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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 29 articoli

Recensioni

Romeo e Giulietta, una partita tra giovani infelici al Piccolo Bellini

Schiamazzi. Un pallone rimbalza con violenza sulla parete per poi finire di piede in piede. C’è l’aria tesa di un derby, piovono insulti e spintoni su quel palco che si è fatto per una sera campetto di periferia. A sfidarsi adolescenti di due celebri famiglie che, in quei panni, il pubblico stenta inizialmente a riconoscere. Vediamo contrapposti, infatti, Montecchi e Capuleti, le casate che hanno dato i natali ai due amanti nati sotto contraria stella. Si presenta così “Romeo e Giulietta, ovvero la perdita dei padri“, spettacolo inaugurale della nuova stagione del Piccolo Bellini di Napoli. L’impianto drammaturgico di Francesca Macrì e Andrea Trapani, come è evidente sin dalle prime battute, si propone come riscrittura coraggiosa ed originale di una delle tragedie più amate di William Shakespeare che viene destrutturata e rimodulata secondo dettami più moderni e di stampo filo – pasoliniano. C’è un profondo senso di incompiutezza, di insoddisfazione e solitudine che accompagna tutti i personaggi che si trovano ad essere numeri primi in una società che li considera già adulti. E come ogni ragazzo che cresce con le regole della strada, anche nei ragazzi delle due casate viene meno il concetto di autorità, eccezion fatta per il Principe (voce off di Federica Santoro) che può disporre di loro come un Deus ex machina. In questo contesto, in questa corsa di Pamplona adolescenziale, il puerile quanto smisurato amore tra Romeo e Giulietta è solo uno dei sintomi di un disagio più profondo, che parte dall’assenza di figure genitoriali forti, di modelli comportamentali a cui fare riferimento. Questo è ben evidenziato dalla regia di Francesca Macrì che pone i due padri in disparte, a fare da arbitri di una partita che, in fondo, non è neanche la loro. Romeo e Giulietta: calcio, adolescenti e violoncello La scenografia dello spettacolo è essenziale, non ci sono altri elementi di scena al di là delle due panchine e di due porte immaginarie, il compito di creare un contesto in cui inserire la narrazione è, perciò, affidato al disegno luci di Massimiliano Chinelli e al violoncello di Luca Tilli, che riesce con maestria ad accompagnare gli accenti poetici più alti dello spettacolo. Degne di nota, a questo riguardo, sono alcune scene – come quella della festa a casa Capuleti che si trasforma in una discoteca o quella della follia di Rosalina – che palesano l’intenzione di innestare nel corpus drammaturgico ulteriori sovra-letture, con un visibile quanto maniacale studio dei dettagli, soprattutto per quanto riguarda il lessico utilizzato dagli attori in scena. Attori che, seppur acerbi, sono risultati perfettamente non in ruolo. Ed è proprio questo, in realtà, uno dei pregi più grandi di uno spettacolo che non vuole scimmiottare né riproporre pedestremente – come troppo spesso è accaduto – il capolavoro dello scrittore inglese, ma attualizzare e,  perché no?, arricchirlo di nuove sfumature, di tematiche che erano solo latenti nel testo originale. Missione riuscita pienamente. ———————- Romeo e Giulietta ovvero la perdita dei Padri, prove di drammaturgia dello sport con gli adolescenti di William Shakespeare drammaturgiaFrancesca Macrì e Andrea Trapani drammaturgia musicale Luca Tilli regia FrancescaMacrì con AngeloRomagnoli e AndreaTrapani […]

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Ferdinando al Nuovo, è cominciata un’altra stagione

