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Eroica Fenice

per un pugno di azioni

Per un pugno di azioni alla Galleria Toledo

Il 12 e il 13 maggio la Cina approda alla Galleria Toledo con “Per un pugno di azioni“, spettacolo messo in scena dai ragazzi del Laboratorio della professoressa M. Cristina Pisciotta con la regia di Lorenzo Montanari. L’opera di Zaho Huanan, noto commediografo, sceneggiatore, cinematografico e televisivo cinese, è stata realizzata con il patrocinio dell’Università L’Orientale di Napoli e dell’Istituto Confucio, massime istituzioni che promuovono i contatti linguistici e culturali tra Cina e Italia nel panorama interculturale partenopeo. Così, attraverso quel potente mezzo di comunicazione che è il teatro, Montanari e Pisciotta hanno deciso di rappresentare lo spaccato della Cina degli anni novanta raccontato da Zaho Huanan utilizzando un piacevole koinè linguistico che ha unito l’italiano dialettale al mandarino.

Shanghai, 1990, con la riapertura della borsa, la metropoli “impazzisce”, le quotazioni salgono e scendono e tutti, dal contadino all’industriale, si improvvisano broker. La parola d’ordine è “investire”. La febbre delle azioni diventa, in poco tempo, un’arma a doppio taglio. Le aziende statali tracollano, la disoccupazione dilaga, ma, soprattutto, le persone diventano schiave di questo continuo saliscendi. Neanche i rapporti umani vengono risparmiati da questo “risveglio azionario” e, inevitabilmente, famiglie intere vengono catapultate nel vortice dell’incertezza e del caos. Tra di loro ci sono anche i protagonisti della piece che si trovano, all’improvviso, a non essere più padroni delle loro vite, diventando a mano a mano degli automi che millantano una libertà che è ben lontana dall’appartenergli davvero. Il file rouge dell’amore si intreccia, così, con rialzi e investimenti e, in questo caotico gomitolo, nessuno è certo del proprio futuro.

A fare da contorno alla scena, una scenografia labirintica fatta di scale, che si prestano a rappresentare il continuo sali-scendi economico e sentimentale. I giovani attori corrono per tutto il palco, cadono a terra, camminano frettolosamente con un’aria quasi ipnotica, e tutto ciò ricorda i ritmi concitati e frenetici delle grandi metropoli, in cui avviene una spersonalizzazione disarmante. L’immagine di questo quadro surreale e paradossale come la scala di Penrose è ben definito da un linguaggio fatto di immagini, suoni e movimenti innaturali, quasi meccanici che accompagnano e insieme segnano la metamorfosi dei personaggi.

Si tratta, dunque, di un’oscillazione perenne, di un continuo cambiamento di status che vede le persone passare da “individui”, registi e attori delle proprie vite a strumenti, a ingranaggi di una macchina che genera inclusione ed esclusione, conformismo ed emancipazione. È l’apocalisse dell’io, l’eco di urli strozzati tace e diviene rumore indistinto che si perde nel corpo assente di una nazione abulica. E nel passaggio dalla totalità dello Stato alla singolarità dell’individuo, l’unica speranza, l’unica ancora a cui aggrapparsi è proprio il ritorno alle origini. È proprio nella riaffermazione di sé attraverso il lavoro – quello vero – perché anche la più umile delle professioni è in grado, più di ogni altra cosa, di nobilitare l’uomo e scacciare ogni ombra di crisi.

Sara Melis e Marcello Affuso
Ph. Lucia De Pascale

“Per un pugno di azioni” alla Galleria Toledo

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