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Eroica Fenice

parenti serpenti

Parenti serpenti, Lello Arena al Teatro Cilea

È un Natale che bussa alla coscienza quello rappresentato giovedì 26 Gennaio al Teatro Cilea di Napoli. Uno spettacolo di Carmine Amoroso, con la regia di Luciano Melchionna, interpretato da Lello Arena e basato sulla pellicola del ’92 di Mario Monicelli. Un film che all’epoca non riscosse grande successo al botteghino, ma destinato a diventare un cult negli anni proprio perché i grandi film escono fuori alla distanza.

I vicini sono estranei, non sono come i parenti. Con loro ci si può confidare proprio perché spassionati nell’ascoltare i problemi altrui, più “autentici”, perché liberi dal fardello degli interessi, che spesso l’essere consanguinei si porta appresso. Si apre così, con una chiacchierata spassionata tra Saverio, un ex appuntato dei Carabinieri in pensione, e il pubblico in sala. Il tutto, sotto lo sguardo vigile della moglie, Trieste, più intenta a litigare con il marito che a preparare la cena della Vigilia. Un’aria si aggira sul palco in attesa dell’evento più lieto dell’anno: l’arrivo dei quattro figli che saranno accompagnati dai rispettivi consorti nelle tanto agognate vacanze natalizie, unico sprazzo d’amore a spezzare la monotonia della loro vita da pensionati, passata in vestaglia nella loro casa in campagna.

Parenti serpenti è un grande intreccio di gag comiche, riadattate in chiave moderna con citazioni ricorrenti su tematiche dei nostri giorni. L’alternarsi di un nervosismo, figlio di un confronto tra epoche diverse. Con l’etica da un lato e la superficialità dall’altro. Della fragilità di un padre visionario, che non sa rassegnarsi all’idea di rinunciare ad una vita che non c’è più e che si aggrappa ai suoi racconti nel costante desiderio di poterla rivivere. Sempre gli stessi, immutati negli anni come l’enfasi che li accompagna, fino alla commozione verso se stesso.

Parenti serpenti: una sola vita a disposizione e non sanno nemmeno usarla per volersi bene

Con una scenografia semplice, ma che sa essere articolata, rappresentata da una costruzione proiettata verso l’alto e situata al centro del palco, capace di riassumere con estrema lucidità le stanze della casa nelle quali si alimenta lo spettacolo, ciascun personaggio sembra quasi confidarsi con il pubblico, uscendo pian piano dalla tranquillità apparente, fatta di sorrisi e convenevoli, scarti di regali e frasi fatte, che sappiamo tutti non appartenergli fino in fondo in una vita fatta di ansie e insoddisfazioni. L’incapacità di avere un figlio, i tradimenti di un marito o un’omosessualità nascosta, come nel caso del figlio prediletto, Alfredo. Uno spettacolo che riassume in modo preciso la visione mefitica che solo Monicelli sapeva dare all’esistenza moderna. Una passerella di azioni da ripetersi tutti i giorni, imposte da una società che lentamente muore, trascurandone i valori sulla quale dovrebbe essere incentrata. Una pelliccia mai usata, un rossetto mai messo sulle labbra e indossato una volta l’anno nella messa di Natale, per apparire ciò che non siamo davanti a tutto il paese riunito e addobbato a festa. Non a caso, sono ricorrenti gli aneddoti di Saverio sui periodi di guerra tanto amati dal regista italiano, ai quali il protagonista prendeva parte durante la sua carriera nell’Arma. Raccontati con la tenerezza di una voce da caratterista, quella di Lello Arena, capace di rimproverare e aprire il cuore allo stesso tempo, perché in fondo anche le lacrime sono emozioni.

Tutto ciò, in un primo tempo, quasi a fare da preludio, ad anticipare quello che poi sarà l’epilogo di Parenti Serpenti. La richiesta di Trieste ai propri figli, di tenergli compagnia negli ultimi anni della loro vita e andare a vivere insieme ad uno di loro, appare per certi versi una richiesta d’amore, un’ultima, forse l’unica, dimostrazione d’affetto, perché l’amore che lega il genitore ad un figlio non può essere accantonato in uno ospizio. Panico in scena, panico nella vita. Trascuriamo noi stessi, figuriamoci gli altri. Un Capodanno col botto quello che conclude lo spettacolo in uno degli epiloghi più meschini a disposizione dei figli, che cercheranno di sbarazzarsi dei genitori, disposti a voltare le spalle a chi ha vissuto la propria vita con l’unico scopo di vederli realizzati. Una stufa a gas, che ci ricorda tanto Milena Vukotic, la gracile Alice Mascetti di Amici Miei, che, da un letto a castello di uno scantinato, si alzava di notte e invece di aprire le finestre, tentava il suicidio stappando i fornelli della cucina. Perché è così, tra uno scaricabarile e una provocazione, che la vecchiaia comincia a diventare un peso e i figli, che proprio in questi momenti dovrebbero dimostrarsi uniti nella vita, piuttosto che nell’apparenza, cominciano a rinfacciarsi la scomodità di non essere nati figli unici.

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