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Eroica Fenice

Desideri Mortali al San Ferdinando: il mondo de Il Gattopardo di Ruggero Cappuccio

“Desideri Mortali” di Ruggero Cappuccio al San Ferdinando: il mondo de Il Gattopardo

Sicilia, caldo asfissiante, immobile sterilità. Undici attori sul palco del Teatro San Ferdinando per rievocare il mondo poetico de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa con lo spettacolo Desideri mortali, prodotto dal Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale. Protagonista della scena è un oratorio profano composto e diretto da Ruggero Cappuccio, che torna per il terzo anno consecutivo allo Stabile di Napoli e porta sulla scena atmosfere e suggestioni del mondo de Il Gattopardo, attraverso desideri che ritornano a galla anche dopo la morte.

Il romanzo di Tomasi di Lampedusa, pubblicato solo postumo nel 1958, prende forma tra le voci di un coro discorde (composto da Gea Martire, Marina Sorrenti, Nadia Baldi, Antonella Ippolito, Ilenia Maccarone, Rossella Pugliese, Simona Fredella, Martina Carpino, Piera Russo), che si sovrappongono e s’intrecciano l’una all’altra in un ritmo scandito dal pianoforte di Luca Urciuolo e dalle percussioni di Gianluca Scorziello.

In un’atmosfera di litania e movenze che ricordano le rappresentazioni dei famosi pupi siciliani, sono portate sulla scena le vicende di Tancredi Falconeri (Claudio di Palma), nipote del principe Fabrizio, e quelle di altri personaggi, tra i quali il sacerdote della famiglia dei Salina (Ciro Damiano), nelle voluttuose dimore di Palazzo Salina e Donnafugata. Esse non sono altro che i teatri di smodate raffinatezze e decadenze, in cui ciascun uomo conduce una vita falsa ed inutile, destinata al fallimento, mentre la commistione tra i dialetti napoletano e siciliano riflette sogni e voluttà del Regno delle due Sicilie, due terre ferme in una condizione di immobilità quasi astorica, in cui “le novità attraggono solo quando sentite ormai defunte”.

Sterilità e Desideri Mortali ne Il Gattopardo secondo Ruggero Cappuccio

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. La frase, pronunciata da Tancredi Falconeri, riassume in sé lo spirito siciliano degli anni del Risorgimento italiano, e non solo. Tale immobilità asfissiante non è altro che il frutto di secoli di dominazione straniera che ha spento ogni vitalità di una terra ormai sepolta dall’inerzia e coperta dalla polvere del tempo.

Anche con le mutate condizioni storiche, poco dopo lo sbarco in Sicilia di Garibaldi, il popolo siciliano non può e non vuole abbandonare quel sonno di morte in cui giace da secoli, rievocato sulla scena attraverso i pensieri e le voci dei personaggi de Il Gattopardo, rappresentati dopo la loro morte, ancora incapaci di liberarsi dei loro desideri mortali.

Vagheggiamenti ormai inutili, la loro rievocazione assume i tratti di un delirio febbrile, accompagnato dai suoni del mare e dall’arsura, due immagini di vita cristallizzate per sempre dall’immobilità della morte.