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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 65 articoli

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Il Deserto dei Tartari, Buzzati al Teatro Mercadante

Continua la stagione del Teatro Stabile di Napoli, continua la stagione del Teatro Mercadante. In scena, dal 17 al 22 aprile, troviamo “Il Deserto dei Tartari“, opera letteraria di Dino Buzzati, qui riadattata e diretta da Paolo Valerio, per la produzione del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale e con un nutritissimo cast in scena: Leonardo De Colle, Alessandro Dinuzzi, Simone Faloppa, Marina La Placa (theremin), Marco Morellini, Roberto Petruzzelli, Mario Piluso (pianoforte e fisarmonica), Christian Poggioni, Stefano Scandaletti, Paolo Valerio. Il Deserto dei Tartari, l’eclissi di un uomo Il 17 dicembre 1819, Giacomo Leopardi scrive a Giordani, parlando, in tale lettera, della fanciullezza: “Dato che l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e luoghi della mia vita sono ancora infantili,  io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi di quel benedetto e beato tempo in cui dov’io sperava e sognava la felicità […] è finito il mondo per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei morti che restano fanciulli tutta la vita” Si può riassumere in tal modo la vita di Giovanni Drogo, la creatura di Dino Buzzati, il giovane tenente con appena un piede fuori dalla fase più pura della fanciullezza, destinato, senza averlo nemmeno chiesto, a raggiungere quella dislocata, isolata Fortezza Bastiani. Il viaggio è arduo, trovare la Fortezza sembra complesso; sarà guidato, proprio come tocca a tutti i figli, da qualcuno più in alto di lui ed una volta lì, nonostante il suo desiderio di fare subito ritorno in città e alla vita, invitato a restare, a passare almeno un po’ di quel suo tempo che, quando si è giovani, sembra infinito. L’adattamento e la regia di Paolo Valerio non regala grosse emozioni, ma, va detto, neppure disastrose delusioni. Valerio sembra scegliere di muoversi sul teso filo del racconto, prendendo a piene mani dalla potenza poetica e narrativa dell’opera di Buzzati, senza voler infilare al suo interno troppo di proprio. Rinarrando, si potrebbe dire, ciò che è stato già narrato una volta. Ci mostrano, Valerio e i suoi attori, quel che Buzzati voleva mostrarci. Questo curioso, variegato gruppo di uomini stipati e stretti in un confine da cui sembra non debba mai passare nessuno, eppure, proprio come Vladimiro e Estragone di Beckett attendevano e credevano fermamente nell’arrivo di Godot, costoro credono nello scoppiare di un imminente guerra. Sia che fossero di guardia, o a sbrigare le loro faccende o a maledire, rigirandosi nel letto, il fastidioso e perenne tintinnio della cisterna dell’acqua che non li faceva dormire, tutti loro aspettano, incessantamente, quel qualcosa che hanno atteso tutta la vita.  

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“A-Medeo” (diMarina Cioppa e Michele Brasilio) e i figli teatrali di Eduardo De Filippo

