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Eroica Fenice

Come una capinera

“Come una capinera” di Roberto Matteo Giordano alla Basilica dello Spirito Santo

Dopo il successo ottenuto a Salerno, i suggestivi ambienti della Basilica dello Spirito Santo di Napoli ospitano il 25 e 26 marzo Come una capinera, spettacolo di Roberto Matteo Giordano, prodotto da Palco 11zero8, che con maestria e grazia muove i suoi passi a partire dall’opera dello scrittore siciliano Giovanni Verga, Storia di una capinera.

Siamo intorno alla metà dell’Ottocento. Lo spettacolo percorre il vissuto ed i ricordi di un’anziana suora, Maria, destinata alla vita monastica fin da bambina.
La giovane novizia, sul punto di prendere finalmente i voti, scoprirà nelle poche settimane trascorse nella villa di campagna dell’agiata famiglia di origine, lontana dal convento a causa di un’epidemia di colera, le bellezze della natura, i divertimenti, le privazioni cui la (non) propria scelta di vita l’ha sottoposta: un mondo ridente, allegro, gioioso e pieno di vita fuori dalle rigide regole del convento, mentre con l’entusiasmo e la spensieratezza dei suoi vent’anni timidamente si affaccia alla vita che le è stata preclusa fin dalla nascita. Scopre finanche l’amore, nella figura del giovane amico di famiglia Nino (Roberto Matteo Giordano), destinato a sposare la sorellastra Giuditta.

È dal ricordo del momento in cui tutto è stato messo in discussione e cambiato, per la prima ed unica volta, che parte il racconto: Maria capirà presto a sue spese che “il cuore è un gran pericolo”.

Completamente immersa nella parte, con una recitazione ricca di pathos e d’ardore, Anna Rita Vivolo, nei panni di Maria, porta in scena un amore folle, disperato, ossessivo. Amore per un uomo e amore per la vita che non puo’ avere, timore di quest’uomo, che le suscita desideri inaccettabili e passioni troppo forti, e rancore verso quel Dio che, crudelmente, le nega il sentimento che più di ogni altro a Lui l’avvicina e la fa sentire viva. “Come siamo meschini, se non possiamo essere giudici della nostra felicità!”

Come una capinera analizza la forza devastante dell’amore e porta in scena una passione colpevole che si erge, statuaria, e che sovrasta la logica, le convenzioni sociali, la vita e perfino la morte. Passione che diventa ossessione, e che è destinata a ripetersi e a rivivere sé stessa ogni giorno, instancabilmente, eterna come il peccato.

L’intervista al regista di Come una capinera, Roberto Matteo Giordano

Storia di una capinera, di Giovanni Verga, è un’opera attualmente poco frequentata dal teatro contemporaneo, ma molto nota. Nonostante questo, siete riusciti a trarne qualcosa di nuovo e originale. Perché scegliere oggi di rappresentare quest’opera e in che rapporto è con lo spettacolo?

Lo spettacolo nasce da una mia lettura di Verga, che mi ha suscitato un sentimento di inquietudine.
La trasposizione ha differenze importanti rispetto al testo, ma ciò che mi interessava mettere in scena era una sorta di continuo del racconto dell’amore protagonista dell’opera letteraria, che si conclude con la morte della giovane Maria, appena ventenne, in preda alla malattia in cui la sua passione l’ha condotta.
Nello spettacolo, Maria cresce, invecchia, continuando sempre a covare dentro di sé questa passione, che diventa una vera ossessione. Io ho raccontato l’ossessione per questo amore, che lei vive e rivive ogni giorno, destinato a ripetersi immutabilmente.

Quali sono state le difficoltà nella trasposizione del testo verghiano in teatro?

Credo che la principale difficoltà sia stata quella di adoperare un certo linguaggio, che ha una sua unicità e non è un linguaggio corrente. Nella trasposizione ho cercato di mantenere lo stile e la lingua dell’autore, creare delle analogie linguistiche, talvolta addirittura prendendo delle espressioni particolarmente belle, che non ho voluto modificare, riportandole nella dimensione surreale che è in scena e che non ritroviamo nell’opera, caratterizzata dal racconto quotidiano, attraverso le lettere.

La Basilica dello Spirito Santo di Napoli è una location suggestiva. Perché l’avete scelta e quanto crede che possa aver influito nella buona riuscita dello spettacolo?

È un contesto naturale per questo tipo di spettacolo, ha la sua suggestività, un impatto emotivo molto forte. Ci si trova tra le pareti, tra le oscure volte che Maria menziona più volte. È l’ambientazione migliore che si potesse avere, lo scenario più bello che ha ospitato lo spettacolo fino ad ora: queste pareti sono già scenografia, rendono al massimo ciò che io volevo dare, cioè l’idea dell’austerità del luogo e del pathos della vicenda.

Roberto Matteo Giordano, sono previste nuove repliche?

Per questa stagione, no: siamo arrivati alla nostra sesta replica, è stato un mese di debutto. Siamo stati a Salerno e in provincia di Perugia. Ovviamente l’intenzione è quella di far girare lo spettacolo: mi piace ascoltare ciò che il pubblico ha da dire, cosa riceve, cosa riesce ad arrivare loro. Se lo spettacolo arriva al pubblico, allora merita di girare.

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