Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Mattia Preti

Mattia Preti e la Peste ne La Cantina di San Domenico

L’angusta sala di Vico Pallonetto a Santa Chiara è stata ridestata dai colori tenui delle luci di scena del piccolo teatro ivi situato: suggestivo è lo scenario che accoglie gli spettatori, conducendoli giù per una scala, in uno spazio raccolto ed intimo, nella cosiddetta Cantina di San Domenico, con la rassegna Oltre la linea 2015.  Fra gli otto avvincenti titoli previsti dalla rassegna teatrale, il 19 novembre, è stata focalizzata l’attenzione su un percorso propriamente artistico, che ha scelto di valorizzare la sfera della pittura con lo spettacolo Mattia Preti e la Peste, realizzato ed interpretato dall’attore e regista, Pasquale Lanzillotti.

La rappresentazione prevede la proiezione di tele al centro della scena, ponendo il pubblico a contatto diretto con i capolavori. L’opera diviene protagonista assoluta della scena; essa, al centro del palco, prima attrice sulla quale sono puntate le luci del palcoscenico, si configura come polo d’attrazione sostanziale dell’attenzione del pubblico. Tale centralità tuttavia, non è in grado di oscurare l’ingente spessore rivestito da Pasquale Lanzillotti, creatore dell’intero spettacolo. La maestria dell’attore viene sottolineata dalla capacità di condurre un’originale rilettura delle opere dell’artista. Mattia Preti, nato in provincia di Catanzaro nel 1613, fu uno dei maggiori esponenti della corrente pittorica del caravaggismo.

Sotto gli sguardi degli spettatori, si svolge la proiezione delle maggiori rappresentazioni del Preti, impregnate di caratteri artistici, morali e religiosi del Seicento. Tele che, proiettate, si tramutano in pagine di libri di storia, taciti testimoni degli orrori che sconvolsero il mondo di quel tempo. Nel corso del Seicento, l’Europa fu colpita da gravi epidemie di peste. Nella sola Penisola Italiana furono registrate due ondate del terribile morbo: al 1630 risale la piaga tremenda trasportata dai Lanzichenecchi e divenuta assai nota, in quanto protagonista delle celebri opere di Alessandro Manzoni. Al 1656, risale invece la seconda ondata del terribile morbo, che colpì  il Regno di Napoli, abbattendosi sul territorio con infausta potenza.

Mattia Preti e l’influenza del realismo

Le opere pongono in evidenza il forte realismo, proprio dell’influenza del Caravaggio, che insiste con colori cupi sulla tematica della tragedia. Immagini buie, tenebrose, al punto da conferire agli spettatori l’idea di essere profonde, incavate nella macilenza dei moribondi. Corpi dilaniati dal morbo, eppure ancora vivi, attraverso la capacità di Mattia Preti di catturarne la vitalità, tradotta nella ripresa della loro sofferenza. Essa, attraverso la forza delle immagini, sembra mantenersi in vita in ogni momento, come l’eterna penitenza con la quale il minaccioso Dio di quel tempo pareva continuamente incombere sui suoi figli: una sofferenza protrattasi nelle tele per secoli e giunta indelebile sino a noi. In tale aspetto è possibile cogliere la disparità incolmabile che imperversa fra due universi distinti; netta appare la separazione fra l’alto ed il basso, tra il mondo remoto di Dio e delle Vergini, imperturbabili e composti, ed il mondo degli uomini, lacerato dalla malattia e dalla morte. Uomini presentati in una condizione di estrema impotenza, vittime di un’ingiustificata espiazione che li vede soccombere, schiacciati dall’immagine di un essere immortale, lontano da qualsiasi benevolenza. Palese risulta, piuttosto, la speranza riposta dagli uomini nell’unica arma a loro disposizione, la devozione e la possibilità di un’intercessione da parte delle figure dei Santi. Tale interpretazione giustifica i frequenti soggetti delle opere del Preti, che pongono in primo piano proprio figure santificate, vittime anch’esse del dolore del martirio.

Pasquale Lanzillotti riesce a condurre una rilettura delle opere che si propone anche come un’esortazione alla riflessione su un argomento di sconcertante attualità. La peste diventa un elemento di separazione fra la condizione di staticità assoluta dei Santi e fra quella del movimento continuo, di corsa precipitosa verso la morte da parte degli uomini. La peste era, allora, un morbo terribile che uccideva gli uomini nel corpo e nella loro anima, eliminando, nella brutalità e nell’assuefazione alla morte, qualsiasi elemento di moralità e di carità. Lo stato di malattia e l’angoscia del contagio si traducevano in una forma di emarginazione e denigrazione dell’altro e di tutto ciò che si presentava in quanto “diverso”. Oggi, a distanza di secoli, esso si presenta ancora in forma più silenziosa, e in tale condizione, esso colpisce principalmente le menti.

Una speranza da Mattia Preti al Lanzillotti

Eppure, nella tematica della peste, non si riscontra unicamente il senso di sconfitta, di consunzione dell’uomo e della sua fragilità legata alla condizione terrena. Nelle opere è possibile cogliere una sfumatura di speranza legata all’ illusione del concetto di bellezza. È proprio con quest’ultima che Mattia Preti fa da schermo al terrore del morbo. È alla bellezza della pittura che rivolge la propria preghiera per difendersi dall’orrore della malattia. Tra il 1657-59, infatti, l’artista affrescò le porte della città di Napoli, mentre, al di là delle mura, la peste imperversava comportando morte e dolore. La bellezza contro il degrado, l’eternità dell’arte contro il deterioramento della morte.

Pasquale Lanzillotti è stato in grado di riproporre tutto ciò con strema abilità, grazie al patrocinio dell’associazione culturale Spazioteatro, mantenendo vivo l’intento del Preti di riportare con le opere una vera e propria invocazione, affinché il mondo possa essere salvato nell’imperturbabile bellezza dell’arte.

Print Friendly, PDF & Email