Lo spettacolo teatrale A-Medeo di Marina Cioppa e Michele Brasilio, interpretato da Stefania Remino Antimo Navarra, è incentrato sui caratteri dei figli di Eduardo De Filippo nati dalla stesura delle sue indimenticabili commedie. A-Medeo: Eduardo De Filippo e la gelida paternità Lo spettacolo A-Medeo, ritornato per il secondo anno consecutivo (14-15 aprile 2018) sul cartellone del Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, si prefigura di dare spazio ai figli “teatrali” di Eduardo De Filippo riprendendo e collegando scene e battute d’autore con alcuni monologhi originali, definendosi nel complesso come un “centone teatrale”. Lo spettacolo A-Medeo nel suo svolgersi rivela così la sua origine giacente su una domanda: se noi conosciamo il destino di personaggi eduardiani come Luca Cupiello, Pasquale Lojacono, Domenico Soriano, Gennaro Jovine, o, andando ancor più indietro nel tempo, Sik-Sik, cosa conosciamo del destino dei figli di Eduardo? Quale la loro vita dopo i drammi, e quale l’eredità da loro raccolta? Dei “figli teatrali” di Eduardo noi conosciamo il loro percorso sulla scena, la loro crescita sul palcoscenico, la loro catarsi all’interno del testo della commedia. Tutto quello che viene dopo è spesso lasciato all’immaginazione dello spettatore. Un esempio su tutti, Tommasino Cupiello: il suo essere distaccato, chiuso nel suo mondo, o nei suoi giochi (come si vede in chiusura del I atto di Natale in casa Cupiello) è specchio della chiusura del padre Luca, che (nella medesima scena) è dedito al suo presepe, entrambi ignari del dramma di Ninuccia e Concetta; solo con la malattia di Luca (III atto), Tommaso ritorna alla realtà, cresce e matura assumendo sulle sue spalle il destino della famiglia, anche dopo il calare della “tela”. Inoltre, rievocando le parole di Eduardo pronunciate a Taormina nel 1984, suggestivo brano che ha chiuso A-Medeo, possiamo dire come la paternità biologica e quella teatrale sia vissuta in un ambiente di «gelo», così come lo pronunciò Eduardo. Il gelo del teatro, in cui si può leggere una certa solitudine, nel quale crebbe il compianto Luca De Filippo, è il medesimo in cui vivono i figli teatrali di Eduardo le loro irripetibili vite. Eduardo De Filippo o il padre attore/autore Il problema posto da A-Medeo consente anche di riflettere su una questione che può ampliarsi come i cerchi in un lago, scagliata una pietra: i “figli” di Eduardo sono figli dell’attore o dell’autore? È indubbio che nella fictio scenica esiste un profondo rapporto fisiologico tra padre e figlio, ma i Tommaso e le Ninuccia Cupiello, gli Amedeo Jovine, i Vincenzo De Pretore, o i figli non nati, ma potenziali, come in Sik Sik l’artefice magico, sono figli di Eduardo De Filippo autore, prima che attore. E in quanto figli, anch’essi hanno conosciuto, vissuto e sofferto quel gelo che li raccoglie nel segno del teatro. E figli di Eduardo sono anche i tanti attori, e autori, che con lui si sono misurati. In ognuno dei figli teatrali di Eduardo batte il cuore di Eduardo; un cuore che continuerà a battere, come egli disse a Taormina, «anche quando si sarà […]

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L’ultimo Decamerone: Massini e Russo portano il Decameron al Bellini

