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Eroica Fenice

Dita di dama: il volto del coraggio per il Teatro Deconfiscato

Dita di dama: il volto del coraggio per il Teatro Deconfiscato

Termina con Dita di dama la seconda edizione di Teatro Deconfiscato, format ideato da Giovanni Meola, personalità immersa nel mondo della cultura teatrale. Si tratta di arte, non solo di intrattenimento, di alta formazione per territori che soffrono una denutrizione culturale notevole, ma che hanno a disposizione ettari ed ettari di terra nei quali farla rifiorire.

È suggestivo pensare come  un luogo che ha visto le scorribande camorristiche e la fiorente vita dei vari clan sia lo scenario di spettacoli che trasmettono speranza per un futuro migliore. La Masseria Ferraioli è una sfida: una sfida economica, ma soprattutto umana e politica. Umana perché un luogo come la Masseria può rivivere grazie ai suoi cittadini, ai quali questi dodici ettari di terra sono restituiti nella speranza di un futuro migliore. Politica perché le istituzioni in questo senso hanno un’ampia voce in capitolo.

«La Masseria è la stella cometa del nostro grande lavoro e di tutta la fatica» afferma il sindaco di Afragola Domenico Tuccillo. Dal momento che il teatro non è solo una forma di intrattenimento, il Teatro Deconfiscato ha organizzato una novità per quest’anno: incontri con personalità che dei problemi trattati dalle varie rappresentazioni vivono tutte le difficoltà, ogni giorno, nella loro lotta per il futuro. Così, a introdurre Dita di dama, un dibattito tra personalità forti: Mirella Armiero, responsabile delle pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno, collaboratrice del Corriere della Sera e, per questo 14 settembre, intervistatrice della nota giornalista Luisella Costamagna, seconda ospite del dibattito. Questo nome è eloquente ed esplicativo della tematica della serata: la donna.

Noi che costruiamo gli uomini è uno degli scritti della Costamagna. La cura è sempre delegata alle donne nella nostra società. O almeno, questo è ciò che impone la convenzione. Si parla di una liberazione femminile che non c’è: nel lavoro la donna non gode degli stessi diritti degli uomini; i casi di violenza sulle donne straripano dalle colonne giornalistiche; le donne non hanno un ruolo preminente nella rappresentanza politica. «Ci riempiamo la bocca di parole, ma evidenti sono l’indulgenza giudiziaria, le diffide inascoltate, storie decennali di denunce».
Ma in Noi che costruiamo gli uomini ci sono anche storie di coraggio, donne che negli anni ’50 si sposavano al Comune e facevano le attrici. «Le ho conosciute, le ho cercate».

Grazie a Dita di dama, anche noi abbiamo conosciuto donne forti e le abbiamo amate

Opera tratta dall’omonimo libro di Chiara Ingrao, e riadattata da Massimiliano Loizzi e Laura Pozone (anche attrice principale), Dita di dama è una storia di crescita.
Sulla scena, ai poli estremi del palco, due luci: una calda, accogliente, la luce del focolare materno, la luce della fanciullezza, di ciò che conosciamo come i palmi delle nostre mani, quelle mani che, afferma Maria, protagonista sulla scena, non sono «mani da operaia», ma «Dita di dama», come le ama chiamare la sua più stretta confidente Francesca; dall’altro lato, un freddo neon che illumina uno sgabello, che Maria contro la sua volontà dovrà riscaldare ogni giorno con il peso della sua sofferenza, perché il padre ormai ha deciso per la sua vita.

«Là dentro ti senti una roba» continua a ripetere Maria a Francesca ogni sera dopo il lavoro, «i neon ci fanno sembrare tutte uguali!». Tutto nella fabbrica è calcolato scientificamente, alla ricerca di un ideale di efficienza e perfezione. Ma Maria non è sola. La scena è colma di personaggi, e allo stesso tempo è vuota. Laura Pozone è l’unica attrice sulla scena. «Ne viviamo tante di vite, ne teniamo tante insieme». Così, Laura Pozone è sia Maria che Francesca, la quale, studentessa di legge, grazie alle parole della sua confidente capisce che dietro a quelle leggi ci sono persone vere, da aiutare, da soccorrere. La Pozone è anche Nina la Nana, piccola ma esplosiva; è anche Mamma Assunta, una donna energica con tre figli, guida e protettrice di Maria; è Paolona, dalla voce roca, costretta a interrompere la realizzazione del suo corredo per quell’incidente sul lavoro che le ha portato via due dita. Ma Laura Pozone è anche la Roscia, operaia per scelta, amante del popolo, che soccorre Paolona e le termina il corredo.

Dal 1969 a 1971. Dall’autunno caldo degli scioperi dei metalmeccanici fino allo Statuto dei lavoratori. Dall’ingenuità alla consapevolezza

«Davvero non lo so dove l’ho trovato questo coraggio», dice Maria, ormai Donna, scioperante, Operaia. «La fabbrica è fatta dalle persone, non dagli strumenti». Due anni le sono serviti per lasciare alle spalle il suo passato da ragazzina timida. La sua vita è ormai intrecciata alla Storia, quella che non avvisa quando porta la sua corrente di cambiamento, ma cambia e basta la rotta dei nostri destini.

Il ritmo è veloce, euforico, con battute dal sapore ironico. Si passa in un niente dalle risate agli occhi lucidi. Ed è sulle note di Let It Bleed che la vita continua, che l’esempio di tante donne potrà davvero essere la strada spianata verso un futuro migliore.

Foto: Nina Borrelli