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Eroica Fenice

I Viaggi di Capitan Matamoros, intervista a Luca Gatta

I Viaggi di Capitan Matamoros, intervista a Luca Gatta

Spettacoli, workshop, mostre e dibattiti. La rassegna itinerante di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros è alle porte. Abbiamo avuto il privilegio di intervistare Luca Gatta, direttore artistico della rassegna e regista degli spettacoli della associazione teatrale Aisthesis.

Intervista a Luca Gatta

Da Goldoni ad oggi, la trasformazione della commedia dell’arte secondo voi.

Partiamo dall’assunto che per me Goldoni già non è più Commedia dell’Arte. Goldoni ha riformato la commedia italiana dando valore predominante al testo, pertanto, ha tradito quello che è il primo assunto della Commedia dell’Arte, chiamata anche commedia improvvisa, in più, dando valore alla parola, ha introdotto una dimensione psicologica della scena che nel ‘400, ‘500, ‘600 non esisteva.

Parlare oggi di Commedia dell’Arte significa non riferirsi a Goldoni, ma guardare a Stanislavskij, Copeau, Mejerchol’d, Ėjzenštejn, che con la loro avanguardia, hanno ri-teatralizzato il dramma, dando più valore alla scrittura scenica che al testo. La rivoluzione del Teatro nel ‘900 secondo me è questa: ciò che Goldoni nel ‘700 aveva riformato, nel ‘900 viene ricomposto. Per noi di Aisthesis significa questo il recupero della Commedia dell’Arte, seguire il solco di Maestri quali Artaud, Copeau, Mejerchol’d, Stanislavskij. 

Come si posiziona la commedia dell’arte in questo momento storico in cui il teatro sembra essere in crisi?

A me il teatro non sembra in crisi. Il teatro non può essere in crisi, semplicemente dagli anni ’60 in poi, il teatro, per forza di cose, è uscito dai luoghi canonici per diventare un teatro che dalla visione passa alla partecipazione, ecco anche spiegato il perché della presenza all’interno della nostra rassegna di Giuliano Scabia che è stato uno dei protagonisti e fautori di questo passaggio. Oggi è in crisi quel teatro che non permette all’essere umano di parteciparvi. Il teatro entra in crisi quando non trova più una giusta collocazione nella società, quando non trova più il modo di rapportarsi con questa, quando non ha più una comunità a cui rivolgersi come accadeva nella Grecia antica. Si parla di crisi del teatro, ormai, da più di un secolo. Si è parlato di crisi quando è nato il cinema e di nuovo con la tv. Secondo me il teatro è in crisi se lo si guarda dal punto di vista del contenitore, i teatri stabili per intenderci, dal punto di vista istituzionale, perché lo Stato non stanzia più fondi, perché vengono tutelate solo grandi strutture a scapito di altre, ma da un punto di vista della partecipazione del pubblico, della creazione e della circuitazione di opere, il teatro non mi sembra in crisi, è semplicemente cambiato il gusto delle persone, che non vogliono più i “vecchi salotti” in cui “assistere” al teatro, ma cercano piuttosto luoghi della partecipazione.