L’ultimo Decamerone, lo straordinario spettacolo di Stefano Massini, con la regia di Gabriele Russo, realizzato grazie alla collaborazione tra la fondazione Teatro di San Carlo e la fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini, avente ad oggetto il Decameron di Boccaccio, andrà in scena presso il teatro Bellini di Napoli dal 10 Aprile al 6 Maggio. Il Decamerone ( o Decameron),  scritto da giovanni Boccaccio nel XIV secolo, è indubbiamente una delle opere più importanti e studiate della storia della letteratura italiana. Il testo si sostanzia in una raccolta di 100 novelle e narra le vicende di un gruppo di giovani fiorentini, 7 donne e 3 uomini, che per sfuggire alla peste, che nel 1300 si era abbattuta sulla città, decidono di scappare da Firenze, per rifugiarsi in un casale di campagna. I protagonisti resteranno assieme per 14 giorni, prevedendo per ogni giornata determinate attività, tra le quali, quella di raccontarsi delle storie. Le Novelle sono 100 e non 140 perché la narrazione non aveva luogo il venerdì e il sabato. Nelle 10 giornate destinate alla narrazione, ogni dì veniva eletto un “re” che avrebbe dovuto scegliere il tema delle novelle da raccontare, solo Diomede, il più piccolo del gruppo, aveva la possibilità di sottrarsi al tema predefinito, mentre gli altri ne erano vincolati, fatta eccezione per il primo e il nono giorno, che erano a tema libero per tutti. Il titolo dell’opera:  Decamerone, infatti, sta proprio a significare 10 giorni. L’ultimo Decamerone: Il Decameron secondo Stefano Massini e Gabriele Russo Stefano Massini, autore teatrale di grandissimo talento, vincitore di numerosi premi in tutto il mondo, ha deciso di dedicarsi all’opera di Boccaccio mediante una innovativa rilettura, capace di differenziare il suo spettacolo dagli innumerevoli altri aventi ad oggetto il Decamerone. Di norma, data la complessità dell’opera e l’alto numero di storie contenute nella stessa, il pubblico è abituato a spettacoli in cui vengono portati in scena solo alcuni racconti mentre gli altri sono omessi, ma Massini decide invece di proporre una riscrittura estremamente originale in cui si tiene conto di tutte e 100 le novelle. Ovviamente sarebbe impossibile in una solo spettacolo riuscire a rappresentare così tante vicende ma l’autore, grazie al proprio talento, riesce a estrapolare il cuore dei racconti, realizzando così una riscrittura meravigliosamente peculiare in cui le 100 novelle si fondono e confondono, dando vita ad un opera “diversa” dall’originale, ma al contempo fedele perché capace di descriverla nella sua complessità. Per ogni protagonista è stata elaborata una storia che, pur non essendo parte del Decamerone originario, è in realtà il risultato della fusione e della reinterpretazione di tutte le novelle che Boccaccio fa raccontare a quel singolo personaggio. La straordinaria opera riesce con maestria a reinventare il capolavoro di Boccaccio conferendogli una veste nuova capace di preservarne l’essenza. Lo spettacolo è ambientato in un Bunker che, come l’originale casa di campagna, dovrebbe essere un luogo sicuro, dove poter scappare e nascondersi dai mali del nostro tempo. Qui le attrici non solo narreranno le loro storie, ma rifletteranno […]

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Dentro i secondi: Antonello Cossia e le sue storie al TRAM

Dentro i secondi: racconti di sport e di vita Dentro i secondi è una storia di respiri smorzati, di valori umani e di commozione, quella genuina e pura che ti investe a tradimento, facendoti ricordare quanto siano rare e preziose le persone che scelgono di vivere questa vita in punti di piedi. Dentro i secondi è una storia di equilibrismo e quasi di funambolismo, di protagonisti che hanno scelto di abdicare allo stesso ruolo di protagonisti e volteggiare in punta di piedi sull’equilibrio della vita e dello sport: Dentro i secondi sono le voci che salgono dalla macchina turbinosa dello sport e la rinfrescano col loro candore quasi infantile, il candore e la bontà dei gregari che scelsero di lottare per dare consistenza e materia ai sogni altrui: Dentro i secondi sono le storie dei secondi, quelle tenute sempre in soffitta e mai riesumate, di coloro che rimasero sempre nel gradino  basso nel podio, accecati dal fulgore dei primi, e che scelsero di sorridere nonostante quella luce così intensa. E che non era la loro luce. Lodetti, Carrea e Milano, Ellis: storie di secondi che aiutarono i primi a diventare primi Dentro i secondi è storie di luce, di luce dei primi che hanno sfavillato nel corso della storia dello sport, riempiendo le colonne dei giornali e occupando gli schermi delle case degli italiani. Ma quella luce non sarebbe stata così sfavillante senza il sapiente e intelligente lavoro sotterraneo dei secondi, che, nell’ombra e nella polvere, decisero di aiutare i primi a realizzare i loro sogni: dietro una grande luce ci sono sempre particelle di sacrificio e di respiri sincopati che rimangono nell’ombra, ed è proprio di questi respiri segreti che è intessuto lo spettacolo Dentro i secondi- storie di sport e protagonisti nell’ombra, diretto e interpretato da Antonello Cossia  e in scena al Teatro TRAM di Port’alba dal 12 al 15 aprile 2018. Antonello Cossia, sullo sfondo nero della piccola sala e vestito solo della sua plasticità e del suo volto cangiante, si è fatto tela per allestire i respiri segreti di tutti i secondi che hanno costellato la storia, al grido di battaglia di: “Dentro i secondi!”, come se ci fosse un plotone di esecuzione immaginario con tutti i secondi dello sport, pronti a ricevere quell’applauso scrosciante che in vita forse gli fu negato o non gli venne elargito con l’attenzione necessaria. L’applauso di rito, negli anni dedicato ai Coppi, ai Rivera e ai Muhammad Alì della storia, il 12 aprile (sera della prima dello spettacolo) è stato tutto per i secondi, tratteggiati nella loro trionfale fisionomia di gregari: Cossia ha cominciato raccontando al pubblico del TRAM la storia di Andrea Carrea ed Ettore Milano, i due angeli di Fausto Coppi, campione italiano di ciclismo. Per essere Coppi, c’è bisogno anche dei Carrea e dei Milano, e come due inseparabili angeli, lo accompagnarono sempre, fino a creare la consistenza e la miscela sapiente che diede vita alla leggenda fulgida di Fausto Coppi: quasi come in una rappresentazione corporea di dinamismo e velocità futurista, Antonello Cossia ha inaugurato lo […]

