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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 40 articoli

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Il cappellaio magico: omaggio a Rino Gaetano

Dal 7 al 10 dicembre è in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli lo spettacolo musicale Il cappellaio magico, scritto, diretto e interpretato da Giacomo Casaula, con la partecipazione musicale di Davide Trezza alle chitarre acustica ed elettrica, di Luca Massi al basso, di Ernesto Tortorella alle tastiere, di Ermanno Ferrara al sassofono, di Vincenzo Brigantino alla batteria, e di Luca Senatore alle percussioni e cori. Fonico e disegno luci Vincenzo Siani. Lo spettacolo musicale Il cappellaio magico «Il cappellaio magico è una storia, un viaggio, un percorso onirico e concretissimo verso la poesia e l’immaginario». Così, con queste parole dense di significato e appassionate, si può iniziare a descrivere lo spettacolo musicale pensato e messo in scena intorno alla figura artistica e musicale di Rino Gaetano. Figura musicale di artista, e quindi ancor prima di uomo, attento alla storia del suo tempo. Un percorso fatto di note e di ricordi, quello proposto ne Il cappellaio magico, tutto composto intorno alla figura di Rino Gaetano, autore di profondi e attenti testi musicali. Il cappellaio magico: musica e ricordo Nel suo spettacolo concerto, Giacomo Casaula, e i musicisti che con lui condividono il palcoscenico teatrale, ripercorre varie fasi della carriera musicale del cantautore Rino Gaetano. Fasi della carriera dell’artista ripercorse attraverso la riproposizione di varie delle sue composizioni. Berta filava, E io ci sto, Gianna, A mano a mano, queste solo alcune delle canzoni riproposte nello spettacolo musicale di Giacomo Casaula. Uno spettacolo musicale composito come complesso è il senso delle canzoni di Rino Gaetano. Una musica leggera, testi vicini allo stile del non sense, ma molto spesso solo in apparenza: denunce sociali, drammi e problemi di un’epoca, ingiustizie e storture di un tempo e di un mondo in cui Gaetano viveva e componeva i suoi brani. Questi i temi principali su cui si fondano molti dei testi del cantautore e attorno ai quali si intrecciano i ritmi e le sonorità che per contrasto “ravvivano”, eppure, ancora una volta, solo in apparenza, le forti e profonde tematiche che affrontano le parole delle canzoni dell’artista Rino Gaetano. E questo particolare senso emerge, e raggiunge lo spettatore, ne Il cappellaio magico. Uno spettacolo musicale, questo, tra l’altro molto particolare, in cui lo stesso Casaula oltre che reinterpretare i brani di Gaetano compie una mimesi teatrale col personaggio che interpreta a cui intercala brani poetici di vari autori. Il cappellaio magico: musica e poesia Poesia, musica, parole, sono completamente il motivo trainante di questo spettacolo musicale. Ed è così, allora, in questo senso che ne Il cappellaio magico si mescola atto teatrale in senso proprio del termine e reinterpretazione musicale. E una particola nota alla chiusa dello spettacolo con i pensieri dei musicisti che con Casaula condividono il palco: pensieri personali eppure universali, tristemente attuali eppure intravedibili come ombre già in molte delle canzoni di Rino Gaetano risposte ne Il cappellaio magico.

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Il genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante

Il 7 Dicembre è andato in scena il processo di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante. In tempi in cui accuse, tabù sociali e violenze non cedono ancora il passo ai valori dell’accettazione, dell’inclusione e del rispetto reciproco, l’ironia dissacrante e lo spirito di Oscar Wilde rimarcano l’importanza della libertà e della salvaguardia dei diritti civili. Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, il processo Il primo di questi fu intentato da lui stesso ai danni del Marchese di Queensberry che, scoperta la relazione tra suo figlio Alfred e lo scrittore, l’aveva accusato di “posare a sodomita”. A causa delle notizie sulla sua vita privata emerse in questo primo processo, Oscar Wilde verrà  giudicato colpevole dei reati di “sodomia” e “gravi indecenze”e condannato a due anni di lavori forzati. I verbali dei processi non vennero mai resi pubblici perché ritenuti scabrosi e compromettenti. Solo nel 2000, l’eccezionale ritrovamento di un manoscritto presso la British Library consente oggi di rivivere, parola per parola, l’interrogatorio in cui Wilde diede prova del suo famigerato acume. Roberto Azzurro, in scena nel ruolo di Oscar Wilde, e Pietro Pignatelli in quello dell’avvocato Edward Carson, ripercorrono i momenti salienti di un interrogatorio in cui Wilde è costretto a rispondere dei suoi rapporti con omosessuali e ragazzi di vita; e lo fa di volta in volta negando, mentendo, scherzandoci sopra. In questo folle ma reale dialogo si intrecciano le note di Chopin, eseguite da Rebecca Lou Guerra, che accompagnano questo acrobatico battibecco come fosse una voce dell’anima dei personaggi e dello spettatore contemporaneamente. E diventa quasi un miracolo poter assistere al genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, al genio dell’umorismo del poeta inglese, nelle vere risposte date al suo inquisitore, nell’espressione massima della grande ironia di un gigante della letteratura mondiale. Azzurro in questo spettacolo riesce a far sorridere quella giuria, composta dagli spettatori, che Wilde non riuscì a sensibilizzare ad inizio secolo. Un processo in cui le battute tra l’imputato e l’avvocato, condite dalla straordinaria ironia di un genio della letteratura, si rivelano come l’eterno scontro tra l’illuminato e il bigottismo che, mai come in quei tempi, aleggiava nelle aule dei tribunali. L’insieme degli eccessi che diventano un capolavoro Una libertà d’intenti che non poteva essere compresa e in cui, in uno straordinario monologo finale, Roberto Azzurro lascerà trasparire tutti i conflitti che l’autore britannico si portava dietro nella sua ossessiva, ma naturale, ricerca dell’eccesso a tutti i costi. I dialoghi del processo di Wilde, se ne volessimo fare un paragone meramente scolastico, riescono a racchiudere tutto il vocabolario della lingua, arricchendolo con l’uso impeccabile degli aggettivi, dei sinonimi e dei contrari: una vera e propria arma, tirata fuori con il ritmo impeccabile e la maestria di un personaggio che più parlava, più riusciva a rendersi accattivante agli occhi di chi lo ascoltava. Uno spettacolo che Roberto Azzurro è riuscito a portare in giro per l’Italia, dai teatri più defilati, fino ad arrivare a Parigi. Parigi. La città in cui Oscar Wilde, dopo due anni di prigionia […]

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Lo Strafaust di Massimo Maraviglia approda al teatro Tram di Napoli

