Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Antonio e Cleopatra: l’eterno fascino degli sconfitti

“La pietà degli sconfitti non è meno degna della gloria dei vincitori”: sono le parole che il personaggio Cesare Augusto, ormai vincitore incontrastato del conflitto che lo ha visto contrapposto ad Antonio e Cleopatra, pronuncia alla fine del dramma dinnanzi al corpo esanime della regina d’Egitto. Un Augusto che però appare come un personaggio di infima statura a confronto dei due grandi sconfitti della Storia.

La tragedia shakespeariana, tradotta da Gianni Garrera, adattata dal regista Luca De Fusco e interpretata nei personaggi principali da Luca Lazzareschi e da Gaia Aprea, ha terminato la sua tournée con l’ultima rappresentazione di domenica scorsa al teatro Mercadante di Napoli, dopo aver fatto sosta a Roma, Milano, Bologna e Genova, ricevendo ovunque un grosso successo di pubblico.

Il dramma mette in scena una storia dai contorni monumentali, dove agiscono personaggi che sembrano statue di fantasmi ripescati dall’oltretomba. Funebre, infatti, appare l’atmosfera in cui si svolge l’azione. I personaggi si muovono in un contesto fatto di ombre, dove l’elemento che più risalta è la parola, il linguaggio intenso, vibrante, teso come una corda di violino, che è anche l’elemento più tipico della drammaturgia shakespeariana. È la parola la grande protagonista della tragedia rappresentata, in grado di far passare in secondo piano ogni azione. Le battaglie, le morti, tutto lo strepitio di una terribile guerra civile che ha provocato lo spargimento di sangue da parte di eserciti fratelli, sono tutti fattori subordinati alla potenza rievocatrice della parola. Il linguaggio, inoltre, costituisce la componente determinante anche per la connotazione dei personaggi.

Antonio e Cleopatra sono due figure tragiche che, nonostante la sconfitta e la morte, assurgono ad una altezza morale che rende quasi insignificante il trionfo della parte avversa. I loro colloqui riproducono tutta la tensione e l’emozione tipiche degli eroi, mentre il personaggio Augusto appare solo come uno scaltro e cinico comandante che riesce a subordinare ogni cosa al desiderio di potenza e gloria. I discorsi di Augusto, infatti, come quelli di tutta la cerchia dei collaboratori e dei servi che circondano i protagonisti, non raggiungono le vette di pathos e di afflato epico dei due amanti. Antonio è un personaggio combattuto tra le ragioni della politica e della guerra e l’amore che nutre nei confronti di Cleopatra. La ritirata dopo lo scontro di Azio per seguire l’amata in Egitto provoca in lui un forte senso di colpa e costituisce una ferita inguaribile per il suo orgoglio di combattente e generale vittorioso, una ferita mortale che lo condurrà al suicidio.

Cleopatra, invece, impersona l’affascinante contraddittorietà del genere femminile, che la fa apparire come un modello archetipico. Il suo carattere indomito e ribelle, la forza leonina che scaturisce dai sui atti e dalle sue parole, la civetteria, l’eleganza, il portamento, la passione sanguigna e la gelosia morbosa ne fanno un personaggio all’estremo di tutto, e per questo le conferiscono quella gigantesca statura di donna e sovrana in grado di determinare lo scontro tra due realtà diverse e contrapposte, le due parti del mondo storicamente in conflitto, l’Oriente e l’Occidente. A Cleopatra è connaturato, come un destino di felicità e, al contempo, di sciagura, un fascino divino che le permette di stornare e, allo stesso tempo, di attirare a sè ogni pensiero ed azione. Ogni elemento del suo essere, anche quelli tipicamente femminili, subisce in lei un processo di esasperazione che costituisce la cifra della distanza che la separa da tutte le altre donne.

Tutta la vicenda, poi, appare ancora più lontana e divisa dalla realtà grazie ad un espediente molto caro al regista e di cui è stato fatto ampio uso anche in altri spettacoli: un velo su cui sono stati proiettati i volti dei personaggi durante alcuni passaggi. La presenza di questo particolare elemento scenico, una sorta di velo di Maia, permette non solo di amplificare l’immagine del volto dei personaggi in modo da farne notare ogni minima espressione, ma permette anche di amplificare la distanza tra pubblico e attori e di conferire così alla vicenda rappresentata un’aura maggiore di sacralità e tragicità, appartenente, in questa vicenda, soprattutto ai due personaggi sconfitti.

Luca De Fusco, ripropone, dunque, attraverso quest’opera di Shakespeare, il tema del fascino connaturato alla sconfitta, un tema, possiamo dire, che per la carica attrattiva che esercita e le numerosissime ricorrenze va al di là del semplice topos letterario e che è da sempre motivo di ispirazione artistica. La sconfitta, soprattutto quando appartiene a personaggi di alta statura morale e storica, può costituire a volte il più nobile esito della vita, in grado di conferire eterna fama a chi la consegue. Da questo aspetto è dipesa nel tempo la fortuna della vicenda di Antonio e Cleopatra, di cui l’adattamento del dramma shakespeariano di Luca De Fusco ce ne fornisce un’ottima rappresentazione.    

Antonio e Cleopatra: l’eterno fascino degli sconfitti