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La strana coppia al Teatro Augusteo: il ritorno di Claudia Cardinale

Grande ritorno di Claudia Cardinale sulle scene, dopo una lunga assenza, con La strana coppia, dal 6 al 15 aprile al Teatro Augusteo, un progetto registico del regista napoletano Pasquale Squitieri, scomparso nello scorso febbraio, ed eseguito da Antonio Mastellone. La strana coppia, spettacolo tratto dall’omonima opera di Neil Simon (The Odd Couple), è presentato nel riadattamento in italiano di Pasquale Squitieri, al quale la Cardinale fu legata sentimentalmente, e sempre affezionata anche dopo il matrimonio del regista con l’attrice e cantante Ottavia Fusco, l’altra metà della coppia protagonista dello spettacolo. La versione originale di Simon, scritta nel 1965, che metteva in scena due uomini divorziati alle prese con i problemi della convivenza quotidiana, è qui ripresa nella sua variante al femminile, realizzata in seguito dall’autore stesso: un mondo di donne nella cornice della New York degli anni ’60. Claudia Cardinale e Ottavia Fusco, una “strana coppia” Tutto si svolge nell’appartamento al dodicesimo piano di Olivia Madison (Ottavia Fusco), una donna di successo che ha ormai accettato la fine del suo matrimonio. Diventata una persona estremamente sciatta e superficiale, Olivia trascorre le sue serate all’insegna del poker con le amiche, tra chiacchiere, gossip e patatine ormai stantie. Ma questo sottile equilibrio faticosamente costruito da Olivia è definitivamente messo in crisi dall’arrivo di Fiorenza Unger (Claudia Cardinale), sua amica di lunga data, la quale, appena lasciata dal marito, è sotto shock e minaccia il suicidio. Spinta dalla solidarietà nei confronti dell’amica, Olivia decide di accoglierla in casa sua ed iniziare con lei una convivenza che porterà questa “strana coppia” sull’orlo di una crisi di nervi degna dei peggiori rapporti coniugali. Uno spettacolo dalla drammaturgia piuttosto semplice e priva di macchinosità, che mette in scena, tuttavia, temi estremamente attuali e complessi, affrontati attraverso un’ottica prettamente femminile: le conseguenze della fine di un matrimonio e, soprattutto, le difficoltà della convivenza tra persone legate da rapporti affettivi. Due care amiche rischiano, infatti, di mandare all’aria il loro rapporto a causa dei loro incompatibili modi di vivere: sciatta e disordinata Olivia, precisa e maniacalmente ordinata Fiorenza. Ed è proprio dall’incontro-scontro tra due personalità così diverse che ha origine la comicità della piece. Situazioni quasi paradossali, eppure estremamente quotidiane e familiari, come la cena con i due vicini di casa spagnoli (Lello Giulivo e Nicola d’Ortona) si susseguono sulla scena, insieme ad una sottile ironia ed un velato sarcasmo che pervade i dialoghi tra le protagoniste ed i loro rapporti con il mondo circostante. Una commedia in due atti dai toni medi e dall’andamento adagio, che si snoda in modo esile ma consapevole, grazie alla statura artistica delle due protagoniste, nelle quattro mura di un appartamento della New York jazz di Neil Simon.

