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Eroica Fenice

Bastavamo a far ridere le mosche alla Sala Assoli

È Sergio Longobardi e la sua opera “Bastavamo a far ridere le mosche” a presenziare la Sala Assoli nelle serate del 9, 10 e 11 ottobre.

Viaggiare stando fermi attraverso il racconto.
Un clown e il rapporto col padre, un uomo che ha fatto della fantasia il suo lavoro e una realtà che si rifiuta di considerare tutto ciò che non è già previsto, ulteriormente possibile. Varie storie si avvicendano sulla scena soggiornando nel corpo di un solo uomo.

Bastavamo a far ridere le mosche: ridere o non ridere, questo è il dilemma. 

La gente si vuole divertire.
Conta veramente poco per loro chi ha davanti, cosa nel suo percorso esistenziale abbia fatto o che tipo di persona sia stata prima di arrivare ad essere ciò che gli appare in quel frangente.
Quel che conta è la risata. Tutto il resto, la vita intera, è solo preparazione ad essa.
Il pubblico e l’umanità prediligono chi sa mostrargli il lato comico di un orrore e non è assolutamente disposta a perdonare quando si tenta di indurli al pensiero con l’ironia.
Seguendo questa scia, ruotano come satelliti intorno a chiunque sia capace di provocargli la corretta digestione dei mali del mondo senza costringerli ad una riflessione ed elegge, per merito diretto, costoro a rappresentanti, in cambio della tacita promessa di non apparire mai addolorati, tristi o soli.
Ma cosa fanno quando nessuno li osserva?
È questa l’immagine impressa col proprio corpo sul palco della Sala Assoli da Sergio Longobardi col suo “Bastavamo a far ridere le mosche”, la possibilità di osservare da fuori ciò che avviene dentro.
Un’ora scarna di dialogo intimistico, in cui l’uomo e la sua maschera si raccontano insieme mostrando d’essere un’unica cosa e lo spettatore pagante osserva e ascolta in silenzio, senza neanche immaginare la grande bivalenza del suo ruolo.
È in quel preciso istante ospite e padrone della serata, poiché il clown, per natura, è variforme e muta a seconda di ciò che i loro occhi riflettono nel guardarlo. 
Mentre si spoglia dei suoi abiti e di se stesso nel suo monologo o mentre legge scientifici bollettini meteorologici, qualcuno tra le file al buio cerca la risata con forza, andandosele a cercare persino negli angoli più reconditi e dove, forse, nemmeno l’autore avrebbe mai pensato di andare a controllare. Mostrando a tutti quanto conti veramente poco il buffone sul palco, ma contino la sua prevista immagine mentale e il suo dovere, affibbiato non si sa bene da chi, di dover concedere respiro persino dove si soffoca.
Sta proprio qui la rivoluzione dell’ordine, in questo naso con attorno carne umana e nella sua capacità di rendere assolutamente nulla l’opinione del pubblico. 
Non sono previsti saltimbanco sul palco, bensì una maschera, una persona e la sua vita e nel mostrarle a tutti si anela il diritto di non far ridere proprio nessuno.
Facendo poi così onore al suo ruolo più che mai, poiché, si sa, la battuta migliore è proprio quella che non si aspetta.

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