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Eroica Fenice

suggestioni all'imbrunire Antonella Cilento

“Cafone!” di Antonella Cilento: storia di una brigantessa

Domenica 14 giugno alle ore 18:00, all’interno della rassegna “Suggestioni all’imbrunire” al parco archeologico del Pausilypon è andato in scena “Cafone!”, uno spettacolo scritto da Antonella Cilento e interpretato da Gea Martire. L’attrice ha rappresentato, attraverso un coinvolgente monologo accompagnato delle percussioni di Adriano Poledro, la storia della brigantessa Filomena Penacchio, detta “a fuchera”,  che si ribellò alla feroce repressione piemontese durante il processo che portò all’Unità d’Italia.

Una scena scarna, rappresentata solo da una piccola panca, accoglie il personaggio di  Filomena la quale si presenta con il viso sporco, le vesti logore, i capelli arruffati e le mani legate per discutere con un immaginario soldato o giudice che la interroga dopo averla catturata. In una lingua che mescola vari dialetti meridionali, la donna racconta la sua vita rivendicando le sue scelte, la sua fedeltà “alla terra e al re Borbone, il suo spirito guerriero e tutta la modernità di un personaggio che ha scelto di essere donna in una  maniera diversa  e coraggiosa.
Filomena è una donna che ha vissuto la miseria e la sofferenza, una donna che è in grado di vendicare a mani nude e in maniera cruenta la morte della sorella Enzina, uccisa davanti ai suoi occhi dal fidanzato geloso e che sceglie di diventare brigantessa dopo l’incontro Cosimo Schiavone detto “fuoco nterra”, uomo che imbraccia il fucile contro i soldati piemontesi ma che rispetta la sua donna come una regina.

Antonella Cilento racconta i rivoluzionari 

In un contesto che è quello di una vera e propria guerra civile, tra i “rivoluzionari” piemontesi  che vogliono l’Italia unita e i contadini del sud, fedeli al Regno delle due Sicilie che con forconi e fucili difendono le proprie terre, “a fuchera” si racconta sulla scena come una donna energica e arrabbiata che sceglie di rinunciare per ben tre volte alla maternità e di mettere da parte la sua femminilità indossando i pantaloni e combattendo in nome di una libertà che è ben diversa da quella rappresentata dai patrioti. Dallo spettacolo, infatti, emerge il relativismo di concetti quali libertà,  patria, verità e giustizia. Esistono due tipi di libertà, quella dei patrioti e quella dei briganti; due tipi di verità, quella di Filomena, torturata e messa sotto processo, e quella che verrà imputata alle sue parole pronunciate dinanzi ai soldati che l’hanno seviziata; due tipi di patria, quella di chi vuole unificare l’Italia e quella di chi, come Filomena, pensa che la patria sia rappresentata esclusivamente dal cielo e dalla terra concessa dal re. Anche per la giustizia non esiste un significato univoco e in un mondo in cui si è lasciati soli come figli di un Dio minore Filomena pronuncia queste parole: “Se la giustizia degli uomini fa schifo e quella di Dio se vot dall’altra parte allora me la faccio io”.

Filomena racconta, ride, balla e piange per sessanta minuti e conclude il suo monologo con una triste consapevolezza, quella che la sua storia, appartenente al mondo delle Cafone, varrà sempre di meno di quella del mondo dei galantuomini.

L’atmosfera della rappresentazione è incantata: un cielo prima plumbeo e poi azzurro, le luci del tramonto,  il silenzio nel sito archeologico e il risuonare dei gabbiani sul mare fanno da incredibile sfondo allo spettacolo mentre la voce di Gea Martire, insieme alla sua bravura  e consapevolezza, risuona secondo l’acustica naturale del luogo. Il pubblico mostra il suo apprezzamento con lunghi minuti di meritatissimi applausi.

Viola Castaldo

-“Cafone!”: storia di una brigantessa – 

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