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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 53 articoli

Recensioni

Battlefield: il Mahābhārata secondo Luca Delgado al Teatro Bellini

Battlefield, straordinario spettacolo tratto dal testo teatrale di Jean-Claude Carrière ed ispirato al Mahābhārata, è presentato al Teatro Bellini di Napoli dal 20 al 25 febbraio. L’opera è portata in scena con traduzione ed adattamento in italiano a cura di Luca Delgado. La rappresentazione, realizzata con la regia di Peter Brook e Marie Hélène Estienne, ha ad oggetto il Mahābhārata, che è l’opera fondamentale della letteratura Induista. Il testo, elaborato nel corso di otto secoli (tra il IV a.C ed il IV d.C), fu originariamente redatto in lingua sanscrita, ed è costituito da più di 100.000 versi. Esso si configura come una delle saghe più imponenti dell’intera letteratura mondiale. All’interno dell’opera è narrata la storia dell’antica e sanguinaria guerra per il potere combattuta dai due rami della discendenza del re Bharata. Al termine dello scontro, il campo di battaglia si presenta come una sterminata distesa di corpi. Milioni di morti giacciono ammassati l’uno sull’altro. Lo scenario è talmente atroce che vincitori e vinti cominceranno ad interrogarsi sulle proprie scelte… La guerra può essere evitata? Il sacrificio di vite umane può essere giustificato? Esiste il perdono per chi con i propri errori ha determinato la morte altrui? Questi sono solo alcuni dei quesiti ai quali la magnifica opera tenta di dare risposta. Battlefield: dopo trent’anni il capolavoro di Brook – riletto da Luca Delgado – torna in scena L’opera, ispirata al Mahābhārata, fece la sua prima apparizione sui palcoscenici nel 1985, quando il regista britannico Peter Brook ne portò in scena una monumentale versione teatrale della durata di 9 ore. Lo spettacolo venne presentato al Festival di Avignone,  e fu fin da subito definito come un vero capolavoro. La rappresentazione ebbe un successo enorme, e lo stesso Brook, anni dopo, si occupò di riadattarne il testo per una miniserie televisiva e per il grande schermo. Dopo trent’anni dalla “prima”, il grande maestro inglese, oggi novantenne, ha deciso di regalare al pubblico una nuova straordinaria rappresentazione del poema. Brook spiega che non si tratta di un mero omaggio al passato, ma di un lavoro volto a reinterpretare l’opera in chiave moderna, perché, come chiarisce il regista, i temi trattati sono più attuali che mai. Una guerra spaventosa che dilania una famiglia e milioni di vite sacrificate per acquisire il potere, questi sono gli elementi fondamentali su cui si regge il Mahābhārata, una storia senza tempo, che attraverso Battlefield descrive in modo disarmante i drammi della realtà contemporanea. Il testo, per nulla scontato, si caratterizza per l’enorme attenzione che viene riservata ai moti interiori dei protagonisti, i quali in seguito alla guerra saranno costretti a fare i conti con la propria coscienza. Nel corso della narrazione, anche attraverso l’utilizzo di significative metafore, gli attori cercheranno di trasmettere al pubblico l’enorme saggezza e le profonde riflessioni che caratterizzano l’ opera su cui si fonda il lavoro svolto. Lo spettacolo portato in scena, caratterizzato da una recitazione chiara ed essenziale, si pone come un attenta ed intelligente elaborazione del capolavoro della letteratura Induista. In soli 70 minuti […]

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L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi al Teatro Mercadante

