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Eroica Fenice

Il segno di Giotto allo ZTN

Comincia la nuova stagione dello ZTN ( Zona Teatro Naviganti) e decide di farlo con “Il segno di Giotto” di Pippo Cangiano, con in scena Riccardo Citro e Peppe De Vincentis.
Lo spettacolo di inaugurazione è in cartellone per il sabato 3 e domenica 4 ottobre.

Da un lato Umberto (Riccardo Citro), giovane autistico e orfano di madre, che abita in un quartiere popolare di Napoli e vive da solo, essendo perfettamente capace di gestirsi, dall’altro Giotto (Peppe De Vincentis), anziano malvivente ed evaso di carcere, che trova nascondiglio nell’abitazione di Umberto, prendendolo in ostaggio per ventiquattrore: vite distinte e separate che troveranno intreccio in una trama le cui forme sembrano dirigersi verso un finale facilmente intuibile ma, come spesso accade, le cose sono lontane dall’essere come appaiono.

Il segno di Giotto e l’importanza delle proprie orme

Il dovere di una buona recensione è riassumere all’osso: un critico, o chi ha la faccia tosta di spacciarsi per tale, deve sempre e comunque fare dono a chi decide di approcciarsi ad un’opera, qualsiasi sia la sua forma, di pochi e semplici parole su di essa, affinché lo spettatore possa essere indirizzato al meglio; “Il segno di Giotto” di Cangiano, vista la sua natura, concede l’opportunità di essere ripreso con due semplici nomi: Umberto e Giotto.
Poiché sono le loro esistenze e storie il perno su cui ruotano tutti gli eventi e la trama stessa, è il loro rapporto il valore su cui si concretizza la sceneggiatura di Cangiano.
Sono buone le interpretazioni di Citro e De Vincentis, con particolare merito al primo per la difficoltà intrinseca nel suo ruolo. Non è facile mettersi in gioco e portare in scena la rappresentazione di un ragazzo autistico, la macchietta è proprio lì, dietro l’angolo e aspetta impaziente di prendere il tuo posto sul palco. Riesce, però, Citro a non strafare, stando ben lontano dal ridicolo o dal fastidioso.
Con queste premesse, i due si muovono qua e là ritmicamente su un palcoscenico privo di troppi orpelli scenografici, danzando con la trama e coi fatti del quotidiano di molti, senza però infilarci troppo a fondo le unghie.
Sorvolano su Napoli, la quale non viene mai veramente citata o messa in mostra e di cui però la presenza è evidente nel testo e nel costrutto dell’opera.
Sorvolano sul concetto della diversità e le sue problematiche, evitando moralismi o storielle strappalacrime di cui pochi sanno gestire al meglio le capacità emotive.
Sorvolano sull’importanza del passato, sul come tutto ciò che siamo e siamo stati può apparire sotto centinaia di luci diverse a seconda di come cambiano i fatti.
Non scendono a terra in questa loro esplorazione della realtà, ma non per questo la rendono priva di valore o significato, anzi.
In un’ora e qualcosa, gli attori regalano un piccolo momento di riflessione a chi si ferma a guardare e ascoltare, concedendogli l’opportunità di vedere le cose sotto un’ulteriore forma.
Nel peggiore dei casi, comunque, questo spettacolo vi darà comunque qualcosa di buono, poiché, per citare ironicamente una battuta da esso: “E sciem fann sempre tenerezza”.