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Eroica Fenice

parola patria Laura Angiulli

La parola patria. Dediche alla città di Napoli

Una brezza tiepida dell’ultimo sole in una giornata d’estate e il tramonto sta per arrivare tranquillo sulla terrazza del Castel Sant’Elmo, dal tetto più alto dove il panorama concede la visione completa di Napoli. Il luogo ideale per ospitare una serie di letture  promosse dal Napoli Teatro Festival Italia, tra le quali quella che si è tenuta ieri 13 giugno, La parola patria-Ritratti di personaggi e luoghi da Napòlide di Erri De Luca.

Tali letture accompagnate dalle musiche al piano di Mimmo Napolitano, consistono in vere e proprie “Dediche alla città Napoli”, nate da un progetto di Marco Balsamo a cura di Patrizia Bologna, per la regia di Fabrizio Arcuri. Nell’atmosfera crepuscolare ogni singolo attore di teatro o di spettacolo, che fa da portavoce al testo, evidenzia la bellezza della città partenopea, che ne è l’assoluta protagonista. Si tratta di testi editi e inediti scritti da autori che, in diversi modi e per diversi legami con Napoli, l’hanno amata senza compromessi e vissuta appieno fin nelle sue più oscure e contraddittorie viscere. Sicuramente un posto di rilievo è occupato da uno dei grandi scrittori contemporanei che ha reso Napoli, sua terra natia, “leggendaria”: Erri De Luca. A leggere ed interpretare alcuni passi di Napòlide è stato Fabrizio Bentivoglio, il cui respiro rauco e la cui voce inconfondibile hanno reso giustizia a pagine pregne di tenerezza e dedizione che De Luca ha sempre dimostrato nei confronti della sua città, attraverso le sue parole scritte ricche di consapevolezza, parole così intense proprio come solo chi appartiene ad essa riesce ad esprimere.

Tra quelle righe ad emergere è la forte appartenenza che molte volte si è trovato a difendere fuori da essa: «Se rispondo di lei presso di me è perchè porto i panni dell’ospite, non del cittadino. E se non ho il diritto di definirmi apolide, posso dirmi napòlide, uno che si è raschiato dal corpo l’origine, per consegnarsi al mondo». Da Napoli, però, anche se trovandosi altrove, è difficile distaccarsi: «Chi si è staccato da Napoli si stacca poi da tutto». Seppur con una sensazione malinconica, ci si ritrova a tenere nel cuore anche quella parte di essa che si demolisce, si contorce, si sporca.

La lettura, interrotta dal suono del piano che delicatamente e senza sovrapporsi alla voce di Bentivoglio richiama di sfuggita alla mente dell’ascoltatore musiche di Era de Maggio o ’O surdato ‘nnamurato, prosegue seguendo il profilo fisico della città. La dolcezza del mare che non è burrascoso, la cima innevata e bianca del Vesuvio, il vento leggero e salmastro, “parametri” che statisticamente non sono utilizzati per avvalorare la magnificenza di Napoli. Poi l’immancabile excursus sul dialetto, identità che definisce Napoli e riconosce coesione, che è «come lo sport: deve essere appreso in prima età. […] Chi ha smesso di usare il dialetto è uno che ha rinunciato a un grado di intimità col proprio mondo e ha stabilito distanze». Troviamo poi riferimenti al mondo di Eduardo De Filippo, ritratto di un napoletano che ha trasposto nelle sue commedie il simbolo di una società nobile, dignitosa. Infine, da ‘poeta’ Erri De Luca si trasforma in storico che lucidamente traccia le fila di un popolo («non plebeo») che si confronta con la nazione: «Mancò un re che stipulasse coi modesti Savoia, signori di una provincia subalpina, un contratto Italia almeno alla pari, non tra occupanti e occupati. Napoli da allora è una capitale europea abrogata, non decaduta ma soppressa. […] Così è andata e questa è la materia della sua ragionevole strafottenza verso la condizione di capoluogo di regione. Se non si vede l’evidenza dell’enorme orgoglio assopito nei suoi cittadini, non si sta parlando di lei».

– La parola patria. Dediche alla città di Napoli –