Strafaust approda al Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Napoli dal 30 novembre al 3 dicembre 2017 Strafaust: questo gioco di consonanti aspre e crude rimanda all’erede degenere di tutti i Faust della letteratura che si sono avvicendati prima di esso, alla sue tinte fosche e cupe. Rimanda al profilo del Dottor Faustus seicentesco di Christopher Marlowe e al monumentale Faust di Goethe, con echi e suggestioni de  Il Maestro e Margherita di Bulkagov: un calderone infernale, una miscela composita di echi demoniaci che danno vita alla parabola dell’intramontabile uomo che vende la propria anima al diavolo per travalicare i confini della conoscenza. Faust è un moderno Ulisse dantesco, che viene seppellito da litri d’acqua dopo aver provato a valicare i confini del mondo conosciuto. Un Ulisse che però non si affida ai remi del proprio ingegno multiforme ma a un patto demoniaco che lo porterà a penetrare i limina dell’intellegibile. Faust desidera ardentemente superare i confini della conoscenza per possedere nel palmo della propria mano tutto lo scibile umano, ma cosa accade nel momento in cui Faust ha già ottenuto tutto e non ha più nulla da rivendicare né a se stesso né al demonio? Il Faust di Massimo Maraviglia, portato in scena al TRAM (Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Napoli) dal 30 novembre al 3 dicembre 2017, è un Faust che ha penetrato ogni confine materiale, che ha ottenuto qualsiasi cosa e non ha più bisogno di chiedere nulla, è straniero sia al demonio che a se stesso, è strafatto, stralunato, stravaccato, è un pallido simulacro che non ha da anelare nulla. Non un singulto fuoriesce dalla bocca di Faust, non una richiesta, non un sentore dal vago sapore desiderante. Strafaust: quando Faust non ha più nulla da desiderare Il Faust di Maraviglia è ridotto quasi a un’ombra, appiattito nel proprio barlume di indolenza, una sagoma biancheggiante e pallida che svetta tra le tinte fosche e rossastre che dipingono il palcoscenico; non un bianco che illumina col proprio pallore, ma il bianco sporco e smorto di chi non riesce neppure a farsi tentare dal demonio Mefisto. In Faust non vi è più appetito, non vi sono brame sessuali o smanie di potere e conoscenza: la libertà illimitata di cui è detentore è una trappola per topi che lo tiene saldamente nella sua morsa, prigioniero delle sue infinite possibilità e del suo sconfinato potere di scelta. Mefisto e Margherita, il diavolo e una ragazza che ha i tratti della fanciulla del romanzo russo, provano in ogni modo a tentarlo, a fare leva sulle sue debolezze e a salvarlo dalla stessa trama in cui è impelagato. Mefisto,  disturbante e macchiettistico, ha una verve quasi caricaturale, si aggira sul palco come afflitto dal morso di una tarantola, delirando nel tentativo di “salvare” Faust; nemmeno la procacità di Margherita riesce a sortire sul protagonista l’effetto sperato. L’elisir di lunga vita ha già fatto effetto, e a Faust non rimane che la landa desolata di un’eternità da riempire. Lo spettacolo è giocato […]

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“La vita ferma” approda al Piccolo Bellini

La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo approda dal 28 novembre al 3 dicembre 2017 al Teatro Piccolo Bellini di Napoli. La vita ferma. Una vita che rimane ferma e silenziosa come lo strato di terra che gettiamo addosso ai nostri morti, quando li copriamo di marmo e lapidi e non possono più sentirci. La vita ferma di chi rimane, di chi fissa la polvere della terra o un marmo glaciale, provando sulla propria pelle la spaccatura dell’incomunicabilità; la vita ferma e sospesa di chi si ritrova a partorire quel processo straziante che si chiama elaborazione del lutto, di chi deve elaborare la morte fisica di chi prima era così quotidiano, così caldo, così presente, così vivo. La vita rimane ferma, fissata, cristallizzata nella terra di mezzo tra la mancata accettazione e il ricordo bruciante di un volto, di un inarcarsi di sopracciglia e una piega di un labbro. La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo, scritto e diretto da Lucia Calamaro, porta in scena la frequentazione interiore dei morti in tre atti; assistere a questo spettacolo non è un processo indolore per lo spettatore, è come passare un guanto ruvido su un’abrasione che non si è mai placata, nonostante il morso risolutore degli anni. La platea si ritrova orfana: ognuno degli spettatori si riscopre orfano del proprio papà, della propria madre, di un amico o di un parente, ognuno degli astanti scoperchia il proprio vaso di vulnerabilità e fissa immobilizzato il palco, respirando e mordendo il dolore più antico dell’uomo. La morte, la zona neutra in cui non ci si è più, in cui si smette di essere, la voragine buia e fredda che ci porterà a non respirare, a non sentir più fluire sangue nelle vene e a non avvertire più i rintocchi del cuore; la caverna umida e buia, che ha rapito i nostri cari e ci ha lasciati in una landa desolata a fissare una lastra di marmo col nome e il cognome delle persone che amiamo. La vita ferma di Simona, Riccardo e Alice Il dolore di non esserci più, che ci rende conchiglie senza suono e senza energia, come se un mare ci ricoprisse d’acqua nera e ci seppellisse con i suoi litri di silenzio; la morte, quella di Simona, moglie di Riccardo e madre di Alice, che non c’è più ma continua ad essere presenza fissa sul palco. L’assenza di Simona è presenza martellante nei ricordi di Riccardo e Alice: Simona stesa sul terrazzo al sole, Simona nei suoi bizzarri vestiti a fiori, Simona che continua a parlare con Riccardo e a chiedergli di scegliere il vestito adatto per quando morirà e verrà esposta ai visitatori durante la veglia funebre. Simona che continua a visitare la sua casa, a osservare Riccardo mentre ripone i suoi libri e i suoi oggetti negli scatoloni, suggerendogli cosa buttare e cosa tenere, Simona che chiede insistentemente a Riccardo di ricordarla, di non dimenticarla, e Riccardo che chiede un po’ di collaborazione alla moglie defunta. – “Se […]