Commedia d’autore sul palco del Teatro Mercadante con L’anatra all’arancia, in scena dal 7 al 18 febbraio. Tratta da un’opera del drammaturgo scozzese William Douglas Home dal titolo The Secretary Bird, uno straordinario Luca Barbareschi, nel ruolo di regista e attore, porta in scena una traduzione dell’adattamento francese realizzato da Marc Gilbert Sauvajon, riproponendo, in chiave moderna, uno spettacolo cult del teatro comico. L’opera di Home, nata nella Scozia degli anni Settanta e riadattata per la Francia degli anni Ottanta (con il titolo di Le Canard à l’orange) da Sauvajon, è ripensata da Barbareschi per le quattro mura di una villa di San Vittore Olona, in provincia di Milano, dove prende forma l’intreccio rocambolesco che vede come protagonosta il matrimonio, ormai al capolinea, tra i coniugi Ferrari: Gilberto (Luca Barbareschi), uomo egocentrico ed incline al tradimento, e Lisa (Chiara Noschese), fragile vaso di Murano tra le mani di uomo egoista e bugiardo. Proprio a causa della difficile ed insoddisfacente vita coniugale, Lisa si innamora di Volodia Smirnov (Gerardo Maffei), un russo aristocratico dall’animo romantico, con il quale progetta una fuga amorosa a Parigi ed una vita idilliaca in Lucania, nei poderi della famiglia Smirnov. Ma dinanzi al disastro imminente, Gilberto non si arrende ed architetta un piano perfetto per riconquistare sua moglie: la geniale idea di un week-end a quattro, con la complicità di Chanel Pizziconi (Margerita Laterza), segretaria tanto sexy quanto stupida – seppure con rari picchi di assoluta genialità, che innesca una vorticosa spirale di equivoci ed imprevisti. L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi: un piano geniale L’incontro tra personaggi così diversi, rinchiusi all’interno di un appartamento, dà vita ad una caotica situazione di tutti contro tutti che ricorda Le dieu du carnage di Yasmina Reza (noto anche nella versione cinematografica di Roman Polański, Carnage), ma la personalità poliedrica di Gilberto domina la scena e proprio il suo comportamento da clown – complice l’altare consacrato agli alcolici che la fa da protagonista – mette a nudo tutti i difetti di Livia dinanzi agli occhi di Volodia e, allo stesso tempo, risveglia la gelosia della moglie con la complicità della Pizziconi. Una comicità frizzante e sempre elegante, fatta di dialoghi divertenti e sapientemente conditi da un sottile cinismo, accompagna il susseguirsi concitato degli eventi, che, in due ore ricche di imprevisti e colpi di scena, portano al lieto fine e alla riconciliazione tra Gilberto e Livia, il tutto condito dalle improvvise apparizioni di un’anatra sulla scena, quella che Gennaro (Ernesto Mahieux), fedele domestico dai tratti caricaturali, ha il compito di cucinare per cena, ma che, di fatto, non verrà mai servita. Due universi a confronto: uomini e donne ne L’anatra all’arancia L’anatra all’arancia mette in scena l’universo femminile e quello maschile a confronto, in un incontro-scontro che lascia emergere tutte le nevrosi e gli equilibri precari che ne caratterizzano il rapporto. Con una scrittura che si avvale dell’apporto di «due grandi scienze, la psicologia e l’antropologia, studiando atteggiamenti, movimenti e nevrosi che caratterizzano le nostre abitudini», come spiega Luca Barbareschi, […]

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Regine sorelle al Nuovo Teatro Sancarluccio