Qualche anticipazione sugli spettacoli in programma

Quest’anno abbiamo deciso di ampliare il format originario de i viaggi di Capitan Matamoros, rassegna nata due anni fa essenzialmente per presentare i nostri lavori, ospitando spettacoli di altre compagnie, ma che per noi sono fondamentali. Arlecchino e il suo doppio di Ferruccio Merisi, con Claudia Contin, è uno spettacolo molto importante per chi pratica Commedia dell’Arte. Claudia è uno dei più grandi Arlecchini d’Italia, insieme a Ferruccio ha ideato l’Arlecchino Errante di Pordenone – rassegna ventennale che è stata una delle fonti d’ispirazione per I viaggi di Capitan Matamoros – ed è a Napoli per la prima volta. Poi c’è lo spettacolo Echi da un’America indigena di Alejandro Jimenez Molina e Irasema Jimenez da Oaxaca (Messico), associato alla mostra di Maschere, Marionette e Burattini che aprirà la rassegna. Infine Respiro di donna di Carmencita Palermo, uno spettacolo di Topeng balinese (la danza con le maschere che si svolge durante i riti induisti di Bali) che presenta, cosa piuttosto eterodossa, un punto di vista femminile su una tradizione rituale a predominanza maschile. Carmencita mi affiancherà anche nella conduzione del masterclass La dimensione transculturale della maschera, al via il 19 settembre, in cui metteremo a confronto Commedia dell’Arte e Topeng. Per quanto riguarda le nostre produzioni, presenteremo tre spettacoli già editi – Crudele d’amor, dedicato alla vicenda e alla musica di Carlo Gesualdo; Commedia in tempo di peste, sulla peste del 1656 e La Repubblica di Utopia- e due spettacoli inediti, El romancero de Lazarillo e Cunti di Sfessania. I primi tre, frutto della lunga residenza tenuta l’anno scorso all’interno dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, sono drammaturgie assolutamente originali, che il nostro dramaturg Stefania Bruno ha elaborato a partire da documenti d’archivio, e sono anche un’occasione per indagare tre modalità rappresentative diverse (il teatro rinascimentale, lo spettacolo itinerante di strada e il cunto popolare). El romancero de Lazarillo, rappresenta per noi un punto di partenza e di arrivo insieme, ci lavoriamo da tre anni e finalmente siamo giunti a una versione definitiva. Per me è stato un periodo di studio e di ricerca fondamentale, durante questi tre anni lo spettacolo è cambiato e cresciuto insieme a me, che sono solo in scena e ho la responsabilità di dare vita a tutti i personaggi della storia. La drammaturgia, che nasce da un adattamento di Stefania Bruno del romanzo cinquecentesco capostipite del genere picaresco, mira a far emergere la liminalità non solo del personaggio principale ma anche della forma drammatica, che si colloca all’incrocio tra racconto e teatro. Infine Cunti di Sfessania è un vero e proprio spettacolo-laboratorio. Lo abbiamo presentato varie volte, ma sempre con un contenuto diverso. Tiziana Sellato, mio aiuto-regia da molti anni, ha composto la drammaturgia a partire dai repertori dei comici e noi abbiamo montato lo spettacolo lavorando sui caratteri e sui lazzi come veri comici del 1500. Insomma Cunti è una piccola sintesi di cos’è la Commedia dell’Arte.

Che ruolo ha l’improvvisazione nel vostro spettacolo? Gli attori seguono un canovaccio?

Il ruolo dell’improvvisazione è fondamentale per i nostri spettacoli, ma non durante la messa in scena. L’improvvisazione è importante prima, durante la creazione dello spettacolo dove gli attori del LICOS (il laboratorio di composizione scenica tenuto da Luca Gatta per la formazione dei suoi attori), durante un training che dura nel tempo, acquisiscono delle partiture per ogni personaggio, partiture specifiche che lo caratterizzano, ce ne sono per ogni personaggio della Commedia dell’Arte. Nel corso delle prove, gli attori, guidati dal capocomico, costruiscono lo spettacolo che nasce da un atto collettivo, come in un ensemble di jazz, ognuno degli attori improvvisa utilizzando un tema come indicato nel canovaccio, mettono insieme le partiture acquisite, utilizzano i repertori che ci sono stati tramandati dai commedianti e i lazzi che costituiscono il motore dell’azione.

A differenza di quello che era, probabilmente, la Commedia del cinque-seicento, perché non ci è dato sapere cosa succedeva esattamente poiché molte delle testimonianze dell’epoca sono andate perse nel tempo, durante la messa in scena i nostri spettacoli sono organizzati con una drammaturgia precisa, che parte dal canovaccio, e seguono una scrittura scenica ben determinata che non lascia spazio all’improvvisazione.

Il viaggio è una condizione antropologica insita nella natura del commediante. Cosa vi aspettate da questa rassegna itinerante? E dalla città di Napoli?

Sicuramente il viaggio è una condizione esistenziale dell’uomo, più che antropologica dei commedianti, poiché questi erano costretti a spostarsi laddove c’erano maggiori risorse per soddisfare i propri bisogni e praticare il loro mestiere.

Napoli è di certo un luogo mitico per la Commedia dell’Arte, è sempre stata una città importante per i commedianti perché era essa un luogo di incontro per i viaggiatori e le culture. In maniera modesta mi aspetto di riportare un pezzo di quello che accadeva all’epoca, di far rivivere la Commedia dell’Arte nella contemporaneità in una Napoli che è ancora luogo di incontro e incrocio di tradizioni e lingue.

L’augurio è di non avere un pubblico solo napoletano, per questo abbiamo introdotto altre tradizioni perché speriamo che si unisca alla rassegna I Viaggi Di Capitan Matamoros anche un pubblico europeo ed extraeuropeo. Sicuramente la rassegna I Viaggi Di Capitan Matamoros è un viaggio nello spazio e nel tempo tra le culture e le tradizioni, ma anche nei secoli e questo è il fulcro di tutto in quanto attraverso la rassegna andiamo a valorizzare anche luoghi storici della città alcune volte sconosciuti agli stessi cittadini.  

Marcello Affuso