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Eroica Fenice

luigi lo cascio

Luigi Lo Cascio legge in versi le contraddizioni della sua terra

Dove ci incontreremo dopo la morte?
Dove andremo a passeggio?
Dove trovarti, quando avrò desiderio di te,
dei tuoi occhi smeraldi,
quando avrò bisogno delle tue parole?
Dio esige l’impossibile,
Dio ci obbliga a morire.
E che sarà di tutto questo garbuglio di affetto, di questo furore?

Angelo Maria Ripellino, da Notizie dal diluvio

Una scenografia scarna e quasi buia. Una scrivania sulla destra, sulla sinistra un leggio. Una voce che, timidamente, racconta la Sicilia. La voce di Luigi Lo Cascio, che la Sicilia, sua terra d’origine, la porta dentro: negli occhi, che brillano quando ne parla, nel dialetto, che, a tratti, è spezzato dall’emozione, mentre legge versi a lui cari. Versi che investigano, scandagliano le contraddizioni di una terra complicata, la sua, e prima ancora, le contraddizioni dell’animo umano.

Sul cuor della terra, reading di poeti siciliani del Novecento (a cura dell’Associazione “A voce alta”, in collaborazione con lo spazio libreria Laterzagorà), in scena ieri, 20 gennaio, al Teatro Bellini di Napoli, assume da subito toni colloquiali, confidenziali. L’attore palermitano presenta una sua personalissima selezione di poesie, in lingua e in dialetto, ammettendo con ironia e modestia, che eventuali mancanze sono frutto della sua ignoranza.

Luigi Lo Cascio, solo sul cuor della terra…

Un viaggio sotto la guida di una Letteratura che ha per punti cardinali il caos, l’incandescenza, l’inquietudine e l’attitudine al dolore non solo individuale. Ma anche un’avventura piena di lirismo e di immagini epiche, tra mari in tempesta, luci e peripezie senza fineUn viaggio fatto di poesia, di parole che affondano le radici nella lirica greca di Stesicoro, per prendere poi forma nei versi intimi e dolorosi di Giuseppe Bonaviri, Salvo Basso, Angelo Maria Ripellino, Angela Bonanno, Gesualdo Bufalino, Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo. Nomi tessuti insieme dal filo della terra d’origine, figli della stessa madre: la Sicilia. Una terra giudicata irredimibile dai suoi stessi uomini, una terra in cui il tempo sembra essersi fermato. Una “monotona ripetizione” in cui, come dice De Roberto, “gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi”.

Una lettura per un pubblico ristretto, una dimensione intima che ha per protagonista la sola voce. Un’esibizione che, come dice lo stesso Luigi Lo Cascio, “è il contrario del teatro di routine, in cui i versi cessano di appartenere a chi li ha scritti per diventare di chi, ascoltandoli, sente qualcosa risuonare in lui”.

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