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Eroica Fenice

Dostoevskij, un giocatore al Teatro Bellini

Dostoevskij, il giocatore al Teatro Bellini riletto da Gabriele Russo e Vitaliano Trevisan

“È forse possibile accostarsi al tavolo da gioco senza farsi immediatamente contagiare da superstiziosi presentimenti?”

Fëdor Dostoevskij, Il giocatore secondo Gabriele Russo e Vitaliano Trevisan

La grande letteratura torna al Teatro Bellini. Fino al 17 dicembre sarà in scena Il giocatore, tratto dal romanzo di Fëdor Dostoevskij. L’opera è il terzo atto di una ideale trilogia della libertà. Il giocatore segue la società dispotica del visionario Arancia Meccanica e l’opprimente ospedale psichiatrico di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Quest’ultima messinscena, diretta da Alessandro Gassmann, tornerà sul palco del Bellini nel mese di marzo.

Diretta da Gabriele Russo, la pièce riprende fedelmente la struttura narrativa di Dostoevskij. Siamo a Roulettenburg, una cittadina fittizia della Germania. Il giocatore narra di un giovane precettore, Aleksej Ivànovic (Daniele Russo), che perde interesse nei confronti di tutto ciò che lo circonda. In nome di un’unica passione, alienante e dispotica: il gioco d’azzardo. La vicenda si svolge in un’atmosfera affascinante e atemporale, tra baroni tedeschi, francesi manipolatori, gentlemen inglesi.

Ivànovic è follemente innamorato della giovane Polina (Camila Semino Favro), figliastra di un generale russo. Amore, tuttavia, non ricambiato. Sullo sfondo agiscono altri personaggi particolarmente caratterizzati. Il generale russo, interpretato da Marcello Romolo, a sua volta innamorato perdutamente di M.lle Blanche (Martina Galletta). Attorno a questo nucleo agiscono l’inglese Mr. Ashley (Alfredo Angelici) e il marchese De Grieux (Sebastiano Gavasso). Una straordinaria Paola Sambo è Antonida Vasil’evna, la baboulinka che spezzerà l’equilibrio della prima parte dopo l’intervallo.

Dostoevskij e la grande letteratura al Teatro Bellini

Il giocatore è probabilmente l’opera di Dostoevskij nel quale sono presenti maggiori spunti autobiografici. Lo stesso romanziere russo soffrì a più riprese di problemi di ludopatia. Il ricordo di quanto vissuto in prima persona e la straordinaria abilità narrativa del romanziere russo si intrecciano così in un’unica opera, permettendo di tastare con mano, di vivere direttamente le vicende di Aleksej Ivànovic (vero e proprio alter ego di Fëdor Dostoevskij).

La stessa genesi creativa del romanzo è da rintracciarsi nella scommessa e nel rischio. Il giocatore è stato scritto nel 1866, anno particolarmente tragico nella vita di Dostoevskij. Vedovo e dedito alla roulette, Fëdor Michajlovič si rivolse all’editore Stellovskij per pubblicare un nuovo romanzo. Stellosvij gli diede un ultimatum di dieci mesi, fino al novembre del 1866, per dare alle stampe una nuova opera. In caso contrario, gli sarebbero spettati tutti i diritti d’autore delle opere di Dostoevskij.

Il romanziere russo dimenticò completamente la scadenza. Nell’ottobre dello stesso anno decide di affidarsi ad una stenografa per completare un nuovo romanzo entro la scadenza prefissata. Il libro fu ultimato in soli ventotto giorni, salvando Dostoevskij dal rischio di perdere tutto. E nacque un amore con la stenografa, Anna Grigor’evna.

Un vortice senza uscita di azzardo, amori, passioni

Il gioco d’azzardo è così il vero protagonista del romanzo e della messinscena. Esso è presente, in forma di metafora o di allusione, ovunque: è nelle relazioni ossessive dei personaggi, nei vani momenti di luce nel buio della ludopatia, nei rilanci cui sono costretti dalle circostanze. “Zéro!” afferma a più riprese Ivànovic con la baboulinka Antonida Vasil’evna, nel casinò di Roulettenburg. Puntando somme sempre più ingenti sul numero più affascinante e misterioso di tutti.

Non era facile riadattare in una versione teatrale un romanzo di Dostoevskij. Se c’è un autore particolarmente ostico ad essere sottoposto ad un’operazione del genere, è proprio il romanziere russo. Tanti sono infatti gli elementi cui sarebbe difficile ricorrere ad una riduzione teatrale. La prosa complessa, sempre ricca di spunti e digressioni; passaggi letterari fondamentali nei quali si nasconde il senso del romanzo; ma anche le descrizioni minute dei personaggi, cui Dostoevskij ha sempre dedicato estrema cura.

Gabriele Russo e Vitaliano Trevisan sono riusciti in questa piccola impresa. Non è un caso se questa versione de Il giocatore sia approdata alla sua tournée italiana, dopo aver debuttato con successo la scorsa primavera proprio al Teatro Bellini. Poche sono state le scelte significative, intelligenti ma funzionali, che hanno permesso di rendere fruibile e godibile un romanzo dai complessi risvolti filosofici e narrativi.

Lo spettacolo offre soluzioni drammaturgiche originali ed efficaci

Estremamente brillante risulta infatti la decisione di portare sul palco la vicenda di Dostoevskij e la stenografa Grigor’evna. Grazie al duplice ruolo interpretato da Daniele Russo e Camilla Semino Favro, rispettivamente, Aleksej/Dostoevskij e Polina/Grigor’evna. La pièce acquista così un tono pirandelliano. Quando Fëdor racconta le proprie vicende a Grigor’evna, per un attimo la vicenda si sposta dalla fittizia Roulettemburg allo studio della futura moglie del romanziere.

La dimensione atemporale della messinscena permette di trasporre idealmente la vicenda ai giorni nostri. Il costume di Daniele Russo è volutamente incongruo se confrontato con quello degli altri personaggi, baroni, gentlemen, marchesi tutti immersi nel loro sfarzo ottocentesco. Quando Ivànovic punta tutti i propri averi con la baboulinka sembra di essere dinnanzi a un giovane dei nostri giorni, in preda al video poker. I numeri della roulette scorrono vertiginosamente sul fondo della scena. Una testimonianza drammatica, forse l’intermezzo più riuscito dell’intero spettacolo.

Procedendo per interrogativi e supposizioni, Gabriele Russo e Vitaliano Trevisan ci trascinano in un vortice da dove è impossibile uscirne fuori come prima. Una spirale fatta di azzardo, rischio, pericolo, amore, passioni. Sul finale Mr. Astley lascerà del denaro al nullatenente Ivànovic. Lecito è chiedersi se continuerà a girare le roulette in tutta Europa o tornerà dall’amata Polina in Svizzera. Forse è questo il senso finale dell’opera di Dostoevskij. Il desiderio dell’impossibile, la volontà di cambiare in un secondo ciò che un’esistenza non potrebbe cambiare.

Domani, domani tutto finirà!

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