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Eroica Fenice

Love Stories

Love Stories, il suono della vita

Rinasce l’Arena Flegrea e decide di farlo nel migliore dei modi.
La nuova gestione ha presentato già da qualche tempo un ricco calendario di eventi, di spessore nazionale e internazionale. Comincerà il 1 luglio ed è stato anticipato dallo spettacolo musicale Love Stories ad opera di Katia & Marielle Labèque, presente inoltre nel lungo cartellone del Napoli Teatro Festival.
L’opera condensa in sé con minuzia le particolarità di due storie: West side story di Bernstein e Star-Cross’d Lovers di David Chalmin.

Love Stories, l’anima di un racconto

“C’è uno spettacolo più grandioso del mare, ed è il cielo, c’è uno spettacolo più grandioso del cielo, ed è l’interno di un’anima.” (Victor Hugo)

Non mi piacciono le definizioni di genere, non mi sono mai piaciute.
Spesso sono poco aderenti, usate in maniera generica per soddisfare lo spettatore non predisposto a indagare, per dirgli “questo è comico, questo è drammatico” e così via, togliendo qualcosa all’opera stessa.
Love Stories non è semplicemente uno “spettacolo musicale”, non è soltanto due ottime pianiste, accompagnate da altrettanti valevoli musicisti e un corpo di ballo di qualità. Se vedessimo le cose in questa maniera semplicistica, sarebbe quasi un’offesa.
Esso è pura anima, così grande e maestosa che la location dell’Arena, altrettanto vasta, non sembra più una semplice destinazione, ma appare come una saggia cornice.
L’opera è talmente consistente da dover essere spaccata, frammentata in tante particelle che, pian piano, vanno a riunirsi in due grandi masse. O in due tempi, se si preferisce.
Nel primo, il corpo puro, messo a disposizione dello spettatore, è quello generato dal suono degli artisti. Piccolo, cadenzato, che tende a riversarsi su se stesso come a proteggersi, il sound delle artiste francesi tende ad allontanarsi per poi tornare leggermente indietro, come in un gioco infantile. Un piccolo estratto di note riappare sempre all’inizio di una nuova congiunzione, quasi ad avviso.

Mentre nel secondo atto, tutto cambia.
Le tonalità subiscono una forte inflessione, dovuta soprattutto all’entrata di David Chalmin e della sua chitarra elettrica, la tensione non è più quella di prima, rimane sospesa in aria, in attesa di cadere e scagliarsi.
Il corpo, di qui sopra, smette di essere generato unicamente dalla musica, assume forma reale, ma resta talmente imperioso da dover essere condiviso tra le parti e la storia scorre ancora una volta, inesorabile. Ogni cosa è al suo posto, c’è Romeo, c’è Giulietta e così Mercuzio e i Capuleti, i Montecchi e infine noi, spettatori di tutto ciò, i quali possiamo solo ascoltare, in devoto silenzio, il distendersi di una fitta trama di note moderne annunciare lentamente un antico finale.

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