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Eroica Fenice

L’arte di essere fragili e il lusso di sognare: D’Avenia al Teatro Diana

L’arte di essere fragili e il lusso di sognare: D’Avenia al Teatro Diana

L’arte di essere fragili: un’arte che parla di astri e sogni, quella portata sul palco del Teatro Diana di Napoli da Alessandro D’Avenia, in primis professore al liceo di letteratura e poi scrittore palermitano, autore di romanzi in poco tempo divenuti best-sellers, si ricordi Bianca come il latte, rossa come il sangue, Cose che nessuno sa e Ciò che inferno non è.

L’arte di essere fragili (Come Leopardi può salvarti la vita si legge nel sottotitolo) è un libro edito dalla Mondadori, pubblicato alla fine di ottobre 2016, poi cresciuto fino a diventare uno spettacolo teatrale che viaggia per la penisola regalando, a chi riesce ad assicurarsi una poltroncina a teatro, l’occasione di credere, avere fede nei desideri. Sul palcoscenico è stata ricreata un’aula a pochi minuti dal suono della prima campanella: sono gli alunni del liceo napoletano Giuseppe Mazzini che siedono tra i banchi che fanno scenografia. C’è chi si scatta un selfie e chi scambia due chiacchere con la bella ragazzina del secondo banco, volano aeroplanini di carta fatti con le pagine dei quaderni, volano sguardi alla platea e guance rosse. Tutti pronti ad una lezione di vita.

L’arte di essere fragili, la bellezza di essere luce

Come in un quadro di Caravaggio, protagonista è stata la luce, quella che scorre dagli occhi e bagna la vita: è stata emozione, è stata questione di parole che attraversano la carne e arrivano dritte a chi di dovere, al signor cuore. Cuore. Parola mai banale: il petto come figura retorica del luogo del sentire, dove non c’è caos da temere perché tutto è disordine. Certezza non è mai sicurezza. Bisogna mettersi in pericolo per essere presenti, per avere una storia in cui raccontarsi, per avere sbagli in cui riconoscersi. “Proprio il pessimista Leopardi” esagerava ironicamente D’Avenia dal palco: proprio lui si è fatto creatore d’incanti, ha imitato lo stesso Dio in cui poco credeva per rendere bellezza un dolore che conta, un’amarezza che ha il sapore del gelato, per così dire. L’arte di essere fragili è l’Odissea di un’anima che non ha vissuto il grande amore né seguito la brillante carriera: è la storia di un uomo geniale che non ha mai piegato il suo estro alle convenzioni, un’anima alla quale i libri di letteratura non sempre rendono giustizia. Leopardi è qualcosa in più del pessimismo in tre fasi, è un libro che ha le sue parti più belle tra le righe – spiega D’Avenia col cuore (e un’agendina rossa) in mano. Leopardi è la bellezza che non si arrende, è l’incarnazione del desiderio: de-sidero, dal latino sidus, “stella”, secondo l’interpretazione prevalente, desiderare significherebbe allontanare lo sguardo dalle stelle, sentirsi perso e, di conseguenza, sognare di ritrovarsi. Sogno: così vicino a desiderio, fratello, sinonimo, al punto da confondersi, al punto da chiedergli in prestito il significato per parlare di sé. È la storia dell’essere presenti, del vivere dimenticando il tempo degli orologi, seguendo il ticchettio di una vocazione, una luce.

L’arte di essere fragili… e preziosi

Napoli è stata un miracolo per un Leopardi in cerca di aria pulita e strade che sapessero curargli anima e corpo; è stata la città in cui ha scoperto la verità tra la gente, in cui il poeta della luna ha perso la testa e lasciato il cuore.  Napoli è stata il porto dell’ultimo approdo, è stata la scoperta del tesoro. Pensiamo alla parola fragilità che diventa necessaria, deve essere poesia, viene rimpicciolita in frale per abitare un endecasillabo senza dare fastidio: la storia di Leopardi, così come raccontata da D’Avenia, è l’itinerario di una nave in rotta verso se stessa, non c’è porto da raggiungere se non si hanno stelle da seguire e se non si ha come destinazione il viaggio stesso. Se la ginestra è il fiore che “profuma e consola il deserto”, è il bocciolo della “terra del forse”, è la metafora della vita che Leopardi ha amato più di quanto si direbbe, allora il suo poeta fu un uomo perdutamente innamorato della bellezza. La famosa scatola di cartone, quella dei film, che contiene bicchieri di cristallo e che viene etichettata come fragile prima di essere trasportata fino a destinazione, porta dentro di sé qualcosa di importante. Non c’è vergogna nell’essere fragili, soprattutto se fragilità non è debolezza, ma forza.

Che si tratti di esprimere un desiderio quando si soffiano le candeline sulla torta del compleanno o di cercare le stelle cadenti nei cieli d’estate, abbiamo bisogno di affidare al vento (che non ne parla con nessuno) la speranza di realizzare un futuro che teniamo chiuso in un cassetto. Abbiamo tutti bisogno di una stella assegnata in cielo, una che sappia indicarci il più bel nord: i sognatori sono esploratori senza bussola, insomma, hanno soltanto una direzione da seguire e qualche costellazione che funga da lampione quando cala il buio.

Siate gelosi dei vostri sogni, tirateli fuori dal cassetto e indossateli ogni giorno: sapete, la poesia veste bene con tutto.

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