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Eroica Fenice

masculu e fiammina

Peppino, un masculu e fiammina in un paese del sud

Una scena dal sapore ottocentesco. Un uomo chino sul marmo di un camposanto. Un silenzio rotto dal suono di un dialetto aspro, quello di Peppì, interpretato da un ipnotico Saverio La Ruina che, in un intenso monologo, si racconta alla madre, della quale non resta altro che una foto su di una tomba innevata.

Alla madre è rivolto l’incessante flusso di parole del figlio che racconta l’Inferno di una vita segnata da dolori e solitudine, volgendo lo sguardo al passato, ai tempi di scuola, quando l’occhio non cadeva sulle  gambe delle professoresse, ma su quelle dei compagni, sui ragazzini del Lidu Aragosta. Peppì racconta l’inferno di un’omosessualità vissuta in un paese di provincia che gli urla dietro “ricchiù, ricchiù“. In un meridione che non lascia spazio alla libertà di amarsi, come e quando si vuole, ma che costringe a soffocare istinti e pulsioni per non far parlare la gente. Quella gente per cui due masculi che si amano sono solo due ricchiuni.

Affiorano alla mente tanti ricordi, anche belli, dei primi incontri, con Vittorio, Angelo e poi finalmente l’amore. Quello con Alfredo, durato dieci anni, che non perde la poesia, anche se è costretto a consumarsi di nascosto, in macchina, nel buio di un parcheggio, dove Alfredo sarà ucciso da bastonate omofobe, per la sola “colpa” di essere un masculu e fiammina.

Siamo negli anni Settanta, anni fatti di pregiudizi, ignoranza, di un conformismo che storce il naso al diverso. Dopo vent’anni, Peppì si racconta alla madre, sgranando il rosario dei suoi ricordi. Scatta per lui un tipico confessarsi del sud, al riparo dagli imbarazzi, dal timore di preoccupare la madre, che come tutte le madri, si preoccupa sempre. Una madre che forse aveva già capito, ha sempre saputo, ma ha scelto il silenzio in nome di un amoroso rispetto. Grazie per le cose che non hai mai detto, per le cose che non hai mai chiesto. 

Masculu e fiammina, un toccante viaggio nei meandri dell’anima

Alle illusioni giovanili, agli occhi che brillano immaginando l’amore, segue la consapevolezza dell’età adulta, la rassegnazione di quel che resta di una vita fatta di zie da accudire, ricordi del passato e una panchina con vista sull’immobile vita di un piccolo paese, dove il tempo sembra scorrere sempre uguale. In un meridione, tra tombe innevate, Peppì va a ricercare la sensazione di libertà, di dire finalmente tutto quello che si è sempre tenuto dentro, rifugiandosi nell’abbraccio della madre, che pur gelido e marmoreo, resta l’unico posto in cui ci si sente al sicuro, sempre. 

Lui che porta sulle spalle il fardello di una vita sofferta, di violenze subite, di silenzi, di paure. Lui, che ormai è diventato adulto, non ha perso la forza di sognare, di continuare a sognare, come quando sotto il suo ombrellone rosso, con la scritta Cric Croc, si riscopriva con la pelle d’oca e gli occhi fissi su quel ragazzo biondino del Lidu Aragosta. Confessa alla madre di sognare un mondo migliore, più gentile, che non condanni le persone con etichette che diventano gabbie, con parole che fanno paura e contro cui l’uomo non può nulla, ma le consideri solo per quello che sono: persone.

 

Masculu e fiammina, in scena al Teatro Nuovo di Napoli, dall’8 al 12 novembre

di e con Saverio La Ruina

musiche originali Gianfranco De Franco
collaborazione alla regia Cecilia Foti
scene Cristina Ipsaro e Riccardo De Leo
disegno luci Dario De Luca e Mario Giordano
audio e luci Mario Giordano
organizzazione Settimio Pisano