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Eroica Fenice

"Il nullafacente" di Roberto Bacci al Museo MADRE: di come il niente potrebbe salvare tutti

“Il nullafacente” di Roberto Bacci al Museo MADRE: di come il niente potrebbe salvare tutti

Il 24 e 25 febbraio presso il Museo MADRE è andato in scena lo spettacolo Il nullafacente, per la rassegna Voci e altri invisibili prodotta da Casa del Contemporaneo con lo scopo di instaurare un dialogo suggestivo tra arti visive e linguaggi teatrali. La regia è di Roberto Bacci, che ha curato la scena della sala Re-pubblica del museo dove si è tenuto lo spettacolo, organizzando sapientemente le forme dell’arredamento e lo spazio che, nonostante parta penalizzato dall’assenza totale di quinte, riesce a donare un movimento fluido a eventi e personaggi. L’autore è Roberto Santeramo, ma è anche colui che interpreta il nullafacente, accompagnato da Silvia Paisiello, nei panni della moglie malata, da Vittorio Continelli e Tazio Torrini nei ruoli rispettivamente del padrone di casa e del medico. Francesco Puleo è invece il fratello della donna.

“Il nullafacente” di Roberto Bacci, riflessioni sulla felicità

Il protagonista della vicenda dello spettacolo di Roberto Bacci è un nullafacente, un uomo che non vuole lavorare, non vuole avere interessi particolari nella vita, non si pone obiettivi, vive alla giornata raccattando ai mercati generali la frutta e la verdura scartate perché marce. L’unico spiraglio in una vita che solo apparentemente è vissuta all’un percento è la cura amorevole che questi dona al suo piccolo bonsai, simbolo dei cambiamenti perenni della vita che il nullafacente cerca di contrastare potandolo ogni singolo giorno “perché tutto deve rimanere com’è”. Più volte gli viene rimproverato dagli altri personaggi di non fare  altro che “sognare la forma del bonsai”, trasposizione materiale di un mondo in cui niente cambia e tutto rimane statico, uguale.

Dall’altra parte invece, questa scelta consapevole che il nulla è la cosa più saggia da (non) fare investe anche la moglie del protagonista, gravemente ammalata e impossibilitata a curarsi perché non ci sono soldi per comprare le medicine. Ma a che serve curarsi, si chiede l’uomo, se alla fine il destino di tutti noi è quello di morire? Prolungare il tempo sulla terra non serve a niente se poi lo si spreca occupandolo con obiettivi privi di importanza e accumulando cianfrusaglie utili solo a distrarci dalla paura. Si mette a nudo in questo modo un rapporto controverso, fatto di un amore a volte sussurrato, a volte quasi negato.

Il nullafecente e il fare nulla come unica scelta consapevole

Il testo dello spettacolo di Roberto Bacci è una riflessione continua sulla vita, sulla felicità vera e pura, sulla società che ci impone le sue regole, i suoi schemi, i suoi ritmi e che se non le si sta dietro col passo svelto, allora ti mastica, ti sbrana e poi ti sputa via. Simboli di questa ideologia conformista sono il fratello della moglie, il proprietario di casa e il medico, portatori di un’ottusità nella quale, tuttavia, lo spettatore scopre con orrore che non può far altro che identificarvisi. Proprio per questo guardare questa tragicommedia equivale a guardare dentro se stessi e, inevitabilmente, ci ritrova a chiedersi: “e io? cosa faccio per essere davvero felice?“.

Attraverso paradossi e “grazie, ma no” è possibile rintracciare il vago ricordo di Beckett e il suo Aspettando Godot: le carote, l’alberello, l’attesa di qualcosa che nella piece di Beckett non arriva mai, ma che qui invece arriva puntuale. Non solo, sembra riecheggiare anche il rifiuto di Oblomov a impegnarsi in qualsiasi altra attività (o dovremmo dire inattività?) che non giacere inerte a letto. E poi Leopardi, Houellebecq, Tolstoj, Kafka e molti altri grandi della letteratura si fanno sentire tra le righe della vicenda teatrale.

Questo è uno di quegli spettacoli teatrali che non si esauriscono nel giro delle due ore che impiegano per svolgersi, ma continua a vivere dentro di noi dopo giorni, come il ricordo dello scossone di quell’amico che ti rimprovera mentre stai facendo qualcosa di sbagliato. 

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