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“Quel gran pezzo della Desdemona” al Teatro Bellini

Desdemona tra Shakespeare e Lando Buzzanca. Accostare Shakespeare e la commedia sexy all’italiana non è proprio esercizio da tutti i giorni. Da un lato, il più grande drammaturgo della cultura occidentale. Dall’altro, più che un genere cinematografico, un sottogenere che ha accomunato registi e attori italiani durante gli anni settanta. Lino Banfi, Lando Buzzanca e Pippo Franco tra gli altri. Sarebbe dunque difficile anche solo lontanamente trovare un punto di contatto tra Shakespeare e le pellicole appena citate. Luoghi, tematiche e protagonisti profondamente diversi l’uno dall’altro. Apparentemente inconciliabili. Luciano Saltarelli però ha saputo coniugare la struttura narrativa del Bardo dell’Avon con il gusto trash della commedia sexy. È su questo gioco di contrasti che si poggia Quel gran pezzo della Desdemona, spettacolo di cui Saltarelli è regista e attore e che sarà in scena al Teatro Bellini fino al 3 dicembre. Prodotto da Napoli Teatro Festival, Quel gran pezzo della Desdemona è una rivisitazione dell’Otello di Shakespeare. Una versione va detto, estremamente licenziosa. Della tragedia del Bardo resta poco e niente: oltre che i nomi originali, rimangono le numerosi citazioni e i riferimenti disseminati qua e là nella messa in scena. L’operazione risulta però estremamente dilettevole e aiuta a riflettere su un periodo controverso della nostra storia recente. Gli anni di piombo. Quelli delle brigate rosse, dei neofascisti, degli anarchici e delle masse in cerca di lavoro. Desdemona: tragedia sexy all’italiana La vicenda è ambientata nella Milano degli anni settanta. Una Milano infiammata da lotte di classe e atti terroristici, che accoglie fiumi di meridionali in cerca di fortuna nelle fabbriche. In questo contesto agiscono i personaggi: maschere gaudenti, superficiali e sessuomani. Tutte accomunate da quel gusto trash di cui già si è detto. Tipico di una città vogliosa di emanciparsi da anni bui, ma ancora lontana dal diventare la Milano da bere del decennio successivo. Rebecca Furfaro è la bellissima e avvenente Desdemona. Una pin-up che potrebbe recitare tranquillamente accanto a Lando Buzzanca. Desdemona è la figlia di Brambilla, proprietario di una fabbrica di manichini. Nell’azienda del Cavaliere, interpretato dallo stesso Saltarelli, lavorano gli altri protagonisti della vicenda. Moro (Luca Sangiovanni) è un emigrato dal profondo sud. Operaio efficientissimo, un soldatino nella mani di Brambilla. Egli è muto, privo di voce da quando salvò la fabbrica da un incendio. Lo stesso Saltarelli e Giampiero Schiano sono Jago e Cassiolo, personaggi che agiscono spesso assieme nella messinscena. Cassiolo è un operaio romano, perdutamente innamorato di Desdemona. Per conquistare la bellissima figlia di Brambilla si serve degli stratagemmi di Jago: un “gentiluomo napoletano”, per sua stessa definizione, infimo e astuto che truffa continuamente lo sciocco Cassiolo. Metti un Bardo a Milano La contrapposizione tra i due dialetti, romano e napoletano, è davvero riuscita. Le scene con Cassiolo e Jago sono tra le più divertenti dello spettacolo. “Chistu è propeto strunz” afferma a più riprese Jago in riferimento al collega romano. Assiolo dovrà però lottare con Moro, di cui a sua volta è perdutamente innamorata Desdemona. Completano il quadro gli altri personaggi femminili della messinscena. Giovanna […]