Comincia la stagione teatrale 2017/2018 del Teatro Nuovo, affidando tale compito alla regista Nadia Baldi, intenta a mettere in scena una versione del capolavoro del drammaturgo stabiese Annibale Ruccello, Ferdinando. In scena, guidati dalla Baldi, gli attori Gea Martire, Chiara Baffi, Fulvio Cauteruccio e Francesco Roccasecca.  Ferdinando e la realtà del sogno La semplicità. L’assoluta, inimitabile bellezza della semplicità caratterizza con forza questa riproduzione scenica dell’opera magna di Annibale Ruccello, saggiamente condotta dalla regista Nadia Baldi. Ogni cosa in scena, dai tessuti che si intersecano nell’aria, generando la visione di un mondo disordinato, impolverato e chiuso su stesso, alle luci dorate, dedite a rimbalzare su dettagli altrettanto lucidi, non sono altro che la rappresentazione di quella candidezza e modestia in perfetto incontro e contrasto con le anime dei personaggi del dramma. La baronessa Clotilde e il suo Ferdinando sono specchio della nostra contemporaneità e, nel mentre, di una situazione di bisogno reciproco e desiderio da sempre presente nel quotidiano degli uomini. Tra tutte le particolarità che si rassomigliano tra il vero e il dramma scenico, c’è la forte presenza di una morale intermittente. La morale, d’altronde, non sempre è necessaria. Sia che essa sia intesa nel suo senso più “religiosamente etico” che nel suo, altrettanto importante, aspetto didattico proveniente da un racconto o da una novella. Viene naturale cercarla, istintivo, eppure il Ferdinando di Ruccello non lascia alcuna traccia di un tale “dono” bensì è forte nel testo del drammaturgo stabiese, ancora una volta, il desiderio imperante di lasciare allo spettatore la possibilità di decidere coi propri occhi, coi propri sensi, qual è la verità. In una villa della zona vesuviana, vive la Baronessa Clotilde, vedova, ipocondriaca e considerata da molti folle, in compagnia solo della sua cugina-serva Gesualda e del parroco del posto, Don Catellino: in fuga dal passato, dalle ipoteche e dalla formazione di un’Italia che non le piace, che disprezza, guardando nostalgicamente all’era Borbonica appena conclusa. In una semplice routine, fatta di incontri e piccoli trasgressioni, sarà travolta dall’arrivo del nipote Ferdinando, orfano di padre e madre. Cosa c’è di vero in questo racconto, che porta sì con sé fatti, nomi e date, eppure sembra spesso il realizzarsi di un sogno vivido e condiviso, della volontà comune di afferrare un po’ di vita lì dove sembra essersi spenta per sempre? Tutto è lecito, nulla è immorale e solo lo spettatore può scegliere se svegliarsi o meno.

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Exploding Plastic Warhol, ritratto di un mito controverso

