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Eroica Fenice

Ivanov e la sua modernità al Teatro Bellini con Filippo Dini

Al Teatro Bellini, dal 13 al 18 dicembre, sarà in scena una delle opere più importanti di Anton Pavlovič Čechov, Ivanov, qui diretto e interpretato da Filippo Dini.

Ivanov e l’oscenità del bene

C’è un piccolo aneddoto, che forse tutti non conoscono; la prima di Ivanov andò malissimo.
Čechov fu incaricato di scrivere una commedia da Fëdor Korš, ma ciò che in realtà fece fu creare un dramma, per nulla apprezzato dal pubblico del tempo.
La colpa di tutto ciò, secondo lui, andava data agli attori in scena, i quali, ignari della loro parte, arrivarono a rendere non sue le proprie parole.
Ogni volta che ci si trova davanti ad una qualsiasi rappresentazione dell’Ivanov, ci si chiede cosa ne penserebbe Anton Pavlovic.

Ma non si può prevedere la reazione di Čechov, si può sapere solo come ha reagito il pubblico a noi contemporaneo. Ovvero applaudendo, applaudendo in maniera molto convinta.

Ivanov secondo Filippo Dini

L’Ivanov di Filippo Dini è lento, cadenzato, tipicamente russo.
Possiede in sé il merito di non avere timore di indagare, di soffermarsi sulla natura umana dei singoli, per poterne comprendere meglio la massa, a tal punto da risultare a tratti soporifero, proprio come una vecchia storia raccontata mille e mille volte ancora.
Ivanov è qui un uomo spezzato, rotto, centellinato in vari pezzi di sé, a tal punto da essere incapace di essere qualsiasi cosa. Non è un cattivo, ma non è neanche buono. Non è inutile, ma non è neanche utile. E, spesso, non è neanche il vero protagonista di questa faccenda che riguarda, poi, soltanto la sua vita e la sua anima.
Dini e il suo cast scelgono di non vertere la rotta sulla morale, scelgono di non servire allo spettatore una serie di “parole dette, parole vuote”, utili soltanto a riempire gli spazi, ma scelgono di mostrare i fatti, cercando di non filosofeggiare eccessivamente.
Talmente è cinica la visione di insieme del mondo dei singoli e stretto il confine tra il bene e il male nella massa, che coloro che appartengono alla prima categoria appaiono non solo fastidiosi, ma persino inutili. L’onestà, che qui appare quasi come forma di autoerotismo delle virtù, è priva di qualsiasi utilità per il bene della società.

Un plauso va a Filippo Dini, notevole l’interpretazione del regista-attore, capace di donare a Nikolaj Alekseevic una natura immorale e, al contempo, carico di umanità e di un sincero desiderio di essere padrone del proprio destino e di fare la cosa più giusta.

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