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La paranza dei bambini al Teatro Trianon Viviani

« E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te? Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo. » Saviano e Gelardi con La paranza dei bambini al Trianon Dopo la felice esperienza di Gomorra, Roberto Saviano e Mario Gelardi tornano con un nuovo progetto teatrale. La paranza dei bambini sarà in scena al Trianon fino al 9 aprile. Un ritorno attesissimo a Napoli dopo il brillante debutto al Nuovo Teatro Sanità degli scorsi mesi. Tra le menti partenopee più brillanti partorite negli ultimi anni, il duo continua così una proficua collaborazione. Lo scenario è ancora una volta la loro città natale, sempre ricca di contraddizioni e così adatta con i suoi luoghi a subire analisi e trasposizioni artistiche. La paranza dei bambini si ispira all’omonimo romanzo di Saviano, pubblicato nel 2016,prima opera completamente di finzione dell’autore partenopeo. Il progetto teatrale narra la controversa ascesa di un giovane gruppo criminale verso il potere. Un successo apparentemente inarrestabile, a metà tra la tragedia shakespeariana e il buio dei fumetti di Frank Miller. Saviano e Gelardi ci portano direttamente in medias res. Dei personaggi si sanno poche e frammentate informazioni. Il leader della paranza, Nicolas (Riccardo Ceccarelli), detto Maraja, è probabilmente un universitario, accecato dal potere e dai soldi facili del crimine. Anche degli altri componenti, nulla farebbe pensare a famiglie disagiate. Una scelta stilistica evidentemente in contrapposizione con il romanzo. La paranza viene dal mare Lollipop, Dentino, Drone, Dumbo. Quindicenni dai soprannomi innocui, con le scarpe firmate e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. La paranza non ha paura di niente, né del domani né della morte. Questi adolescenti sanno che bisogna giocare sul rischio, puntando tutto e subito. Guidati dal capo Nicolas Fiorillo, imparano a sparare con le pistole semiautomatiche e gli AK-47. Seminano il terrore per le vie del centro di Napoli. A poco a poco prendono il controllo dei quartieri. Stringono alleanze con i vecchi boss in declino e distruggono le paranze avversarie. Gestiscono piazze di spaccio che fatturano migliaia di euro. Una pesca a strascico che non tiene conto di niente e nessuno. Non a caso “paranza”, che in gergo camorristico indica un gruppo criminale, è un termine di origine marinaresca.  Le “Paranze” sono infatti le piccole imbarcazioni che con le reti pescano pesci per la frittura. Questi giovani sono corvi neri, senza scrupoli, violenti nelle parole ma soprattutto nei fatti. Saviano e Gelardi sono abili a fotografarli in un momento chiave, quello della crescita, il passaggio ancestrale dall’infanzia all’età adulta. Un’ascesa irrefrenabile, una sete di potere che finirà per inghiottire Nicolas in un accostamento ideale con Riccardo III. Il sangue bagna Napoli La paranza dei bambini è un dramma puro. Davvero sorprendente è  la resa teatrale del testo di Saviano. Un’opera che incredibilmente appare più profonda se vissuta a teatro. Assistere infatti alle interpretazioni degli attori in scena è godimento puro. Non si può non evidenziare la prova di Riccardo Ciccarelli, il giovane attore partenopeo merita una citazione […]

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Francesco Cicchella incanta il Teatro Diana con “Millevoci tonight show”