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Le Baccanti, Andrea De Rosa rilegge in chiave rock Euripide

Le baccanti di Euripide. Gemiti. Danze. Sospiri primordiali di donne. Urla di dolore, rabbia e piacere si mescono in una sola onda sonora che accompagna i loro movimenti ferini. Erano di Tebe, ora appartengo a Dionisio. Erano donne, ora sono baccanti. Si apre così Le Baccanti, originale rilettura di una delle più note tragedie del greco Euripide, andata in scena ieri al Teatro Mercadante di Napoli.  Andrea De Rosa, regista e curatore dell’adattamento dell’opera, dopo la Fedra, Le Troiane e l’Agamennone, decide di mettere in scena un testo terribilmente complesso e ricco di contraddizioni e stridule dissonanze. E sceglie di farlo in chiave moderna, rivestendo Dioniso (Federica Rossellini), figlio di Zeus abbandonato dal padre tra i mortali, di una patina rock. Lo rende, se possibile, ancora più crudele e ingiusto. La sua vittima e interlocutore principale, il re di Tebe Penteo (Lino Musella), si presenta nelle fasi iniziali della piéce seduto su una poltroncina rossa, che dà le spalle al pubblico. Non curante dell’indovino Tiresia (Marco Cavicchioli) e del saggio nonno Cadmo (Ruggero Dondi) con presunzione continua a diffidare della sua divinità, motivazione per il quale Dioniso aveva punito il regno trasformando in baccanti tutte le donne – tra cui anche la madre Agave (Cristina Donadio). Questo scontro dialettico nasconde tra le righe un vasto ventaglio di possibilità interpretative. I due, infatti, si fanno portatori di significanti e significati antitetici. Dionisio – interpretato non a caso da una donna – può rappresentare sia la religiosità, il cui non rispetto porta caos e distruzione – sia la forza vitale della terra, alle cui radici, però, non siamo più degni di tornare. Dio è morto ma non è mai stato così vivo. Ne paga le spese Penteo, deriso, umiliato e infinite ucciso proprio da colei che lo aveva generato.  Andrea De Rosa, tra Nietzsche ed Euripide Tutte ne “Le Baccanti” di Andrea De Rosa ha funzionato alla perfezione. La scenografia di Simone Mannino e soprattutto l’originale comparto sonoro di G.U.P. Alcaro e Davide Tomat hanno enfatizzato il pathos e scandito con vigore i tempi narrativi. Per quanto concerne gli attori, il registra napoletano è andato sul sicuro con interpreti d’esperienza e consolidato talento quali Lino Musella, Cristina Donadio, Ruggero Dondi e Marco Cavicchioli. Sorpresa – ma non per gli addetti ai lavori – è stata la giovane Federica Rossellino, novella vincitrice dell’IMAE Talent Award,  che ha vestito gli androgini panni divini con eccezionale carisma. Dopo l’enorme successo Al Teatro Grande di Pompei, con conseguente sold out anche per il debutto di ieri al Teatro Mercadante di Napoli, Le Baccanti di Andrea De Rosa hanno stregato anche la platea napoletana, lasciando nei presenti un forte quanto amaro senso di inquietudine. Al nichilismo e l’olocausto emozionale di una vita privata di un Dio in senso nietzschiano, la risposta si può celare nella accettazione della nostra inadeguatezza, del nostro essere alla stregua di pupazzi gettati del caos. Ma una certezza a cui aggrapparci rimane. Non ci sono solo il vino, la danza, la musica e il sesso a poterci […]