«Se volete sapere tutto su di me dovete guardare in superficie, sotto non c’è niente» Pantaloni e occhiali neri, capelli argento, sguardo freddo e voce inespressiva, questo è l’Andy Warhol messo in scena al TRAM con Exploding Plastic Warhol, lo spettacolo scritto e diretto da Mirko Di Martino, con Orazio Cerino, Titti Nuzzolese, Angela Bertamino, Antonella Liguoro e Dario Tucci. Pittore, scultore, regista, sceneggiatore, produttore, Warhol è stato l’esponente di spicco della Pop art ed uno degli artisti più influenti del XX secolo, noto all’immaginario collettivo per aver dipinto i celebri ritratti a colori di Marylin Monroe, Liz Taylor, Mao Zedong, oltre ai famosi barattoli di zuppa Campbell e alle scatole Brillo, che nel complesso rendono la sua arte incomprensibile e controversa. Lo scopo di Warhol era proprio quello di far storcere il naso a chi osservava i prodotti del suo genio creativo, suscitando scandalo ed alimentando in questo modo il suo prestigio di fondatore della Factory, il suo studio con sede a New York. Ciò che traspare dalla magistrale interpretazione di Orazio Cerino è il ritratto di un artista in crisi d’ispirazione, apatico, con lo sguardo vuoto, vittima del suo stesso successo e della mercificazione dell’arte, che sacrifica la qualità delle sue opere per adeguarsi alle spietate leggi di mercato. La domanda sorge spontanea: «Dov’è il vero Andy Warhol?». Nascosto dietro alla maschera di mito osannato e incompreso, adulato e odiato, che ha costruito il suo successo sfruttando le persone e servendosi dei detriti della società in nome di un obiettivo supremo, l’arte. Exploding Plastic Warhol, successo e fallimento di un mito La voce della coscienza di Warhol è rappresentata dalla Marylin dei suoi famosi ritratti, interpretata con maestria dalla talentuosa Titti Nuzzolese, la quale incalza l’artista con domande pungenti e a tratti spietate, che lo portano a confessare il suo vero stato d’animo di persona vuota e nauseata dalla fama e dal denaro: «Io sento di non essere niente, di non desiderare niente. Cosa vede uno specchio se si guarda allo specchio? Il nulla». A “sfilare” sul palco disposto a T tra il pubblico sono le superstar della Factory: Edie Sedgwick, modella e attrice, la povera piccola ragazza ricca che rappresenta la voglia di libertà dei giovani, impersonata da Antonella Liguoro; il ballerino Freddy Herko, interpretato da Dario Tucci, le cui aspirazioni lo portano a lanciarsi dalla finestra sotto l’effetto di anfetamine, per godersi l’attimo in cui il corpo si libra leggero spiccando il volo verso il cielo; Valerie Solanas, interpretata da Angela Bertamino, l’attivista che fondò la “Società per l’eliminazione del maschio” e che sparò a Warhol senza tuttavia ucciderlo. I tre giovani sono accomunati dalle stesse caratteristiche: depressi, fragili, dediti alle droghe e con istinti suicidi, narcisisti che si lamentano per ottenere l’attenzione di papà e che vivono in un vortice di emozioni forti ed autodistruttive.  Ed è così che il cerchio si chiude, in un destino di gloria e declino, di ambizione e frustrazione, di successo e baratro che si inquadra perfettamente nell’universo piatto e senza emozioni, comandato dal consumo che era […]

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“Né serva né padrona”: le donne e la Commedia dell’Arte

Nella seconda settimana del Festival internazionale di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros – Storie di migranza, la sera di giovedì 21 settembre è tutta al femminile, con lo spettacolo Né serva né padrona, un vero e proprio One Woman Show all’interno della sagrestia della Basilica dello Spirito Santo, sede dell’Associazione Culturale Medea Art. Italia, Sedicesimo secolo: divieto per le donne di calcare le scene e severe condanne da parte della Chiesa verso le eretiche che osavano trasgredire e dedicarsi a quelle forme d’arte ‘scandalose’ e indegne. In tali temperie culturali, donne coraggiose e intraprendenti si distinsero per i loro meriti nell’arte oratoria, poetica, musicale e persino comica, come l’attrice padovana Isabella Andreini e la famosa cantante napoletana Adriana Basile.  Le personalità di queste brillanti figure femminili rivivono sulla scena con Claudia Contin Arlecchino, autrice, attrice, regista e artista figurativa, nonché prima donna ad interpretare il personaggio di Arlecchino, e grazie alle musiche di Luca Fantinutti. Claudia Contin Arlecchino, spogliandosi dei tradizionali panni della maschera del buffo Arlecchino, con i quali fa il suo ingresso sulla scena, svela al pubblico tutti i retroscena del mestiere di attrice, con grande autoironia e comicità, passando attraverso l’interpretazione dei diversi ruoli femminili della Commedia dell’Arte (dalla servetta, all’innamorata, alla cortigiana) e mostrando le movenze tipiche e la gestualità che contraddistingue tali figure, in un continuo coinvolgimento degli spettatori che crea un clima di ilarità ed improvvisazione. Donne e teatro: dalla Commedia dell’Arte al Terzo Millennio Dall’aperitivo a base di polenta, al ‘punzecchiamento’ giocoso degli uomini presenti nel pubblico, Claudia veste e sveste i panni dei suoi personaggi, con un viaggio attraverso i secoli, il cui trait d’union è l’emancipazione della figura femminile e la rivoluzione portata dall’ingresso della donna sulle scene. Attraverso due coraggiose donne del Cinquecento, Isabella Andreini ed Adriana Basile (baronessa per ‘meriti d’arte’), simboli di tale emancipazione, si arriva fino alle donne del Terzo Millennio, con la stessa Claudia. In una ‘confessione scritta’, l’attrice spiega le ragioni che si nascondono dietro la scelta della maschera di Arlecchino e la convivenza con questo personaggio, chiudendo la sua performance con una riflessione che si ricollega al titolo e all’essenza stessa di tale spettacolo: “Né serva né padrona, ma libera persona”.