Applausi, risate, una irresistibile voglia di scatenarsi. Il pubblico del Diana ha un nuovo idolo: Francesco Cicchella. Il 29enne comico di “Made in Sud” ha fatto ieri il suo trionfale debutto a teatro con uno spettacolo, “Millevoci tonight show”, che lo ha visto non solo protagonista ma istrionico mattatore. Ma in fondo le premesse per una serata da non perdere erano già evidenti in conferenza stampa. A partire dalla regia a firma di Gigi Proietti, che ha dato quel tocco di varietà, di vero e proprio show alla rappresentazione, al cast di supporto – spassosi gli interventi di Vincenzo De Honestis, coadiuvati dal talento dei ballerini Giovanni Quaranta e Ciro Salatino – e ovviamente alla band di Paco Ruggiero, che ha supportato le performance dell’attore, che ha espresso sul palco non solo talento ma anche genialità. Con una impalcatura e un videowall da sceneggiatura, il napoletano ha alternato ricordi, aneddoti, canzoni, sketch e originali parodie. Abbiamo così avuto il piacere di conoscere un Gigi D’Alessio che, tra un problema amoroso e l’altro, plagia Orietta Berti, un Ranieri superman che balla, canta e ferma asteroidi e un Bublè fan sfegatato di Gigione. Francesco Cicchella è un mostro da palcoscenico In due ore di spettacolo Cicchella, nonostante fosse al debutto, ha mostrato di essere completamente a suo agio davanti alla gremita platea presente al Teatro Diana e ciò gli ha permesso di sfoggiare tutte le sue doti di intrattenitore che a “Tale e Quale Show” si erano cominciate ad intravedere. Dal programma della Rai, oltre all’enorme bagaglio d’esperienza, ha portato alcune imitazioni, come quella di Tiziano Ferro, ma non sono mancate eccezionali new entry come quella di Tony Servillo, che ha regalato perle di comicità col suo teatro riscritto in chiave moderna. “Millevoci tonight show” è, in definitiva, un vero e proprio trionfo. Trionfo di idee, musica e comicità. Il trionfo di un ragazzo umile che in punta di piedi ha conquistato con la sua voce e il suo carisma un meritato spazio nel cuore degli italiani e che siamo sicuri che di applausi e di sorrisi ne ha ancora tanti da ricevere.

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“Per strada”, Francesco Brandi rilegge Kerouac al Piccolo Bellini

Il copioso incedere della neve. Le auto si fermano, le ruote arrancano, le catene inciampano. Due sconosciuti si incontrano. E sotto la tormenta riusciranno, forse per la prima volta, a mettere a nudo i loro drammi, quelli di una generazione drammaticamente povera di identità. Questa è la storia raccontata da “Per strada“, spettacolo che segna il debutto alla regia di Raphael Tobia Vogel, e che ieri ha catalizzato l’attenzione degli spettacoli del Piccolo Bellini. Il testo di Francesco Brandi, che vede lui stesso e Francesco Sferrazza Papa protagonisti, si focalizza sulle vicende di due personaggi apparentemente antitetici, Paul e Jack, ma soprattutto sui disagi, i timori e le paure dei trentenni di oggi. Tra riso e dramma, tra tensione e innocenti battute, la strada che i due percorrono è una sorta di tapis roulant emotivo. Esausti nella loro immobilità, i due rappresentano classi sociali diverse ma che condividono l’incapacità cronica di affrontare la realtà secondo le proprie esigenze, di assecondare il proprio sentire. Jack, il cui unico amico è un cane di pezza, biasima per la sua situazione e per le ansie che lo assalgono il padre fedifrago e poi la compagna, mentre Paul è incatenato nei ranghi di una perfezione apparente che cela rapporti forzati e insoddisfacenti. Il tentativo di suicidio del primo e il matrimonio alle porte per il secondo non sono altro che la firma, la pietra tombale che può finalmente suggellare la loro sconfitta. “Per strada”: non c’è Kerouac ma Francesco Brandi So let it out and let it in, hey Jude, begin, You’re waiting for someone to perform with. And don’t you know that it’s just you, hey Jude? You’ll do, the movement you need is on your shoulder. Nessuna danza, nessun pazzo da seguire, nessuna luce abbagliante ad illuminare la notte, né fuoco d’artificio da guardare con stupore. Le strade di Francesco Brandi non sono più quelle di Kerouac. Ridotte ai minimi termini le emozioni, enfatizzate allo stremo le apparenze, tutto ciò che rimane è un cumulo enorme di noia. Noia da cui Jack e Paul sapranno evadere solo invertendo i ruoli, mettendosi l’uno nei panni dell’altro. Lo spettacolo, che sarà in scena fino a domenica 8 aprile, alterna note comiche e tragiche, ed è ben realizzato sotto tutti i punti di vista. Le installazioni hanno offerto un forte senso di immersività e profondità alla scena, contribuendo alla creazione di un’atmosfera dal forte impatto emozionale, che accompagna lo scorrere degli eventi, insieme ad un timer che di tanto in tanto appare sullo sfondo, scandendo il ritmo di quelle vite intrappolate in una noia paralizzante. Di grande spessore le interpretazioni dei due attori, calati in ruoli di non poca difficoltà, che riescono a coinvolgere il pubblico in una perfetta sincronia emotiva con i personaggi, seminando dietro di sè diversi ed interessanti spunti di riflessione. Consigliato.