Dal I al 4 febbraio è andato in scena, al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, lo spettacolo Regine sorelle, scritto e diretto da Mirko Di Martino e interpretato da Titti Nuzzolese. Lo spettacolo Regine sorelle Lo spettacolo ruota intorno alle figure di Maria Antonietta, moglie di re Luigi XVI di Francia, e di Maria Carolina d’Asburgo, moglie di re Ferdinando di Borbone di Napoli. La storia, narrata e portata in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio dallo spettacolo Regine sorelle, rivolge uno sguardo sulle due donne, nel loro rapporto di sorelle, prima, e di regnanti e mogli di regnanti poi. Ma la scrittura di Di Martino non si sofferma solo sull’aspetto storico delle due regine: lo spettacolo, infatti, si propone di offrire uno sguardo interiore e intimo verso le due figure. Due sorelle che, come il testo scritto e proposto da Mirko Di Martino ricorda, sono state privatamente legate e che per vicende storiche e politiche si sono ritrovate allontanate. Due regine, diverse nei loro comportamenti, ma entrambe si opposero alla Rivoluzione francese: una direttamente, con la presa della Bastiglia e del potere da parte dei giacobini, l’altra in forma indiretta con le vicende legate alla Rivoluzione della Repubblica Partenopea del 1799. Lo spettacolo Regine sorelle non si presenta come uno spettacolo che ha intenzioni strettamente storiografiche. L’approccio è di tipo evenemenziale: i fatti storici non sono analizzati nel loro rapporto causa-effetto nel senso storico del termine, e i fatti narrati, su cui si svolge gran parte dello spettacolo, sono quelli paralleli alle circostanze intime delle due regine. Questo sguardo interiore che la scrittura di Mirko Di Martino ha voluto portare in scena, e che Titti Nuzzolese intensamente interpreta sul palcoscenico, si mescola ad uno stile e quindi ad una volontà di enfatizzare questo aspetto della dimensione privata delle due donne e il loro rapporto di sorelle. Si è finora parlato sempre di due figure distinte, per quanto unite, di due donne, ma sul palco del Nuovo Teatro Sancarluccio con Regine sorelle l’interprete di entrambe è una sola attrice, Titti Nuzzolese. E la stessa attrice ha anche interpretato altre figure profondamente legate alle due regine. Si pensi ai loro rispettivi consorti, o alle cameriere di Maria Carolina e alle dame di compagnia di Maria Antonietta, in cui è possibile rintracciare una corrispondenza fra i due mondi regali, quello napoletano e quello francese, evidenziando le differenze e i tratti d’unione fra i due regni. La scenografia, rievocando, nell’idea, un salotto di corte si divide tra i ritratti delle due regine alle quali peraltro corrispondono distinti temi luminosi volti a marcare la cesura fra le due intimità messe contemporaneamente in scena sul palco.

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Il Pirandello di Tato Russo arriva al Teatro Bellini con “La ragione degli altri”

Grande debutto al Teatro Bellini de La ragione degli altri, commedia di Pirandello in tre atti, riscritta, diretta e interpretata dal regista e attore Tato Russo, in scena dal 2 all’11 febbraio. Una lettura del tutto inedita de La ragione degli altri, titolo attuale della commedia nata dalla novella Il nido, poi diventata Il nibbio ed infine messa in scena nel 1915 come Se non così, è quella proposta da Tato Russo, il quale, filtrando il dramma pirandelliano attraverso la sua idea personale dell’autore, lascia emergere ‘la carne viva‘ dei personaggi, liberandoli dalle maschere borghesi e grottesche nelle quali essi sono intrappolati. La commedia racconta di Livia (Giulia Gallone), ricca donna borghese, che un giorno scopre la relazione che il marito Leonardo (Armando De Ceccon), giornalista squattrinato, ha avuto con Elena (Giorgia Guerra) e come da questo adulterio sia nata una figlia. Nonostante la dolorosa scoperta, tuttavia, la donna decide di perdonare il marito, mentre l’amante Elena, a sua volta, accetta il ritorno di Lorenzo dalla moglie. Ma il corso delle vicende è stato ormai irrimediabilmente compromesso: Lorenzo non sarà mai più solo il marito di Livia, ora che, diventato padre, una parte di lui sarà inevitabilmente legata a sua figlia, e dunque ad Elena. Le ragioni degli altri di Tato Russo: da Maschere nude a ‘Corpi nudi’ Le ragioni degli altri sono le vere protagoniste della commedia pirandelliana, in cui ciascuno dei personaggi, indossando una maschera necessaria per superare inganni ed egoismi reciproci, non è altro che una pedina del mondo retorico e filosofico creato dall’autore stesso. Ma è proprio tali maschere che la rilettura di Tato Russo intende strappare, lasciando emergere umanità, fragilità ed egoismi che dietro di esse si celano. «Più che rileggere in chiave critica o contestuale, metto in gioco la mia idea sull’autore, eliminando le sovrastrutture […] per far emergere, come dicevo, la carne viva dei personaggi.» Una rielaborazione, dunque, che mira alla dimensione concreta e reale dell’uomo, mediante un percorso che, partendo da Maschere nude (titolo della raccolta pirandelliana nella quale è confluita poi la commedia) mira a giungere a ‘Corpi nudi’. Tato Russo e ‘Pirandello contro Pirandello’ Attraverso la scomposizione della commedia con un procedimento metateatrale che, più che teatro nel teatro, si configura come teatro sul teatro, il primo atto mette lo spettatore dinanzi a una rappresentazione scenica in fieri, denudando gli ingranaggi della macchina treatrale e svelandone la lenta ed intricata gestazione, durante la quale gli attori, insofferenti alle maschere con le quali sono costretti a recitare, uno dopo l’altro se ne liberano, squarciando il velo della finzione scenica e rivelando la dimensione umana di ognuno dei personaggi in gioco. Tale umanità esplode finalmente sulla scena con un secondo atto dal forte pathos e coinvolgimento emotivo, nel quale avviene l’incontro tra Livia ed Elena, un momento cruciale in cui le due donne si scontrano faccia a faccia, ognuna portatrice delle proprie ragioni. Un finale inaspettato, tuttavia, suggella la definitiva trasformazione delle maschere pirandelliane in personaggi in carne ed ossa, abbandonati sulla scena […]