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“Le briciole sulla tavola” al Convento San Domenico Maggiore: una finestra sull’anima

“Chi sono i prossimi viaggiatori?”. La nostra esplorazione nella “casa” ha avuto inizio con questa domanda. Al nostro assenso, la guida spirituale ci ha poi accompagnato, a passi lenti, verso la Sala del Capitolo del Convento di San Domenico Maggiore, dove è cominciato il viaggio vero e proprio. Un viaggio che somiglia più ad una discesa, in realtà, perché l’intento della messa in scena è proprio quello di condurre le coppie di partecipanti verso i meandri più profondi del loro animo. E se la strutturazione del laboratorio, atta a ricreare, stanza dopo stanza, suggestioni, ambienti e sensazioni legate ai primi anni dell’infanzia del visitatore, non è particolarmente complessa, la cura dei particolari e il talento degli attori coinvolti fanno si che il senso di immersività e di coinvolgimento emotivo siano totali. Non si può rimanere indifferenti ai ricordi che, passo dopo passo, le situazioni proposte riescono a rievocare, scavando efficacemente dentro il libro, la storia di ogni ospite, i cui sensi, una volta privati della vista, vengono risvegliati, stuzzicati e alimentati di continuo. Memoria sensoriale La nostra anima è una dimora e, ricordandoci delle “case” e delle “camere”, noi impariamo a “dimorare” in noi stessi. Gaston Bachelard – La poetica dello spazio L’odore della colla. Le Rossana. Il ruvido guscio delle conchiglie. Un album di foto da sfogliare. Il rumore dell’acqua. La terra tra le dita.  Le briciole sulla tavola è uno splendido tuffo nel subconscio, in quell’atrio della memoria che spesso viene lasciato alla polvere ma che ha una importanza fondamentale nell’edificio dell’io presente. La regia di Susanna Poole è riuscita a pieno nel suo intento e continua quanto di buono fatto in precedenza da questa talentuosa quanto originale compagnia. L’impronta de il Teatro dei Sensi Rosa Pristina è stata, infatti, evidente sin dagli esordi. Gli spettacoli messi in scena, tra cui ricordiamo Il vecchio Fargo, Quando eravamo lupi, A passeggio nel buio, hanno, nella ricerca della memoria e dell’identità dell’io, una matrice comune. Come è comune, e Le briciole sulla tavola in questo non fa certo eccezione, la capacità di stupire, toccando le corde più delicate, facendo luce sugli angoli più bui. Ed ogni esperienza, in questo modo, risulta unica, intima. È il teatro che – finalmente – si fa vita, e la vita che diventa, a sua volta, il più bello dei palcoscenici. Le Briciole sulla Tavola Drammaturgia: TDS Rosa Pristina Abitanti: Rosaria Bisceglia, Manila Cipriano, Roberta di Domenico De Caro, Fabiana Esca, Davide Giacobbe, Marzia Macedonio, Diana Magri, Salvatore Margiotta, Carlo Melito, Susanna Poole, Maria Francesca Stamuli Suoni: Davide d’Alò, Antonio Aiese Allestimento Scenico: Giuseppe d’Auria Regia: Susanna Poole

