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Eroica Fenice

Masquerade di Rimas Tuminas al Mercadante, tra Shakespeare e il gelo

Masquerade di Rimas Tuminas al Mercadante, tra Shakespeare e il gelo

Il Teatro Stabile di Napoli ospita per sole due date, il 27 e 28 gennaio, “Masquerade“, opera teatrale che approda per la prima volta in Italia, diretta da Rimas Tuminas, direttore del Teatro Vakhtangov di Mosca, uno dei maggiori teatri russi.

In scena gli attori russi: Evgeny Knyazev, Mariia Volkova, Leonid Bichevin, Lidia Velezhova, Yury Shlykov, Alexander Pavlov, Aleksandr Ryshchenkov, Andrey Zaretskiy, Mikhail Vaskov, Oleg Lopukhov, Maria Berdinskikh, Ekaterina Simonova, Aleksandra Streltsina, Maria Shastina, Irina Dymchenko, Olga Nemogay, Vladimir Beldiyan, Yury Kraskov, Evgenii Piliugin, Evgeny Kosyrev. La scenografia è di Adomas Jacovskis, i costumi di Maxim Obrezkov, le luci di Maya Shavdatuashvilli, la musica di Faustas Latenas The Waltz di Aram Khachaturyan.

L’intera opera, al fine di una corretta comprensione, è sovratitolata.

Masquerade di Rimas Tuminas, tra il bianco e il nero

“Odio ed amo. Perché lo faccia, mi chiedi forse./ Non lo so, ma sento che succede e mi struggo”
Catullo.

Volando, su e giù, riportato a terra ogni tanto da una fitta coltre di neve, capace solo di far solo riscaldare di più il sangue di Eugene Arbenine, Masquerade mette assieme i suoi pezzi, si compone, come musica antica, destinata, nel sentire il suo amaro e prevedibile testo, a far ritrovare in sé tante altre persone.

La sua natura più esplicita, ovvia, viene rivelata al pubblico attraverso un semplice foglietto svolazzante che vien dato a mò di vademecum allo spettatore all’entrata.
L’Otello russo, così spesso viene definita quest’opera, tratta dal dramma in versi di Mikhail Lermontov, nel XIX secolo, e poi messo in scena da Rimas Tuminas per il Teatro Vakhtangov.

Niente di più falso, se non per quel che riguarda l’epidermide, stratto di carne destinato a rigenerarsi in maniera volontaria di volta in volta, poiché Masquerade, al suo interno, lì dove possiamo tastare le dure ossa, è assai diverso.

Mai, mai Eugene Arbenine riesce a toccare quel fuoco, quell’anima in fiamma, confusa, folle e sperduta dell’Otello shakespariano. Persino nei suoi momenti più cupi, quando il furore sembra dover fargli saltare via il cappello tanto è forte la pressione del sangue al capo, quel perfetto rappresentante di un’epoca e di un modo di essere sembra perdere quell’aplomb, quell’assoluto gelo, capace di governare tanto il cielo quanto la sua anima.

Raccontando una società borghese, apparentemente scomparsa, Eugene ci guida, col suo dolore, per vedere quanto sono profonde le bassezze di un uomo, quanto male può fare, perfino quando tutto, sempre, anche nei momenti più atroci, sembra esser solo un gioco, in cui tutti i partecipanti recitano un ruolo nel ruolo.

Persino quando il sangue è veramente bollente, rosso cremisi, capace di insozzare persino la più candida neve, un’altra lento, implacabile, ammasso di note comincia a prendere forma in lontananza. Un altro ballo inizia, di quelli che non piacciono a nessuno, che non fanno ridere di cuore nessuno, ma che servono a tutti, per continuare a muoversi, fingere gioia e allegria, per far si che tutto questo bianco non ci accechi tutti.