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Eroica Fenice

black clouds, la realtà oscura del web

“Black Clouds”, la realtà oscura del web

Con lo spettacolo Black Clouds il regista Fabrice Murgia spiega di aver voluto parlare “delle differenze nell’utilizzo del web tra i nord ed i sud del mondo, delle possibilità di emancipazione democratiche che una reale diffusione e condivisione delle informazioni, dei dati, della conoscenza darebbe.

Prima dell’inizio dello spettacolo viene ricordata la storia di Aaron Swartz, un programmatore, scrittore e attivista statunitense che creò modelli informatici e siti web innovativi, lottò per la libertà di espressione e contro la proposta di legge SOPA (stop online privacy act), che avrebbe determinato la riduzione della libertà di espressione su internet, e si rese responsabile di alcuni atti di sottrazione di documenti riservati per renderli pubblici e accessibili a tutti. In un caso Swartz riuscì, secondo l’accusa, a scaricare una mole enorme di dati da una biblioteca digitale di articoli accademici con l’intento di renderli pubblici. Il processo per frodi informatiche, previsto per aprile 2013, prevedeva una potenziale detenzione fino a 35 anni e una multa fino a 4 milioni di dollari. Aaron è stato ritrovato morto nel suo appartamento l’11 gennaio 2013. “Sicuramente soffriva di isolamento, stanchezza, stress, paura” – spiega la madre – “ma le sue battaglie, quella contro il SOPA e altre per la libertà di comunicazione sono state vinte”.

Black Clouds. Il web e la comunicazione virtuale

Dopo il ricordo di Aaron, avvenuto anche con la proiezione di sue interviste video, “Black clouds” ha inizio. Si apre con la riproduzione, alternata, di due discorsi storici, uno del fondatore della Apple, Steve Jobs, l’altro di Thomas Sankara, politico e rivoluzionario dell’Africa occidentale. Jobs parlava di un futuro avveniristico, di macchine prodigiose, Sankara di diritti e di dignità per tutti, Jobs invitava ad essere “affamati”e “folli”, Sankara a lottare per la giustizia sociale. “Il grano dei poveri ha nutrito la vacca dei ricchi” è una delle frasi che risuona nella riproduzione scenica del discorso di Sankara.
Dopo i due discorsi “Black clouds” procede con la narrazione di una relazione, prima solo web, poi reale, tra una donna ricca e annoiata di un paese occidentale ed un uomo africano che pensa di vendicare lo sfruttamento subito dalla sua terra, ad opera degli stranieri, ingannando i suoi clienti web occidentali.

In parallelo a questa storia si inserisce quella di un giovane informatico che cerca di trasferire il suo cervello ed il suo pensiero in un computer installato dentro la riproduzione dell’alieno cinematografico E.T. Il giovane riuscirà nell’intento morendo nel suo corpo umano. Sullo schermo del pc, dopo il trasferimento, le prime parole che compaiono sono: “Mamma, sono dentro il computer.
A fare da connettore tra le storie è una giovane donna africana, vestita di cavi elettrici e di spazzatura. Con voce roca e graffiata, sguardo diretto al pubblico la donna denuncia i mali dello sfruttamento energetico in Africa, quel non riuscire a vedere il sole per lungo tempo, per le nuvole nere di rifiuti tossici industriali bruciate. Nuvole nere, “black clouds”, metafora anche dell’oscuramento della conoscenza, e di un’Africa ignorata.

“Black clouds”, spettacolo andato in scena per il Napoli Teatro Festival, colpisce, dal punto di vista tecnico, per l’utilizzo di proiezioni delle scene in azioni tali da far vivere allo spettatore un’esperienza teatrale e cinematografica allo stesso tempo. Gli attori (Valérie Bauchau, Fatou Hane, El Hadji Abdou Rahamane Ndiaye, Francois Sauveur) hanno saputo adattarsi a storie insolite e con grande bravura hanno creato personaggi di forte impatto emotivo.
Sullo sfondo di “Black clouds” aleggia il deep web, il web profondo, le milioni di pagine e i dati non rintracciabili dai motori di ricerca.

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