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Vissi d’arte al TRAM a Napoli: Incontri a Murnau

Vissi d’arte, il titolo della rassegna. Vissi d’arte, l’esalazione dei personaggi in movimento sulla scena. Un movimento anche solo accennato, si siedono, si alzano, scambiano degli sguardi. Ma il movimento è posto in secondo piano quando a inondare la scena sono le parole. Poche quelle del piccolo Franz, ancora poco esperto della vita, ma curioso indagatore che con la sua torcia nel buio ritorna a tentoni nel passato, toccando prima il dorso delle cose, poi scoprendole, in una camera polverosa in cui da tempo nessuno mette più piede. Una cascata di parole quella di Gabriele Münter, le parole dell’esperienza. Un dialogo che intesse con suo nipote Franz, ma anche con un oggetto che tra le sue mani si fa cosa, ricordando la lezione di Remo Bodei, un oggetto desueto che preserva l’impronta della vita, rammentando, ancora, Francesco Orlando: il suo diario di ragazza. Il piccolo Franz udendo le sue parole vede materializzarsi nel nero fitto della camera polverosa, personaggi di cui ha sempre sentito parlare, che forse studierà sui libri di scuola. Per la zia invece, un tempo, uomini fin troppo veri: Vasilij Kandinskij e Arnold Schönberg. Come le vite di tempi andati e quelli di tempi presenti possano sfiorarsi. Questi, sono gli Incontri a Murnau. Cittadina sulle alpi svizzere, Murnau è un luogo di slancio creativo, che Gabiele rievoca nei suoi tempi d’oro, quando i tavoli non erano ancora ricoperti da tele di ragno, le finestre sempre spalancate. I tempi di quando lei e il suo maestro Kandinskij si rifugiavano nella loro arte, nel loro amore. Un amore nato alla scuola d’arte Phalanx di Monaco, non molto frequentata da donne a quel tempo. Con la sua forza d’animo, l’insistenza che trapela dalle pagine del suo diario, Gabriele convince i genitori che quella è la sua strada, e non in una delle solite scuole in cui «l’arte è al pari dell’uncinetto». No, Gabriele non è fatta per divenire l’angelo del focolare, anzi, si meraviglia che qualcuno sia stato anche solo in grado di concepire una professione simile. Sotto quell’albero a Murnau, durante una delle sedute en plein air, il maestro Kandinskij mutò la sua vita, dandole il suo primo bacio. La Münter, interpretata da Nina Borrelli, porta in superficie ricordi che avrebbe voluto celare, ma che la curiosità del nipotino (Vincenzo Giordano) la costringe a svelare. Quella stessa curiosità che ha lo spettatore, che a mano mano scorge, come partoriti dall’oscurità della camera, due personaggi mai visti, ma dalle movenze familiari. Sono tra noi, dopo la lunga gestazione del tempo, e nella mente del piccolo Franz si sostituiscono alla voce della zia, la interpretano. Sono i due artisti Kandinskij (Marco Palumbo) e Schönberg (Fabio Rossi), il cui legame tormentato è entrato nella storia. Il genio del primo fu colpito dalla musica del secondo, una musica che riusciva a tradurre in forme, colori, danze. Kandinskij doveva dirlo a Schönberg, doveva discutere con lui della sua idea di arte, di come entrano in contatto le forme di comunicazione più elevate, la musica […]

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Promenade a sud: note della tradizione al Castel Nuovo

