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Eroica Fenice

aspettando che spiova

Aspettando che spiova – la ventesima replica

Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita.

Eduardo De Filippo

Pareti nere e un incessante gocciolio d’acqua. Secchi sparsi qua e là per raccogliere le gocce che il soffitto non riesce a trattenere. Un teatro che perde.

Un manager e un custode universitario, anzi, di un’Università, si ritrovano nell’androne di un palazzo d’epoca e iniziano a dialogare. Due mondi diversi che si confrontano e si scontrano.

Due attori interpretano questi personaggi nell’androne del palazzo che, nel frattempo, è diventato un teatro con tanto di copione da seguire e pubblico che assiste.

Sono queste le due storie che si sovrappongono nella pièce Aspettando che spiova – la ventesima replica, scritta, diretta e interpretata da Gianluca D’Agostino, con Luigi Credendino, andata in scena, in occasione del trentennale, al Teatro Sala Assoli di Napoli, il 18 e 19 marzo.

Un temporale che non presagisce nulla di buono, complice di uno stato di tensione che, dall’inizio alla fine, stringe in una morsa il manager e il custode, l’attore e l’attore. Il manager che diventa l’attore, l’attore che diventa il custode: cinquantacinque minuti in cui realtà e finzione si fondono e si confondono ai limiti del paradossale. E così, uno dei due attori non riesce più a scindere le due dimensioni, restando cristallizzato e imprigionato nel suo personaggio. Mentre il collega, partner di scena e amico nella vita, proprio durante lo spettacolo, gli ricorda il confine tra finzione teatrale e vita vera. Confine rappresentato da quella quarta parete, che il nostro eroe smarrito abbatte nel disperato tentativo di essere reale, di essere personaggio sì, ma anche persona. E intanto lo spettacolo continua, sotto lo sguardo del pubblico che continua ad assistere.

Un teatro nel teatro. Un continuo alternarsi di identità, di pirandelliana memoria, che non si propone, però, di portare in scena personaggi in cerca d’autore o maschere generate dall’ipocrisia della società.

Aspettando che spiova – la ventesima replica denuncia il teatro moderno

Un teatro reo di aver abbandonato l’attore contemporaneo, al quale non resta che fuggire la realtà, rintanandosi nei suoi personaggi.

L’attore è il vero nuovo eroe nel teatro di oggi, non i personaggi che interpreta, ma egli stesso, in prima persona, ogni giorno, con tutto il peso che deve portare sulle spalle per continuare a credere nel suo lavoro, che ormai è considerato e valutato con poco rispetto. D’altronde il teatro e l’arte sono lo specchio della nostra società: il teatro, come il mondo, decade e l’attore, l’uomo, tenta, come può, di sopravvivere”.

Convincente l’interpretazione degli attori che, pur lanciando un sotteso messaggio di critica, con carisma e tagliente sarcasmo, riescono anche a divertire il pubblico, trascinandolo in quel limbo esistenziale in cui il diluvio diventa metafora esistenziale di un mondo che si avvia al capolinea.

 A Raphael Scumacher, che non è un pilota di F1. Era un attore.

Era, perché lo scorso gennaio è rimasto strangolato sul palco, mentre simulava un’impiccaggione durante una rappresentazione sperimentale al Teatro Lux di Pisa.

Dopo giorni di coma, è morto la sera del 4 febbraio. Aveva 27 anni.

A LUI dedico il mio Aspettando che spiova – la ventesima replica.

Gianluca D’Agostino

Per maggiori informazioni: www.salaassoli.wordpress.com

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