Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Le Serve Genet

Le serve, Genet al Teatro Nuovo di Napoli

Le Serve Genet. Dal 25 al 29 ottobre è in scena al Teatro Nuovo di Napoli Le serve di Jean Genet, tradotto da Gioia Costa e presentato da “Teatro e Società”, dal Teatro Biondo di Palermo e dal Teatro Stabile di Catania, per la regia di Giovanni Anfuso

Le serve (Les bonnes) è considerato il capolavoro di Jean Genet, scritto nel 1946. Per elaborare la pièce, Genet si ispirò liberamente ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1933 in Francia: senza alcun apparente motivazione, due giovani donne uccidono brutalmente una nobildonna e sua figlia, presso le quali lavorano come domestiche. Molte le riproposizioni nel teatro moderno, delle quali in Italia ricordiamo quella del 1968 per la regia di Maurizio Scaparro, in cui una delle tre protagoniste era interpretata da Piera Degli Esposti.

Da un omicidio in realtà, l’opera di Genet prende soltanto spunto; si tratta infatti di una tragicommedia, magistralmente interpretata nella riproposizione di Anfuso da Anna Bonaiuto e Manuela Mandracchia nel ruolo appunto delle “serve” Claire e Solange, e Vanessa Gravina, la “Signora”, che entra in scena solo in un secondo momento.

Sul palcoscenico del Teatro Nuovo Le serve Genet: da Genet a Giovanni Anfuso

La prima scena de Le serve si apre durante quello che presto si scoprirà essere un rituale quotidiano (quella che viene chiamata dalle due una “cerimonia“, piuttosto che pronunciare la parola “messinscena”, quella che poi è davvero): Claire e Solange sopraffatte dal desiderio di evasione, inscenano quello che sembra un confronto tipico tra loro e la nobildonna. Indossano i suoi vestiti, assumono movenze caricaturali, oltrepassano piano piano il confine che c’è tra finzione e realtà. La loro contentezza, che durante tutta l’opera si alterna in maniera angosciante con una non tanto latente rabbia e frustrazione, viene però smorzata dalla notizia che il loro “Signore” è appena uscito di galera, incarcerato a causa di alcune lettere, finte ed anonime, scritte proprio da Claire per incastrare senza motivo l’uomo. Da quel momento non solo il folle gioco di immedesimazione diventa pericoloso, ma tutto acquista, in un crescendo, l’apice di un delirante sconvolgimento.

Un’unica scenografia, la sontuosa stanza da letto della Signora, fa da ambientazione, fulcro del quale sono pochi elementi sul palcoscenico: un telefono, una finestra, uno specchio, ma soprattutto l’armadio e i vestiti, ossessione delle due donne, oggetto di ricchezza e di desiderio materiale, simbolo di tutto quello che la nobildonna ha, e che le serve non potrebbero mai avere, rinchiuse nella loro mansarda, imprigionate da un continuo ticchettio dell’orologio (quando la Signora regala in un atto di pseudo gentilezza e finta umiltà due abiti a Claire e Solange, esilarante è una battuta della Gravina: beate voi che questi vestiti non avete dovuto comprarli come ho fatto io).

Ne Le serve di Genet e ora di Anfuso, ciò che prende più risalto è l’esternazione del proprio io interiore, del proprio essere, che segue la psicologia profonda dei tre personaggi, come il confronto perenne tra amore e odio – quello tra le domestiche e la padrona, che cercano di avvelenare per non essere scoperte, o quello tra le due serve stesse – che sembra più un perenne scambio tra venerazione e insoddisfazione repressa; tutto però, a causa degli accadimenti, acquista sfumature violente, l’illusione si lascia sopraffare dalla pazzia, la realtà diventa menzogna. E lo spettacolo allestito riesce, soprattutto grazie all’interpretazione delle attrici, a dargli il giusto e pieno risalto.

Ilaria Casertano

Le Serve Genet