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Eroica Fenice

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Cechov al Napoli teatro festival Italia

Nell’ambito dell’ultima edizione del “Napoli teatro festival Italia” si è tenuto uno speciale focus su Anton Cechov, che ha visto portare in scena i capolavori del drammaturgo russo in molteplici versioni.

Tra le tante, come esempi paradigmatici dei diversi approcci e delle differenti impostazioni possibili, si segnalano “Il giardino dei ciliegi” diretto da Luca De Fusco, “Tre sorelle” per la regia di Andrei Konchalovsky e “Un gabbiano” adattato da Gianluca Merolli.

Il primo è il tentativo mediano di rappresentazione: da un lato il rispetto filologico del testo, dall’altro la “sporcatura” tramite l’inflessione meridionale e gli inserti coreografici a cura di Noa Wertheim, fondatrice della israeliana Vertigo dance company. Luca De Fusco, tra l’altro direttore del Teatro stabile di Napoli e responsabile del Festival, tenta dunque una contaminazione o per meglio dire un’attualizzazione del messaggio cechoviano: l’incapacità della società russa di adeguarsi alle logiche capitaliste del Novecento, rappresentata dalla sconfitta di Ljuba e del fratello Gaiev, che pur legati al giardino dei ciliegi della loro infanzia, chiaro simbolo dell’innocenza perduta, non riescono a far nulla per impedire l’abbattimento finale dei ciliegi ad opera del “nuovo che avanza”, rappresentato da Lopachin, servo della gleba emancipato, sembra riflettere un’analoga incapacità della società meridionale, di cui, sembra voler dire il regista, ancora oggi si paga lo scotto.

Frutto di un tentativo di attualizzazione è anche lo sperimentale lavoro di Merolli, che rivisita “Il gabbiano” in chiave dark. La morte, intesa come impossibilità di vivere, tema centrale dell’opera, caratterizza la scena dal principio alla fine: veri protagonisti della piece sono i sette fantocci/cadaveri portati in scena dagli attori ad indicare che la vicenda viene raccontata come se tutto fosse già accaduto. L’artificio, particolarmente calzante, tuttavia finisce con l’essere sopraffatto dalle note transgender che accompagnano tutta la narrazione e la stessa rappresentazione dei personaggi. Gli elementi di avanspettacolo e burlesque schiacciano a tal punto la sottile sinfonia della prosa cechoviana da portare lo spettatore a chiedersi che bisogno vi sia stato di scomodare il richiamo a Cechov.

Nettamente agli antipodi si pone la messa in scena del regista russo Konchalovsky, una filologica rappresentazione delle finezze psicologiche e dei rapporti sentimentali che costellano il variegato mondo rurale tardo-ottocentesco che ha come triplice sole le tre sorelle di Andrej Sergèevic. La bravura degli attori che sembrano veder scorrere nelle proprie vene la grande tradizione del teatro mitteleuropeo riesce a far superare le difficoltà di un testo recitato in lingua madre, al punto che lo spettatore si sorprende a non dover seguire più i sovra-titoli, ma semplicemente ad ascoltare la grande malia di un classico finalmente riprodotto e incarnato nella sua migliore progenie. Il “dobbiamo vivere”, monito finale delle tre sorelle, alla perenne ricerca della felicità, sembra dimostrarci ancora una volta come l’esistenza stessa trovi la sua più genuina verità sulle assi del palcoscenico.

– Cechov al Napoli teatro festival Italia –

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