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Ora di pranzo di Giulia Lombezzi: l’io, l’altro e l’incomunicabilità

Dal 23 al 25 marzo in scena alla Sala Ichòs – Teatro di drammaturgia moderna e di ricerca, di San Giovanni a Teduccio, nella zona orientale di Napoli, il tema dell’incomunicabilità e della difficoltà delle relazioni interpersonali in Ora di pranzo di Giulia Lombezzi, con la regia di Pietro Juliano. Una famiglia qualunque si ricongiunge a tavola ogni giorno, ad ora di pranzo, in un momento di convivialità tradizionalmente dedicato al dialogo, alla comunicazione ed al reciproco confronto. Ma ogni aspettativa è subito delusa. Prigionieri dei propri mondi ed egoismi personali, ciascuno dei membri della famiglia volge le spalle all’altro, intorno ad un tavolo sul quale incombe la presenza costante del gatto di famiglia, immobile spettatore del turbine di deliri e fraintendimenti che intorno a lui prendono vita. Sulle tre sedie, un padre distratto (Giuseppe Giannelli), assorbito dal lavoro e dai social network, una madre stanca e insoddisfatta (Teresa Addeo), una figlia ribelle (Angela Rosa D’Auria) che continuamente interferisce nel rapporto tra i genitori. A completare il quadro, una nonna affetta da demenza senile (Cinzia Annunziata), che rimbalza da una parte all’altra della scena, mettendo a dura prova l’equilibrio psichico già precario dei membri della famiglia. Ora di pranzo di Giulia Lombezzi: egoismi quotidiani di un microcosmo familiare Impossibile qualsiasi tipo di comunicazione: domande senza risposte, accuse reciproche, telefoni che squillano ed il mondo esterno che irrompe prepotentemente in una sala da pranzo in cui delle persone si ritrovano sedute intorno ad un tavolo contemporaneamente, ma non insieme. La giovane drammaturga Giulia Lombezzi affronta un tema da sempre centrale nella riflessione letteraria e drammaturgica, eppure sempre di grandissima attualità, quello della mancanza di comunicazione e della tendenza all’isolamento, riflesso di una società sempre più schiava dei propri bisogni personali ed incapace di ascolto ed apertura verso l’altro. E lo fa osservando, con estrema lucidità e momenti di spontanea comicità, una delle situazioni più comuni ed usuali della quotidianità di ciascuna famiglia, attraverso il buco della serratura di una casa qualunque, in cui, come un ciclo che continuamente si ripete, equilibri e dinamiche interpersonali si infrangono e si ricompongono ogni ora, ogni giorno. Ora di pranzo rappresenta, mediante un rituale semplice come quello dell’ora di pranzo in famiglia, quei muri che ogni giorno ciascun individuo costruisce intorno a sé, seppure inconsciamente, ponendo se stesso al centro del mondo e perdendo la percezione di tutto ciò che c’è intorno. Ed il microcosmo familiare non è altro che una cartina di tornasole che rivela in piccolo una tendenza costante della società attuale, ulteriormente acuita e stigmatizzata dall’avvento dei social network. Proprio come un cerchio che sembra chiudersi, ma sempre si riapre, lo spettacolo si conclude con la ripresa di una domanda che, durante le battute iniziali, la figlia pone al padre sul significato del termine lapalissiano. Un quesito che resta lì, sospeso a mezz’aria, e chiude momentaneamente il turbine degli eventi, ma per il quale è impossibile dire se arriverà mai una risposta.

