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Eroica Fenice

la merda Silvia Gallerano

La Merda, silenzio e applausi per Silvia Gallerano alla Galleria Toledo

La parola come disgregazione del vero. Il vero come incommensurabile no sense della realtà.
Silvia Gallerano è sola sul palco. Sola e nuda. Nuda e vuota a raccontare una storia. Uno sgabello e uno sfondo nero fanno compagnia al suo monologo di un’ora. L’unica scenografia è, quindi, il corpo che, con gli alti e bassi della voce, racconta il profondo degrado della nostra società.
Si chiama “La Merda” questo spettacolo e c’è un’attrice senza alcun vestito in scena. Ma quella che può sembrare un’ottima mossa di marketing, inizialmente, diventa, col passare dei minuti, una presa di consapevolezza. Cristian Ceresoli, il regista, non poteva usare altro nome per la sua pluripremiata opera. La protagonista non doveva essere vestita.

Silvia Gallerano e il disagio dell’essere

Privato di ogni dignità, il suo corpo non ha alcuna sensualità, non fa scandalo perché non è altro che una marionetta. A tirarne i fili c’è una ragazza, la cui ambizione per il successo, per “diventare alta”, è seconda solo al disturbo psichico causato dalla morte prematura del padre. La sua perdita a 14 anni e lo squallore in cui la società dei consumi è sprofondata la rendono un bersaglio perfetto, il clown a cui buttare le torte in faccia al luna park. E la merda che diventa cibo nell’estremo atto di eroismo nella spasmodica ricerca della libertà, di vana resistenza alle assurde leggi nel viver nostrano, è la metafora perfetta della decadenza, del disgusto celato dietro la quotidianità, del vuoto cosmico che accompagna ogni nostro passo.
E la merda è merda, non ci sono altre parole, altre 5 lettere, due sillabe che rendano meglio l’idea.

E l’Italia, quella di Mameili, dei garibaldini e dei partigiani, piccoli uomini con la camicia rossa, non è che uno spettro che ci insegue e ci maledice ogni giorno con una spada di Damocle che abbiamo impugnato per recidere le nostre gloriose radici. E solo il ricordo, impregnato tra le frasi dell’inno che cantiamo a squarciagola nelle occasioni importanti, come le partite di calcio, è una avvilente epifania del degrado intellettuale, della merda in cui nuotiamo.

Silvia Gallerano ce lo bisbiglia, urla, vomita minuto dopo minuto, scena dopo scena, con una mimica facciale talmente espressiva che la sua nudità non mette in imbarazzo nessuno, anzi, sì, mette in imbarazzo l’intera platea convincendoci con le sue riflessioni di quanto sia orribile e inutile quel suo corpo da “sirena” così poco sfruttabile della società e tutti, ma proprio tutti, lo odiamo. E tutti, ma proprio tutti, allo stesso modo, alla fine, applaudiamo ad uno spettacolo che disgusta, sorprende e traccia un solco nel silenzio inenarrabile che deve essere coperto con qualcosa. Qualcosa di diverso dalla merda, possibilmente.

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