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Eroica Fenice

aspettando che spiova

Aspettando che spiova, il teatro che parla di teatro

È una fresca sera d’estate, si respira aria leggera e in cielo non c’è nemmeno una nuvola. Eppure si aspetta che finisca il temporale.

Aspettando che spiova, infatti, è il titolo di questa messinscena di cui Gianluca d’Agostino è ideatore e attore, coadiuvato da un brillante Luigi Credendino. Lo spettacolo, andato in scena il 17 luglio, fa parte della rassegna breve e innovativa targata Teatro alla deriva – alla sua quinta edizione -, che prevede altri due spettacoli in una location del tutto insolita, le Stufe di Nerone.

La ricerca della verità aspettando che spiova

Insolito è anche il supporto scelto per la scena, una zattera galleggiante in mezzo ad un laghetto artificiale, provvista di un arredamento davvero scarno: una tavolo con una sedia in un angolo, una panchina e una colonna nell’altro, secchi d’acqua sparsi qua e là. Il tutto circondato da alberi di melograno e ulivi, che contribuiscono a rendere l’atmosfera fiabesca, in perfetto stile con il carattere della vicenda, al limite dell’irreale.

Siamo in un immaginario androne di un palazzo: due uomini si incontrano per caso, al riparo da un acquazzone  che li ha colti all’improvviso. Uno ha fretta, deve andare a quella cena di lavoro che determinerà la svolta della sua carriera, l’altro è il custode dell’edificio. Tra i due subito comincia un confronto-scontro teso all’affermazione della propria visione del mondo, tra risate di gusto e prese di coscienza amare.

Due binari paralleli che sembrano non incontrarsi mai, soprattutto per una questione fondamentale, che costituisce il fulcro dell’intreccio: l’indissolubilità tra realtà e finzione. Uno dei due attori, infatti, è intrappolato nel proprio personaggio, incapace di scindere ciò che è reale da ciò che invece non lo è, pretendendo di essere egli stesso il portatore di quella verità universale che invece si scontra drasticamente contro ciò che l’altro vuole fargli credere: di star vivendo un incantesimo e niente più.

Chi dei due ha ragione? Chi dei due può dirsi effettivamente consapevole del limite – peraltro sottilissimo – che c’è tra immaginazione e concretezza?

Le due vicende si presentano quindi legate saldamente, si fondono in un’unica pièce dal sapore pirandelliano, dove i veri protagonisti sono l’uomo, alla costante e incessante ricerca di una propria identità che convalida e giustifica la propria esistenza, e il teatro, inteso come paradossale dualità, come rapporto tra unicità della performance e pluralità delle esecuzioni.

Il mondo è tutto un teatro: sembra essere questo il succo della storia, la morale della favola. L’indagine e la riflessione vengono di conseguenza presentati come il vero strumento che può avviarci sulla strada maestra, in questo barcamenarsi dell’umanità alla scoperta del vero senso della vita che tuttavia non può essere afferrato.

Un teatro d’avanguardia altamente riuscito, all’insegna dello sperimentalismo che coinvolge il pubblico, chiamato a partecipare attivamente alla vicenda, e che riesce a rendere invisibile ed eterea quella famosa quarta parete che separa la realtà (lo stesso pubblico) dalla finzione (la vicenda), mescolando e intrecciando continuamente le carte.

Una commedia metateatrale dalle sfumature tragiche e dal finale esilarante che tuttavia offre molteplici spunti di riflessione. Ci si alza dalla sedia storditi, chiedendosi se quella che si sta di nuovo per affrontare sia la realtà oppure la più grossa simulazione inscenata sul palco della propria vita.