Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Figli di un dio minore

Figli di un dio minore al Teatro Cilea

Per la prima volta a Napoli, il Teatro Cilea ospita dal 30 marzo al 2 aprile Figli di un dio minore, imperdibile pièce drammatica sul rapporto e la comunicazione tra udenti e non udenti e che vede impegnati nel cast anche attori sordi.

 
Al centro delle vicende raccontate nello spettacolo, la complicata relazione -prima lavorativa e poi sentimentale- tra il logopedista James Leeds (Giorgio Lupano) e Sarah Norman (Rita Mazza), una ex-allieva, ora cameriera, dell’istituto per sordi dove il giovane logopedista lavora. 

Il testo teatrale di Figli di un dio minore, di Mark Medoff, risale al 1978 ed è stato messo in scena negli Stati Uniti nel 1980. Nello stesso anno, lo spettacolo è stato portato anche in Italia, al Festival dei Due Mondi di Spoleto. L’omonimo film, con William Hurt e Marleen Matlin, si è aggiudicato nel 1986 Oscar e Golden Globe.

Figli di un dio minore: una pièce tra due mondi

Ad impensierire il giovane terapeuta è il rifiuto di Sarah di parlare, la sua totale ostinazione, il muro che ella alza tra sé e il mondo degli udenti, impenetrabile per chi, come lei, rifiuta d’imparare a leggere il labiale. Sarah è sorda dalla nascita e non vive la propria sordità come un handicap, né vede la necessità d’imparare a parlare: la sordità è solo un altro modo di leggere il mondo e di rapportarsi ad esso. Sarah segna sé stessa e il proprio vissuto liberamente, con gesti rapidi, veloci. Lascia entrare nel suo mondo chi lo vuole davvero, senza desiderare di cambiarla, senza desiderare che lei si adatti a ciò che altri hanno stabilito essere la normalità.
Sarà il dottor Leeds a sfondare questo muro e a penetrare nel mondo interiore della ragazza, riuscendo a mediare fra lei e il mondo esterno, che lei non può ascoltare, ma anche tra Sarah e il pubblico, che nella serata inaugurale è composto in larga parte di spettatori non udenti: i dialoghi dell’intero spettacolo si svolgono parallelamente a voce e nella lingua dei segni.
L’amore tra Sarah e James è un amore reso difficile da problematiche oggettive: come si ama qualcuno che non conosce il suono della tua voce, il suono della musica, qualcuno per il quale sia sempre tu a dover parlare, qualcuno per il quale tu debba diventare il tramite col mondo esterno?
L’amore non si sente con le orecchie e non è la parola a costituire il linguaggio: sono i sentimenti, le vibrazioni, le emozioni a farsi linguaggio. Anche il rapido gesto aereo delle mani che danzano può farsi poesia, può farsi metafora. Perché, qualsiasi sia il nostro modo di comunicare, ognuno di noi, dinnanzi a sé stesso e alla propria interiorità, incontra la barriera dell’inesprimibile.
La fortissima presenza scenica di Giorgio Lupano e Rita Mazza riesce ad avvicinare il pubblico alla storia narrata, abbattendo qualsiasi confine linguistico, qualsiasi barriera, ci mostra che è possibile comunicare anche tra mondi così apparentemente diversi e lontani.
La vicenda portata in scena viene resa accessibile a tutti: udenti e non udenti comunicano, ognuno alla sua maniera, le stesse emozioni, in scena e anche dopo: alla fine dello spettacolo, all’unanime si alzano nell’aria mani tese, vibranti, volte a congratularsi con gli attori e a ringraziarli, ed altre, impegnati in applausi scroscianti.
Per una sera, parliamo tutti la stessa lingua e non siamo poi così diversi.

Print Friendly, PDF & Email