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06-05-38: “Una giornata particolare” al teatro Sancarluccio

06-05-38 è uno spettacolo in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli dal 16 al 19 novembre. Lo spettacolo 06-05-38 06-05-38. Una data per un titolo, una data particolare per un titolo particolare. 06-05-38, questo il titolo dello spettacolo in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli e scritto e diretto da Luca Pizzurro e interpretato da Gigliola De Feo e Andrea Fiorillo. 06-05-38 si ispira liberamente al testo cinematografico di Ettore Scola Una giornata particolare. I rimandi alla pellicola emergono già dal titolo: Una giornata particolare si svolge in una data precisa, il 6 maggio del 1938 e lo stesso 6 maggio del 1938 è il giorno in cui si ambienta la “giornata particolare” dei protagonisti di 06-05-38. Il corpo della trama resta pressoché inalterato: per un giorno le anime di due sconosciuti, una donna sposata ma intimamente sola e un uomo omosessuale, si incontrano e oltre le differenze esteriori si scoprono in fondo simili nel loro dolore. Insoddisfazione, senso di inappagamento, infelicità: l’interpretazione di Gigliola De Feo e di Andrea Fiorillo comunica pienamente questi drammi dell’anima e con loro il senso di “estraneità” alla vita attraverso il senso di solitudine intima che le due anime trasmettono. E la scena, così ingombra di suppellettili, così ingombra di oggetti che sembrano togliere il respiro, avvolge i loro gesti, le loro parole e perfino i loro silenzi. Spazi angusti, un senso di claustrofobia, sia metaforico che fisico: così, infatti, si presenta organizzato lo spazio della scena, che pure riprende in parte l’organizzazione degli spazi della pellicola a cui si ispira. Un lavoro fatto di ricostruzioni attente: costumi, parrucco, arredo scenico, elementi linguistici, tutto volto a ricostruire, appunto, uno spaccato di un’epoca, uno spaccato di una società. Congiuntura storica e sociale, e consequenzialmente dramma storico e dramma sociale, vengono evocati anche nel testo di Pizzurro. E così 06-05-38 bene interpreta, e restituisce, quel senso di vuoto, di vertigine che trascina verso il centro e verso il basso, in una spirale di straniamento e pure una sorta di presa di coscienza. Una qualche forma, seppure immediata, veloce, come uno squarcio nel buio, attraverso cui “vedere” le ombra. E sulla luce e l’ombra molto sembra aver lavorato il disegno luci di questo spettacolo, in cui ascolto, visione, partecipazione hanno stretto un tutt’uno, un forte legame fatto di suggestioni. Uno scavo nell’intimo, nelle più profonde essenze emotive, nei sentimenti: anche questo muove nel profondo la pellicola di Ettore Scola, nelle intense interpretazioni di Marcello Mastroianni e di Sophia Loren nei panni dei due protagonisti. Sentimenti che dal testo di Scola riescono a giungere fino a questo testo liberamente ispirato, con alcune modifiche nell’assetto della trama rispetto alla pellicola originale, ma che arriva al cuore e che sa parlare allo spettatore con profonda intensità.

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Tre sull’altalena: al Nuovo Teatro Sancarluccio