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2×2 Gentiluomini di Alessandro Paschitto al Tram: amicizia, amore e incomprensioni di genere

2×2 Gentiluomini, scritto e diretto da Alessandro Paschitto, ha reso affollato il Teatro Tram nell’ultimo fine settimana: tutto esaurito domenica 4 nella sala di via Port’Alba. La commedia di Shakespeare (I due gentiluomini di Verona) rivisitata in chiave moderna ha divertito e interrogato il pubblico sui temi dell’amicizia, dell’amore e dell’incomprensione tra il genere maschile e quello femminile. Il testo, scritto dall’autore inglese negli ultimi anni del 1500, oggi appare ancora attuale e aperto al confronto intellettuale. Il cast di giovani attori composto da Gianluca Cangiano, Claudio Fidia, Giulia Musciacco, Alessandro Paschitto e Federica Pirone ha interpretato in maniera dinamica e coinvolgente una versione futuristica della quasi anonima opera shakespeariana. In Amore uomini e donne non parlano la stessa lingua Proteo e Valentino sono due giovani amici che vivono a Verona. Il loro legame è intimo e solido. La serenità della loro vita è minata dai sentimenti che provano verso due donne: Proteo è legato a Giulia, fanciulla di campagna, Valentino a Silvia, donna di Milano matura e seducente. Le giornate dei due gentiluomini trascorrono tra giochi e dialoghi pungenti fino a quando Valentino decide di partire per Milano per conquistare il cuore di Silvia. Il giovane affronta il mare (Shakespeare immagina che Milano sia bagnata dalle acque) e arriva nella grande città sprovveduto e malvisto dallo zio di Silvia, il duca di Milano. In breve tempo anche Proteo salpa alla volta del Ducato di Milano, intenzionato a non essere da meno rispetto al suo amico di infanzia in quanto a emancipazione sociale e sentimenti. Giulia, la sua amata, in preda ai deliri della gelosia, abbandona il nido dell provincia e si avventura in un territorio sconosciuto vestita da uomo. La ragazza scopre (da camuffata) che il suo amato si è invaghito della donna di Valentino, Silvia, e che sta ingannando tutti per cercare di conquistare la mano della nobile. La serie di equivoci e scontri tra il sesso maschile e quello femminile ha un epilogo non completamente lieto che lascia spazio a perplessità da parte del pubblico. La surreale rappresentazione di Alessandro Paschitto per un surreale scontro emotivo Nell’angusto spazio del Tram è facile immaginare quanto possa essere stato innovativo il debutto delle opere shakespeariane degli esordi. Davanti ad un pubblico di intimi spettatori temi quali l’amore, l’amicizia, l’eccessiva gelosia e insicurezza delle donne, la superficialità degli uomini e il loro desiderio di dominare la società venivano affrontati in maniera cruda, sconvolgendo il pubblico dell’epoca. L’attuale rappresentazione di 2×2 Gentiluomini ci appare surreale a partire dalla scelta dei costumi e delle scenografie. I personaggi sono vestiti con abiti monocromatici che richiamano forme solide e geometriche presenti sul palco, elementi fondamentali per la narrazione. Un cubo di Rubik diventa lo scrigno di una lettera in rime da decodificare, mentre pegni d’amore si materializzano in anelli triangolari e quadrati. Anche i dialoghi fanno riferimento, attraverso allegorie e metonimie, alle forme astratte della geometria e della gamma cromatica per rendere ancor più indistricabile un intreccio dalle difficili soluzioni. Ci pensa l’ironia dei personaggi ad addolcire i toni, coinvolgendo […]

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