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Eroica Fenice

Play Strindberg

Play Strindberg al Teatro Bellini dal 5 al 10 dicembre

Un buio netto, di quelli che tagliano l’atmosfera e coprono le palpebre di scuro e scintille.
Un’atmosfera che sa di fiaba drammatica, di danza macabra e di tensioni stridenti come violini impazziti: Play Strindberg inizia così, con un titolo aspro che si frantuma in gola e che richiama qualche favola nordica o qualche danza dai contorni onirici, con una scenografia che sa di quadro fiammingo. Il perimetro della scena è recintato dal filo spinato di un ring familiare, che va a delineare i contorni di un microcosmo matrimoniale che sa di silenzi e sfoghi urlati a gran voce. A ogni atto, i protagonisti si avvicinano al ring, si pongono al cospetto del pubblico e scandiscono l’inizio di ogni sezione dello spettacolo: minimale e allucinata, la scenografia richiama, come già ribadito, quella di un quadro fiammingo. Play Strindberg, nata nel 1969 dalla penna dello svizzero-tedesco Friederich Dürrenmatt, in occasione della messinscena di “Danza Macabra” del drammaturgo svedese August Strindberg presso il Teatro di Basilea, si proponeva di essere una rielaborazione delle opere di quest’ultimo ed è poi divenuta, a sua volta, un classico sull’analisi spietata e sarcastica del microcosmo familiare.

Play Strindberg: Franco Però dirige i magistrali Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni

Poltrone, divani, tavoli e pianoforte: non elementi di tappezzeria, ma veicoli su cui si annida il pulviscolo e la polverina dell’odio familiare, delle frasi urlate a gran voce da un marito e una moglie, che non si risparmiano nel vomitarsi copiosamente addosso le reciproche frustrazioni. La moglie Alice, capelli grigi ordinati in un geometrico caschetto e lungo vestito rosso di velluto, interpretata da una magistrale Maria Paiato, sembra uscita da una tela di Jan Van Eyck: minuziosa e tagliente nell’accusare suo marito, usa le sue dita affusolate non solo per tracciare a mezz’aria i fallimenti della propria vita coniugale, ma anche per pigiare furiosamente i tasti del pianoforte e modulare la sua Canzone di Solveig. Alice, attrice prima di sposarsi, accusa suo marito di averla rapita, di essersi mangiato la sua dote e averla catapultata in un inferno coniugale di infelicità chiaroscurale, così come suo marito Edgar,  austero, corpulento “scrittore di cose militari” ossessionato dal rigore guerresco e dalla disciplina, la accusa di non dargli più nemmeno uno spiraglio di affetto e di essersi inacidita e avvizzita come la tappezzeria della propria casa.
Play Strindberg è il dramma della famiglia, del ping pong emotivo tra un’accusa che rimbalza di bocca in bocca: frequenti sono stati i momenti di tensione viscerale in cui i due coniugi si sono ritrovati a fronteggiarsi con rabbia millimetrica, l’uno di fronte alla bocca dell’altra, per sillabarsi vicendevolmente il proprio rivoltante disprezzo, vomitando l’uno nelle labbra dell’altro il torrente dell’infelicità coniugale, tra epiteti offensivi e scatti di ira pressoché incontrollabili.


L’uomo, affetto da alcune crisi che lo portano a svenire e ad accasciarsi sulla sedia o sul divano come in catalessi nei momenti più inopportuni e imprevedibili, è tutto preso a simulare una parvenza di successo, salute, vigore e floridezza, in conformità al suo ideale di vita “virile” e militare: in realtà è profondamente malato, nonostante lui si affanni a ripetere, come un mantra o un leitmotiv, che “vivrà altri vent’anni”, il colonnello di cui tanto desidera l’approvazione e da cui si crede apprezzato non lo stima più di tanto, e persino i domestici che prestano servizio presso il suo “nido coniugale” scappano a gambe levate non appena avvertono la puzza dell’atmosfera che si respira in quella casa.
In questo marasma di follia coniugale, fallimenti vomitati a vicenda e scene melodrammatiche con sedie che volano letteralmente, irrompe Kurt, cugino di Alice, in visita alla coppia. Anche Kurt ha un matrimonio fallito alle spalle ed è convinto che il matrimonio di Alice ed Edgar sia felice e vada a gonfie vele, ma lo scenario che gli si presenta davanti è molto diverso: crisi e svenimenti di Edgar con conseguente eccitazione di Alice, che spera che sia la volta buona che il marito tiri le cuoia e muoia definitivamente, urla dei coniugi e mancanza di denaro perenne, a contraddire quella patina dorata che i due avevano soffiato sulle proprie vite fittizie. Kurt assiste allo scenario rovesciato e veritiero della vita che i due, Alice ed Edgar, s’erano confezionati e avevano presentato quale facciata sociale, e non resta che osservare lo sfacelo e la comica tragicità di un’unione che non ha più capo né coda e che sfocia, irrimediabilmente, nel nonsense.

I momenti di nonsense e di delirio punteggiano la tragedia familiare facendo ridere istericamente lo spettatore: quando Edgar, nei suoi vaneggiamenti militari, si mette a ballare in modo goffo e grottesco la sua amata “Ballata dei Boiardi”, la risata scoppia fragorosa; così come quando Alice si emoziona al solo pensiero della morte del marito e spera con ansia che una delle sue crisi di svenimenti possa garantirgli un biglietto di sola andata al Creatore, tutto crea una sorta di tensione che si stempera nel riso più acuto e irresistibile. Anche la stessa presenza di Kurt, che si barcamena tra due polarità incandescenti, moglie e marito, fa nascere una risata malinconica e incontrollabile, che si staglia tra le tinte fosche del dramma.
Il microcosmo familiare è vivisezionato con una crudeltà chirurgica, come se un bisturi affondasse nelle carni del matrimonio e ne mettesse a nudo ogni particella: due esseri che arrivano a odiarsi, a maledire ogni centimetro di pelle altrui e a ridursi come due ectoplasmi, cosa rappresentano se non una danza macabra? Una danza macabra che saltella col contrappunto di Edvard Grieg, della Ballata dei Boiardi e di tutte le ballate oscure possibili.

Se il matrimonio è la tomba dell’amore e la culla dell’infelicità perpetua, Play Strindberg è una lucida, visionaria lente d’ingrandimento su un’istituzione che può assumere i colori drammatici della morte e della desolazione, su un processo di decomposizione che porta due persone a rendersi vicendevolmente estranee. Il grande corpo del nucleo familiare è messo sul tavolo dell’obitorio, e Play Strindberg altro non è che una gigantesca autopsia, racchiusa da un ring e intervallata da musiche, risate e filo spinato.