Tre sull’altalena è uno spettacolo in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli dal 9 al 12 novembre. Lo spettacolo Tre sull’altalena Lo spettacolo di Luigi Lunari, per la regia di Roberto Negri, interpretato da Stefania Benincaso, Arianna Gaudio, Stefania Aluzzi e Nicola Ciccariello inizia da subito con una domanda: dove si svolge la scena? Quale il luogo narrativo in cui si muove la fictio dell’azione scenica? Le tre protagoniste, una donna in carriera, una militare e un’insegnante, si ritrovano insieme in un luogo chiuso, apparentemente anonimo, strano e misterioso. Cosa ci fanno lì? Hanno ricevuto un appuntamento ma le loro personalità sono molto lontane. Inizialmente credono che si tratti di un errore, indirizzi sbagliati, poi scelgono la spiegazione di un unico recapito fisico per tre uffici diversi: una segreteria politica, un ufficio di affari e una casa editrice. Ma i misteri si susseguono e le domande si moltiplicano: suggestione o realtà? E poi, il loro ritrovarsi lì è casuale, dettato da uno strano gioco del destino, oppure forse il mittente è lo stesso per i tre inviti e le riunite lì con un intento preciso? Lo spettacolo Tre sull’altalena proietta così lo spettatore già da subito e nello spiegarsi della storia in un susseguirsi di domande che aprono ancora domande. E per le risposte, univocamente intese, certe, definitive, non sembra essere dato spazio. Tanto è vero che persino il finale è dato all’interpretazione dello spettatore: un finale lasciato solo intuito, suggerito, oppure finale aperto? Ancora domande allora, nessuna risposta certa. Ed è pur vero che forse è la vita stessa che in alcune occasioni non lascia spazio a certezze ma solo a deduzioni plausibili e non verificabili del tutto. Oppure a suggestioni e trasporti trascendenti. Tutto dipende dall’animo di chi vive e vede ciò che il suo spirito lascia e permette di vedere in fondo. Nel luogo chiuso e misterioso, una stanza in cui le tre donne restano chiuse per il proporsi di un’esercitazione anti-inquinamento, le protagoniste iniziano a manifestare le loro reazioni comportamentali in linea con i loro mestieri. L’imprenditrice esterna una reazione d’ansia, dovuta alla mancanza di controllo sulla situazione strana, in cui si è trovata, fuori dagli schemi della logica comune nei quali è abituata a “muoversi”; la sergente dell’esercito mantiene la calma, proprio perché abituata a situazioni di possibile rischio, e la professoressa cerca soluzioni e risposte secondo la logica aristotelica, che possano districare il garbuglio che si è verificato. Ma niente può rispondere davvero: ogni volta lo spettatore sembra essere in accordo con una risposta, ogni volta sgretolata dall’interno dal testo di Lunari; ad ogni risposta se ne oppone un’altra e così via, in una girandola di pensieri ogni volta diversi ma pur condivisibili sotto di volta in volta diversi punti di vista. L’interpretazione delle tre attrici, Stefania Benincaso, Arianna Gaudio e Stefania Aluzzi è forte, intensa e misurata sul peso delle personalità dei tre personaggi di cui calzano vesti e maschere. Diversissime nelle interpretazioni “entrano” nei personaggi, mantengono il ritmo di scena ed alta […]

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Il viaggio di Ecuba tra mito e attualità

Una rivisitazione in chiave moderna della figura di Ecuba prende vita sulle scene del Teatro Elicantropo di Napoli, dal 9 al 12 novembre, attraverso lo spettacolo Il viaggio di Ecuba di Gianni Guardigli, con la regia di Francesco Branchetti e presentato da Foxtrot Golf di Roma.  “L’animale che sbrana il suo simile ha finito il suo ciclo”. Le parole di Isabella Giannone, nei panni dell’eroina del mito, sferzano il pubblico e ripercorrono la vicenda universale di una madre disperata, in viaggio fra i binari dell’Europa, tra muri di filo spinato. Ecuba ha perso tutto: i suoi figli, la sua casa, la sua patria. Esule ed emarginata, la donna rievoca gli episodi del disfacimento del suo mondo, la prevaricazione  e le ingiustizie che è costretto a subire chi, come lei, non ha più nulla e, ovunque vada, è condannato a vivere da “ospite”, disprezzato e mal tollerato. La musica di quelle terre, straziate da guerre e conflitti, accompagna il pubblico in un viaggio che approda proprio lì, tra le storie di milioni di uomini e donne costretti a vivere nella condizione di profughi, e attraverso il monologo di Ecuba, tra momenti di lirismo e ricordi di vita passata, affronta gli interrogativi che tormentano chi non si rassegna a questa vita di soprusi ed affronta un futuro di incertezze e paure. Ecuba ed un destino universale di perdita ed emarginazione Colei che una volta era la “regina”, rispettata ed ammirata da tutti, nella sua meravigliosa casa inebriata dal profumo dei gelsomini, si trova faccia a faccia con la storia spietata e inesorabile. Ma Ecuba non si piega e le sue parole di dolore invitano a riflettere su ciò che significa “essere umani’” ed “agire da umani” in un mondo che sembra ormai averlo dimenticato, disprezzando e profanando ogni giorno la sacralità della vita. La follia dell’Ecuba del mito greco, straziata per la morte dei suoi figli, non è altro che la follia di tutte le madri costrette a fare i conti con malvagità dell’uomo che, sovvertendo l’ordine naturale delle cose, costringe i genitori a seppellire i propri figli, che da sempre sono per loro “la speranza che il mondo non finisca”. La vicenda di Ecuba madre, donna ed esule, al di sopra del tempo e dello spazio, è un destino universale di perdita ed emarginazione che dimostra, ancora una volta, che “attingere al patrimonio immenso della tragedia greca è vitale come attaccarsi a una bombola di ossigeno, quando il respiro non basta”.                            