Ieri, 31 agosto, è andato in scena, nel cortile di Castel Nuovo, Promenade a sud, spettacolo musicale di e con Matteo Mauriello e con Marianita Carfora e Benedetta Fontana. Accompagnamento musicale è stato, invece, a cura di Toto Toralbo, alla tammorra e al mandolino, e Sossio Arciprete, alla chitarra. Per quanto concerne la struttura, lo spettacolo, che ricorda Memento – Cantata per i giorni dell’Epifania, è un percorso di parole, gesti e musiche, che si spiega lungo il filo conduttore della tradizione popolare napoletana, fatta di gesti e ritmi peculiari. Uno dei suoi punti forti è, senza dubbio, la forte carica interpretativa dei protagonisti, l’intensità e la padronanza scenica del trio Fontana-Carfora-Mauriello. Trio che fra villanelle, intermezzi recitati e accenni di passi di danza, dimostra ancora una volta, tramite “l’utilizzo” dei “media” del corpo e della voce, una forte e decisa padronanza scenica e l’intensità della propria espressione interpretativa. E nel trio un Mauriello, in particolare, come un istrionico giullare dal caratterizzante animo altalenante tra lo sberleffo e la malinconia, attraverso movenze di danze e note di una Napoli che canta, che ammalia, che malinconicamente ma con forza rinasce. Di una Napoli che vive. Una passeggiata ideale che accompagna “prendendo per mano” lo spettatore attraverso la riproposizione e rielaborazione di testi della cultura musicale partenopea e con la proposta di un testo “inedito” ‘A ‘mpechera, di Antonio de Rosa. Momenti di riflessione e di risate di gusto, momenti di allegria e di seria malinconia permeano lo spettacolo, alternandosi attraverso le musiche ed il recitativo dei vari elementi a fare il tutto. Un’orchestrazione di gesti, segni, linguaggi messa a punto dai bravi ed intensi interpreti.  Un cenno al luogo dove il 31 agosto è andato in scena Promenade a sud: il Castel Nuovo. La sua cornice pregna di storia ha dato intensità allo spettacolo tramite la suggestiva analogia col messaggio del ricordo, del fascino del passato, di cui si intride lo spettacolo. Uno spettacolo davvero interessante. Come del resto è nello stile di Matteo Mauriello.

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Il cadavre exquis: l’amore al tempo dei surrealisti

1924. Le teorie freudiane della psicoanalisi e dell’interpretazione dei sogni, dopo aver rivoluzionato l’approccio alla psicologia e portato alla luce l’esistenza di vari strati di consapevolezza dell’essere, diventano linfa vitale per un nuovo movimento artistico. Nel manifesto surrealista, infatti, il fondatore dell’avanguardia, Andrè Breton, teorizza un innovativo modo di far pittura, che vede la voce dell’inconscio e la trasposizione su tela dell’irrazionale e del sogno come centrali. Tra gli esponenti di spicco della corrente troviamo l’inglese Leonora Carrington e il tedesco Max Ernst. Parte proprio dalla loro travagliata storia d’amore Il cadavre exquis, spettacolo andato in scena ieri, 31 agosto, nella sala del Capitolo di San Domenico Maggiore. Dopo lo splendido I Diari di Munch e Zefiro torna, la rassegna Vissi D’arte continua a regalare piccole perle. Non fa eccezione questa surreale pièce di Camilla Ribechi che, in sessanta minuti e quattro scene, riesce nell’intento di ricreare le atmosfere e gli umori degli anni che hanno preceduto la seconda guerra mondiale e che trovarono nel dadaismo e nel surrealismo le espressioni più autentiche dell’esigenza di evasione e di rinnovamento artistico e morale. Il cadavre exquis, un gioco surrealista “L’arte è l’unica capace di salvarsi, l’unica capace di aiutare i sopravvissuti a rinascere e continuare a vivere.” Pochi ma ben realizzati oggetti di scena accompagnano Cesare Cesarini e Camilla Ribechi in questo breve ma intenso viaggio che è possibile raccontare partendo proprio dal titolo dello spettacolo stesso. Il cadavre exquis era una tecnica collettiva surrealista che prevedeva la composizione di una frase da parte di più persone, senza conoscere la parola altrui. E la prima proposizione che venne fuori da questo intreccio di automatismi fu le cadavre exquis boira le vin nouveau («il cadavere squisito berrà il vino nuovo»). Allo stesso modo, collegati dal fil rouge della storia, le vicende dei due amanti vengono presentate al pubblico in maniera originale, sopra le righe, in un trionfo di canto, danza, e originali trovate sceniche. A chiudere la fantomatica quadratura del cerchio ci hanno pensato poi l’indiscusso talento e il carisma dei due attori che hanno divertito ed emozionato un pubblico che si è sentito parte integrante dello spettacolo. Programma dei prossimi spettacoli della rassegna Vissi D’arte: Venerdì 1 settembre 2017 Teatro TRAM LA GIOCONDA CHI scritto e diretto da Mirko Di Martino con Titti Nuzzolese produzione Teatro dell’Osso in collaborazione con Vissi d’arte — Sabato 2 settembre 2017 Teatro TRAM INCONTRI A MURNAU Kandinsky -Schönberg -Münter di Nina Anna Franca Borrelli con Nina Borrelli, Fabio Rossi, Marco Palumbo con la partecipazione di Vincenzo Giordano regia Michela Ascione produzione Tingel Tangel — Domenica 3 settembre 2017 Sala del Capitolo OSCAR W. liberamente ispirato alla vita e all’opera di Oscar Wilde di Andrea Onori e Mariagrazia Torbidoni con Mariagrazia Torbidoni regia Andrea Onori

