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Eroica Fenice

“Mamma. Piccole tragedie minimali”: Antonella Morea rilegge Ruccello

Mamma. Piccole tragedie minimali è in scena al Teatro Piccolo Bellini dal 14 al 19 aprile, un lavoro di Annibale Ruccello del 1986 reinterpretato da Rino Di Martino per la regia di Antonella Morea.

Il testo preparatorio di Annibale era, in realtà, intitolato “Mamme” con l’intento di evidenziare quelle che erano le molteplici figure di madri che si analizzavano nel testo e che avevano come comune denominatore il rapporto madre-figlia espresso in modalità diverse, ma tutte basate su una componente distruttiva e non certo edificante. Un rapporto tra le donne che addirittura arriva a svilire ai minimi termini anche quella che è la figura paterna, considerata, da una delle madri, assolutamente inesistente.

Antonella Morea rilegge Annibale Ruccello

Il testo teatrale curato dalla regia di Antonella Morea si basa su un monologo di Rino Di Martino il quale dà voce alla storia di tre Maria riuscendo in pochi tratti a dipingere quella che è la realtà, le caratteristiche, il linguaggio di una società che sta cambiando profondamente facendosi così portavoce degli aspetti essenziali delle classi meno colte. In Mamma. Piccole tragedie minimali, ai miti della televisione, alle sigle degli anni ’80, alle canzoni popolari, agli elementi della globalizzazione di quegli anni, si alterna la favola. Un elemento surreale di cornice che ben si orchestra con la componente realistica, in una comicità a tratti tragica. La struttura della messinscena si basa sull’alternanza tra favola e realtà: la favola (“Catarinella e il principe serpente”, “Miezzoculillo” e “Il re dei piriti”) anticipa il monologo introducendone così il tema con una duplice funzione: da un lato, sottolinea la sottile interdipendenza tra i due registri e, dall’altro, ne stabilisce il confine.

Le luci soffuse della sala presentano Mamma. Piccole tragedie minimali in una scenografia caratteristica: un grande specchio al centro della scena che incornicia la voce narrante “de’ li cunti”, un grande trono che l’accoglie di volta in volta, in una struttura che richiama proprio i racconti intorno al fuoco di un tempo che fu. Una scelta sicuramente d’effetto sono le mani che “fanno la loro entrata in scena” o pelando le patate, o cucinando la pasta, o spargendo incenso, che fanno riferimento proprio all’atto della condivisione dei racconti.

Le quasi malefiche figure di mamme che raccontano “i cunti” si trasformano, nelle storie reali, in figure che sono irrimediabilmente corrotte, di volta in volta: dalla pazzia, dai mass-media, e modernizzazione dei costumi.

Si evince dal testo di Mamma. Piccole tragedie minimali come in alcuni dialoghi si mescolano fino a confondersi comunicazioni personali, richiami televisivi, pubblicità e confidenze, e come nei nomi dei bambini riecheggiano quelli delle telenovelas. Questa prassi ha condotto alla completa perdita dell’identità collettiva in una società, quella campana, che affondava le radici in un’esistenza completamente diversa, legata alle tradizioni del territorio e che aveva instaurato proprio con quelle radici un rapporto atavico.

Di tutta la tradizione, nella società degli anni ’80, della televisione che inonda le case, del telefono, dell’americanizzazione non resta più nulla.

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