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Eroica Fenice

Prendi il copione

Prendi il copione e scappa al Teatro Bolivar

Prendi il copione e scappa è il lavoro teatrale di Maurizio Capuano e Antonio Prestieri per la regia di Giovanni Merano.
Interpretato da Fabio Balsamo, Riccardo Citro, Francesco Saverio Esposito, Pasquale Scognamiglio, Serena Pisa, Francesco Romano e Marco Vuolo, è stato messo in scena l’11 ottobre al Teatro Bolivar.

I quattro fratelli Campese hanno ereditato dal padre Oreste, famoso attore di teatro e autore di testi di grande successo, il nome ma non il talento. Prossimi alla bancarotta, costretti a sfuggire al pubblico furente e distrutti dalla critica, i fratelli non vendono alcun futuro o prospettiva per loro nel mondo del teatro.
Sarà la scoperta di un ultimo testo inedito del padre, il quale aveva ordinato la distruzione totale di essi dopo la sua morte, a sconvolgere gli eventi e a portare i Campese a confrontarsi coi loro limiti artistici e umani.

Prendi il copione e scappa: tra parenti e serpenti

Non bisogna certamente possedere una vasta cultura nello studio e la lettura di testi sacri per conoscere, anche marginalmente, alcuni dei suoi racconti fondamentali. Come ad esempio, la parabola di Caino e Abele.
Il primo soffre di un forte senso di inferiorità nei confronti del secondo, facendo scaturire da questo una silenziosa rivalità. L’apice dello “scontro” tra i due avviene quando il Signore guarda con benevolenza all’offerta fatta da Abele e non a quella dell’altro.
Caino, logorato da invidia e rabbia, commette uno dei crimini più terribili: il fratricidio.
“Prendi il copione e scappa”, portato in scena al Teatro Bolivar, non si può paragonare alla Genesi e, probabilmente, non è neanche lontanamente nelle sue intenzioni farlo. Eppure, in qualche modo, mantiene all’interno della sua trama la radice di quella follia.
Lo scontro tra consanguinei, il delirante desiderio di emergere a discapito di chiunque altro e la volontà di onorare e ricevere l’approvazione del “Padre”, anche se esso non può più essere spettatore del prodigio in suo onore.
Sono bravi gli attori a non sciogliersi mai in un’atmosfera di totale comicità, donando tratti drammatici e grotteschi all’intera equazione. L’altalena di emozioni si alterna bene alla realtà tragicomica mostrata e si allinea perfettamente al percorso mostrato.
Una via non univoca, trascinata in più bivi che conducono a tanti possibili finali a desiderio e interpretazione dello spettatore.
Può esso scegliere di cogliere l’importanza della famiglia in quanto nucleo inossidabile, anche davanti agli orrori più grandi, il quale è sempre artefice di ogni avvenimento, sia esso buono o cattivo.
O di riscoprire il valore di un corretto insegnamento, poiché il migliore dei padri non è chi si limita a dare il pesce al figlio affamato, ma colui che gli insegna a pescare.
Oppure, ancora, quanto è sciocco sfidare con qualcuno o qualcosa fino a farne una malattia, tanto più se l’altro non ha mai pensato ad una competizione.
Quel che sceglie poco importa poiché a lui, come agli interpreti, è stato fatto dono di un foglio bianco e di un futuro sul quale scrivere la propria storia.

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