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Al via la rassegna teatrale “Vissidarte”: un viaggio attraverso “I diari di Munch”

Un inizio ex abrupto coglie di sorpresa gli spettatori, ancora in fila per accedere alla sala nella quale sarebbe avvenuta la rappresentazione. Comincia da qui, attraverso le voci che si sollevano tra la gente, lo spettacolo “I diari di Munch”, in scena il 29 agosto, in apertura della terza edizione della rassegna teatrale “Vissidarte – Il teatro racconta i pittori” del teatro TRAM (Teatro, Ricerca, Arte e Musica). Nella suggestiva location della Sala del Capitolo, nel Complesso monumentale di S. Domenico Maggiore, prende forma la travagliata esistenza del pittore Edvard Munch, con uno spettacolo (scritto e diretto da Gianluca Bottoni) che attraversa memorie e conflittualità insite nei quadri e nei diari del pittore norvegese. Calato all’interno di una scenografia minima, tra luci e musica che seguono le oscillazioni dello stato d’animo, lo spettatore è guidato dagli attori (Gianluca Bottoni, Mara Roberto e Francesca Sarnataro) lungo un viaggio che attraversa i quattro momenti fondamentali della vita dell’artista, dai lutti familiari giovanili al rapporto con lo scrittore Henrik Ibsen, acuto osservatore dei suoi quadri, alla relazione malata con Tulla Larsen, conclusasi con un colpo di pistola che costò ad Edvard la perdita di un dito, fino al ricovero nella clinica psichiatrica di Copenaghen. L’arte di Munch come “benefica liberazione” Percorrendo le tappe del travaglio emotivo e personale dell’artista, attraverso una scena “in divenire” che si avvale dell’ausilio di oggetti semplici, come sedie e fogli sparsi sul pavimento, lo spettatore assiste alla genesi spirituale dei maggiori capolavori del pittore norvegese, in uno spettacolo che si sviluppa non “davanti” ma “intorno” al pubblico, il quale non può sottrarsi ad un totale coinvolgimento, fino a fondersi emotivamente con l’oggetto della rappresentazione. L’arte di Munch è uno strumento di autoconfessione e catarsi, come si legge nei sui stessi diari: “Quando dipingo la malattia e la sofferenza, solo allora io avverto una benefica liberazione”. Essa non è altro che la raffigurazione visiva dei solchi lasciati dalla malattia e dalla sofferenza nella vita dell’artista, come la morte della sorella e della madre, momenti della messa in scena dal forte impatto emozionale, ed i suoi diari costituiscono la riorganizzazione e la messa per iscritto di tale turbe psichiche. Tra predestinazione e libero arbitrio Ma la vita di Munch introduce anche il complesso tema della predestinazione dell’uomo, quel fil rouge che lega intere generazioni come anelli di una catena, attraverso la quale si tramanda, di uomo in uomo, il peso familiare delle sovrapposizioni psichiche ed emotive, e ne provoca, come nel caso del pittore, l’autodistruzione. Dopo aver assistito alla rappresentazione, lo spettatore ritorna a casa accompagnato da quella riflessione che riguarda, in prima persona, ciascun essere umano: continuare a portare comodamente avanti quella catena o decidere di spezzarla, con i rischi che ne conseguono?

