora sono cretina, spettacolo per la regia di Peppe Miale che prende spunto dall’omonimo romanzo di Barbara Napolitano, giovane giornalista e autrice. Non era difficile da immaginare, data la bravura del cast nell’assicurare quella leggerezza che mai sconfina in superficialità in una storia che già dal titolo rivela tutta la sua carica d’ironia, ma allo stesso tempo di disincanto e amara consapevolezza.

Amara consapevolezza che appartiene soprattutto alla protagonista Bianca, interpretata da Lorena Leone, una moderna Madame Bovary che alle letture dei romanzi francesi preferisce scambiare chiacchiere e consigli con l’amica di sempre, la biondissima Pandora, che la brava Irene Grasso ha saputo far apparire dapprima come l’ennesima donna frivola, aggrappata a vuoti scambi di sms e inevitabilmente destinata ad amare uomini che non la amano, ma che poi subisce, come il suo nome profetico quasi le impone, una maturazione tale da fornire a se stessa e a Bianca la forza per aprire “il vaso”, e nel caos di passioni e doveri contrastanti finalmente scegliere.

Sceglierà Bianca un amore non meno pernicioso di quello vagheggiato dall’eroina di Flaubert, per restare sulla scia della stessa similitudine, ma che, pur comportando l’abbandono dei figli e del marito, non si concluderà nell’autodistruzione ma al contrario in una solitaria ma necessaria autodeterminazione.

Allora sono cretina è una storia di scelte, di prese di coraggio

La storia della protagonista potrebbe sembrare una storia come quella di tante. Una quarantenne, sposata, mamma iperprotettiva, ma che malgrado gli impegni lavorativi non riesce a rifuggire dalla gabbia di borghesuccia insoddisfatta e che libera il suo anelito alla vita innamorandosi di un uomo, quello sbagliato naturalmente. L’amante, che non a caso mai appare sulla scena, non sarà altro che la chiave che le permetterà di aprire quella claustrofobica gabbia e di vivere quella passione ormai nella vita coniugale da troppo dimenticata. Egli, una volta assolto questo compito, dopo averle consentito di uscire dalla quotidianità, la lascerà sola.
Sola con se stessa e con il peso delle sue decisioni in una fuga che da fuga d’amore si trasformerà in qualcosa di ben meno convenzionale: una fuga alla ricerca di un profilo identitario diverso da quello imposto dalla società. Una fuga non dissimile da quella di Franco, fratello del marito, che da un giorno all’altro, così come anni prima aveva improvvisamente abbandonato l’esercizio dell’onorevole professione medica per diventare un raccattatore di scarti elettronici allo scopo di ripararli, decide di andare in giro con il suo completo colorato e le sue eccentriche scarpine bianche alla ricerca del suo posto nel mondo.

Lorena Leone con Bianca e Sergio di Paola con Franco hanno dunque abilmente portato in scena due personaggi più vicini di quanto il legame parentale esigerebbe. Vicini per la ricerca a cui tendono, ma sostanzialmente lontani per caratteri e mezzi con cui vi approdano. La differenza principale risiede soprattutto nella presenza scenica: Bianca canta, grida, parla e riparla, ritrovandosi però a scambiare con il marito Stefano (interpretato da Bruno Tramice) più che dialoghi pezzi di monologhi; Franco, invece, non aprirà bocca che alla fine, limitandosi durante lo spettacolo a sfumate incursioni che bene fanno capire quanto per lui sia fondamentale guardare e guardarsi da lontano, planando il mondo dall’alto e riservando solo nell’epilogo e solo allo spettatore tutta la sua saggezza da disadattato, da rifiuto della società, che ha nell’autoesclusione la sua affermazione.

Una filosofia completamente diversa, quella di scegliere di non scegliere, è sostenuta invece dal fratello Stefano, che pare essere portato sempre ad adattarsi agli altri: dall’adultera moglie al bizzarro fratello, dall’autoritaria madre al fantasma di un padre che, pur avendolo abbandonato da bambino, ancora non lo lascia. Bruno Tramice, però, sa restituire il giusto spessore a questo personaggio che fuoriesce dal grigiore del suo completo da uomo riflessivo e padre responsabile, apparendo nella stessa misura degli altri un personaggio all’estrema ricerca di amore.

“Sei personaggi in cerca d’amore” è, infatti, la scherzosa parafrasi pirallendiana offerta a noi dalla stessa autrice che coinvolge nell’universo di Bianca, Franco, Stefano e Pandora anche Lallo, amico e direttore della galleria interpretato da Rosario Campes, e Milly, suocera invadente e vera matrona che Antonella Morea sa dotare di energia e sensibilità consentendo anche allo spettatore di oltrepassare il cumulo di stracci e cose vecchie che, come il figlio, aveva cominciato ad ammassare costituendo un cuscino tra sé e il cuore per proteggersi dalla vita.

Allora sono cretina è, quindi, uno spettacolo che merita di essere visto perché è impossibile non rivedersi in almeno uno della galleria di personaggi, tratteggiati visivamente anche dall’accurata scelta di costumi e colori di Alessandra Gaudioso.
Allora sono cretina è, poi, uno spettacolo che va ascoltato per le musiche di Floriano Bocchino che spiazza dai Beatles ai Radiohead chiudendo con una motivatissima In my place dei Coldplay.
Allora sono cretina va, però, soprattutto sentito per gli interrogativi che pone a chi si ripete spesso di esserlo ma che forse tanto cretina non è.

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