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Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori, echi di solitudine al Piccolo Bellini

Una gabbia. Due uomini si spalmano la schiuma da barba in modo compulsivo. I loro sguardi sono truci, disillusi, spenti. Si apre così “Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori“, spettacolo andato in scena al teatro Piccolo Bellini di Napoli ieri 8 novembre. L’opera è un fragoroso e coinvolgente susseguirsi di echi spezzati, di represse e rauche urla, che hanno come comun denominatore l’amore e le conseguenze devastanti che esso ha sull’animo umano. L’impianto drammaturgico è costruito sulla concatenazione e alternanza dei testi degli autori napoletani più celebri del 900’. Roberto Solofria e Sergio Del Prete, ideatori e impeccabili interpreti della piecé, hanno, infatti, intrecciato con disinvoltura e carisma Ragazze sole con qualche esperienza – Schiume (in Partitura) – Occhi gettati di Enzo Moscato, Scende giù per Toledo di Giuseppe Patroni Griffi, Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello e Streghe da Marciapiede di Francesco Silvestri. Una sinfonia stridente di malinconie, umori e pensieri squilibrati di reietti, ha trovato nelle voci e nella fisicità del duo un baricentro perfetto, il che ha permesso allo spettacolo di avere un eccellente ritmo narrativo. Pochi sono gli oggetti di scena – una gabbia, una striscia a led, uno stereo e due vesti – utilizzati, più che altro, per diversificare le situazioni proposte. Situazioni che vanno a comporre gradualmente quello che sarà un desolante quanto disilluso mosaico finale. Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori, Napoli come bordello A far sfondo alla vicende è la Napoli degli anni 80’, che è descritta come uno squallido bordello in cui il confine tra amore, sesso e prostituzione, è assai labile. Un forte senso di precarietà mista ad inettitudine avvolge, soffoca tutti. Dai travestiti Grand Hotel e Bolero Film, che cercano nei fondi del bicchiere un carcerato che le possa sistemare, a Rosalinda Sprint e Jennifer, le quali aspettano invano un cenno dai loro amanti lontani, nessuno riesce a trovare un vero appagamento e si riducono ad aspettare così un “Godot” che mai arriverà. “Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori” è uno spettacolo struggente, un piccolo orgasmo teatrale che ha saputo valorizzare gli splendidi passi selezionati e trasformarli in un unico affascinante percorso in grado di coinvolgere, emozionare e stupire. ——————————————————————— Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori da Enzo Moscato, Giuseppe Patroni Griffi, Annibale Ruccello, Francesco Silvestri diretto e interpretato da Roberto Solofria e Sergio Del Prete assistenti alla regia Ilaria Delli Paoli e Antimo Casertano musiche originali Paky Di Maio costumi Alina Lombardi elementi scenografici Francesco Petriccione foto di scena Marco Ghidelli organizzazione Napoleone Zavatto

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