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Classico Contemporaneo, le Scimmie Nude riscoprono l’Iliade

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco generose travolse alme d’eroi, e di cani e d’augelli orrido pasto lor salme abbandonò Una campana tibetana. Il rullo di tamburi si fa fragoroso mentre prende vita un coro di voci. Il suo canto sale e arriva l’infausto presagio. Īlĭŏn sarà presto testimone di una atroce guerra che porterà con sé sventure, lutti e sofferenza. Si apre così, Iliade, spettacolo della compagnia milanese Scimmie Nude, che apre Classico Contemporaneo, una rassegna teatrale che da martedì 8 agosto a domenica 27 vedrà avvicendarsi attualizzazioni di opere classiche. Location d’eccellenza, il chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, i cui porticati sentiranno risuonare l’eco di grandi tragedie del passato ma anche omaggi a capolavori a noi più vicini, come “Mettiteve a fa l’ammore cu mme” di Scarpetta o “Coppia aperta, quasi spalancata” di Dario Fo e Franca Rame. Le Scimmie Nude riscoprono l’Iliade Su una scenografia neutra, fondale perfetto per l’ottimo disegno luci, i corpi dei giovani attori, le lori voci e gli strumenti presenti sul palco sono riusciti a creare una atmosfera vivida ed immersiva, nella quale dipanare l’intricato gomitolo di Omero con i giusti tempi e con una efficace scelta degli episodi da raccontare.  Non ci sono ruoli fissi sulla scena e questo accelera notevolmente la narrazione, che non ha soste ed è un continuo quanto piacevole fluire di azione coreografata, alternanza e accostamento di tonalità canore e musicali diverse. Il migliaio di versi scelti risultano, così, sufficienti ad inquadrare le tematiche e il pathos del poema che, attraverso il linguaggio teatrale, ha assunto sfumature ancor più drammatiche. Nulla è stato lasciato al caso in questo lavoro corale d’indagine (regia di Gaddo Bagnoli), in cui le Scimmie Nude hanno saputo restituire al pubblico contemporaneo, spesso disinteressato ai classici latini e greci; una Iliade quindi non banale, non stereotipata ma ricca di contrasti e sfumature, estremamente fisica e appassionata. Tram, tra classico contemporaneo e ritratti d’arte Da Edipo Re all’Antigone, passando per Medeae e Cyrano, la rassegna organizzata dal TRAM, con la direzione artistica di Gianmarco Cesario e Mirko Di Martino, ci terrà compagnia fino al 27 agosto. Sarà uno spettacolo dedicato a Eduardo a chiudere il sipario sulla venti giorni, alla quale subentrerà, dal 29 agosto,  la terza edizione del festival Vissi D’Arte – Il teatro racconta i pittori. Per info e prenotazioni: http://www.teatrotram.it/categoria-prodotto/classico-2017/ (Classico Contemporaneo) http://www.teatrotram.it/categoria-prodotto/vissidarte-2017/ (Vissi D’Arte)

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