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Eroica Fenice

Les Aiguilles et L'Opium

Les Aiguilles et L’Opium al Politeama

Continua la programmazione del Napoli Teatro Festival, con un ospite di tutto rispetto quale Robert Lepage. C’è “Les Aiguilles et L’Opium”, opera recentemente rivisitata dallo stesso autore canadese, al Teatro Politeama, dal 29 al 30 giugno, con la partecipazione degli interpreti Marc Labrèche e Wellesley Roberton III.

Les Aiguilles et L’Opium, ciò che per cui siamo al mondo

La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto. (Charles Bukowski)

Amore, parlare d’amore.
Brutto affare, sarebbe meglio fermarsi qui e subito. Ma non si può.
Perché è, forse, proprio l’amore, sempre visto dagli occhi di Lepage, tutto ciò che veramente quest’opera rappresenta. Il suo viaggio, la sua ascesa e caduta, una riflessione su ciò che l’amore costruisce e ciò che distrugge.
Les Aiguilles et L’Opium si può definire solamente come un lavoro “spettacolare”, nel senso più stretto del suo aggettivo qualificativo. Uno spettacolo, una grande, maestosa messa in scena perfettamente ordita dal regista, gli attori e la sua squadra di addetti al lavoro.
Sempre organizzati, perfettamente coordinati, tutto si muove step dopo step senza una sbavatura, come prevede la scaletta degli eventi. Lasciando lo spettatore sbalordito dinanzi a tanta bellezza, ma anche profondamente colpito da una forma di insoddisfazione per quelle profondità dell’anima accennate e mai veramente esplorate. La scenografia di Carl Fillion e le scelte registiche di Lepage sono da manuale, un lavoro da tenere sempre vicino e a cui ispirarsi, eppure quest’opera manca spesso di una continuità emozionale capace di renderla assolutamente perfetta.
Questi uomini, che dovrebbero essere veramente lo spettacolo, sono solo immagini accennate, ombre di se stessi che compiono le azioni impostate come automi. Strappano, sì, risate, sorrisi e qualche breve emozione, ma non appaiono reali, né tridimensionali nella loro natura. Camminano, parlano, volano, in alcuni casi, eppure non sembrano meno proiettati, in certi frangenti, del resto del lavoro.
Ma Lepage ci aveva avvisati, d’altronde, e non ci possiamo lamentare.
Scrive di non essere un nostalgico, di non avere alcun desiderio di tornare sui suoi passi e riaprire vecchi armadi colmi di scheletri pronti a cadergli addosso. Ha dato a questo lavoro una nuova impronta, una visione dell’amore maturata, diversa ed evoluta.
Non abbiamo davanti a noi la stessa identica costruzione originale, pensata da Lepage in una maniera molto più intimistica.
D’altronde è giusto così, non è più il 1991 per Lepage e non lo è nemmeno per gli spettatori del mondo del teatro, e ripetere il passato è impensabile.
Così non ci resta che stare a guardare questo maestro del teatro e la sua rivisitazione di ciò che è stato, che come, spesso accade, rimane uno stupendo ricordo, con qualcosa in meno di quanto la memoria ci dicesse.

 

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