Le cinque rose di Jennifer di Gleijeses | Recensione

Le cinque rose di Jennifer di Gleijeses | Recensione

Al Teatro Sannazzaro va in scena un grande classico di Annibale Ruccello

Le cinque rose di Jennifer di Gleijeses, tratto dal grande classico del drammaturgo partenopeo Annibale Ruccello, anima la stagione 2023/2024 del Teatro Sannazzaro di Napoli e va in scena dall’8 al 17 marzo 2024. Lo spettacolo prevede: la regia e l’interpretazione di Geppy Gleijeses, insieme all’interpretazione del figlio Lorenzo Gleijeses; con la voce della radio di Nunzia Schiano, la voce di Sonia Gino Curcione, la voce di Annunziata Mimmo Mignemi, la voce del giornale radio di Myriam Lattanzio; le scene di Paolo Calafiore; i costumi di Ludovica Pagano Leonetti; le luci di Luigi Ascione; la colonna sonora a cura di Matteo D’Amico; l’aiuto regia di Roberta Lucca; il trucco a cura di Cris Baron e le parrucche a cura di Francesco Pogoretti; la produzione di Gitiesse Artisti Riuniti.

Le cinque rose di Jennifer di Gleijeses: la finzione come unica verità possibile

A proposito di Le cinque rose di Jennifer di Gleijeses sostiene il regista-attore: «Dobbiamo quindi considerare che, evitando la “maniera” (anche se Ruccello invita nelle note a mantenere una cantilena napoletana) e naturalmente il macchiettismo, interpretiamo personaggi sovente debordanti che già interpretano a loro volta un ruolo e una condizione. E quindi si deve essere attentissimi a non raddoppiare il travestimento e quindi l’interpretazione. Abbiamo scelto quindi un connotato di base assai realistico; la casa, le piccole cose che ci circondano, i feticci, la colonna sonora, i cibi che cuciniamo, gli odori che sentiamo. Su questa base Jennifer e Anna, dopo che abbiamo tentato di dare a loro verità e dignità, ci hanno portato nell’universo di Annibale Ruccello che dalla meraviglia di un’orrida quotidianità ti proietta in una condizione espressionista di grande disperazione, inframezzato da pochi attimi di euforia. Come voleva Annibale il processo interpretativo di questo caso, non deve essere lo straniamento, non è l’attore che scherza su Jennifer, è Jennifer che guarda sé stessa. Un gioco molto più complesso, più sfumato di rapporti».

Ma Le cinque rose di Jennifer di Gleijeses rivela anche la difficoltà di una simile operazione. Al di là di una certa difficoltà – ahimè – evidentemente visibile sul palcoscenico e che più di suscitare un inevitabile dubbio su quali ne siano state le ragioni prescinde dal discorso costituendone in un certo senso un “a parte”, si manifesta comunque la complessità nell’intento di non calcare quel “macchiettismo” rischioso. È giusto il timore dello scadere nel “manierismo”, tutto sommato ancor di più perché napoletano, ovvero nella caricatura di quei personaggi che nascono e vivono in una finzione reale, tangibile, paradossalmente vera in quanto costituisce l’unica dimensione possibile per crearsi un habitat in quella voragine di inguaribile e misera disperazione. Niente a che vedere con alcuna prospettiva borghese, anzi, con una sofferenza “underground” propria degli emarginati, ma che non per questo riesce meno universale, tutt’altro. Pertanto, non è poi scontato rispettare la sensibilità di un drammaturgo come Annibale Ruccello così profonda, costellata di sfumature variegate. Infine, tutto questo insieme al fatto che un testo simile si riveste di silenzi parlanti implicano di conseguenza un lavoro registico rivolto a una coppia di attori ai quali è affidato il compito di vivere intensamente la scena più che di riempirla. Probabilmente è proprio qui lo scoglio apparentemente insormontabile.

Fonte immagine: Ufficio Stampa

A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson nasce il 26 Marzo 1998 a Napoli. Nel 2017 consegue il diploma di maturità presso il liceo classico statale Adolfo Pansini (NA) e nel 2021 si laurea alla facoltà di Lettere Moderne presso la Federico II (NA). Specializzanda alla facoltà di "Discipline della musica e dello spettacolo. Storia e teoria" sempre presso l'università Federico II a Napoli, nutre una forte passione per l'arte in ogni sua forma, soprattutto per il teatro ed il cinema. Infatti, studia per otto anni alla "Palestra dell'attore" del Teatro Diana e successivamente si diletta in varie esperienze teatrali e comparse su alcuni set importanti. Fin da piccola carta e penna sono i suoi strumenti preferiti per potere parlare al mondo ed osservarlo. L'importanza della cultura è da sempre il suo focus principale: sostiene che la cultura sia ciò che ci salva e che soprattutto l'arte ci ricorda che siamo essere umani.

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