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Il cunto del viaggio dei due nobili gentiluomini: gli Adelphoe secondo Nicola Laieta

Luci, penombre, tuniche svolazzanti. Con un salto indietro nel tempo, debutta mercoledì 31 gennaio sul palco del Piccolo Bellini Il cunto del viaggio dei due nobili gentiluomini (Adelphoe), regia di Nicola Laieta, uno spettacolo (in scena fino al 1 febbraio) che fa parte della programmazione 2018 dell’Associazione Maestri di strada presieduta da Cesare Moreno per raccogliere fondi necessari alla nascita della Fondazione Maestri di Strada. Da una libera rivisitazione della commedia di Terenzio, gli Adelphoe, con contaminazioni shakespeariane, porta sulla scena la complessa rete di relazioni che intercorre tra genitori, figli e fratelli in uno spettacolo dal ritmo concitato e dalla straordinaria quanto spontanea vis comica, grazie al numeroso e giovanissimo cast dell’Associazione Maestri di Strada della periferia est della città, in collaborazione con gli educ-attori dell’Associazione Trerrote. Una scenografia minima e l’assenza del sipario catapultano subito lo spettatore sulla scena, tra le pieghe della storia di due fratelli, Eschino e Ctesifone, entrambi figli di Demea, ma educati secondo modelli e valori del tutto diversi: Eschino, affidato alle cure dello zio Micione, vive un’esistenza da bagordo, assecondando, in totale libertà, ogni capriccio e desiderio della sua indole irrequieta; Ctesifone, allevato dal padre Demea con un’educazione rigida e conforme al mos maiorum, è un giovane dalla condotta irreprensibile che dedica la sua vita allo studio e al rispetto dei valori tradizionali. Gli Adelphoe di Terenzio: due modelli educativi a confronto Ma non appena l’amore fa il suo ingresso sulla scena, tali sottili equilibri, fatti di smodate libertà ed eccessive rinunce, si sgretolano, lasciando emergere tutte le vulnerabilità del complesso legame tra i due fratelli Eschino e Ctesifone, riflesso distorto del difficile rapporto tra i loro rispettivi precettori. Ctesifone incontra Bacchide, una giovane prostituta del soldato Sannione, ma, giovane poco intraprendente, non sa come liberarla. Ecco, dunque, entrare in scena Eschino, ben più avvezzo a risse e malefatte, che decide di fare le veci di suo fratello in questa impresa rocambolesca. Il corso degli eventi, tuttavia, segue un percorso inaspettato: i due fratelli si scontrano per il possesso di Bacchide, mentre le vicende di altri personaggi ed innumerevoli colpi di scena si intrecciano alla loro storia. Due giovani apparentemente molto diversi, eppure così simili, intraprendono un cammino che li porterà alla scoperta di se stessi, dei loro limiti e delle loro forze, evadendo da quella prigione nella quale, da sempre, sono stati intrappolati dalle loro rispettive educazioni. Rapporti familiari e vis comica: gli Adelphoe di ieri e quelli di Nicola Laieta Equivoci, scambi di persona e la presenza del servus callidus sono solo alcuni degli espedienti comici della commedia terenziana, che, brillantemente rielaborati dai giovani attori, garantiscono una fresca e genuina comicità. Il lieto scioglimento della vicenda, con il riconoscimento da parte degli adulti Demea e Micione delle loro rispettive colpe, è infine suggellato dalla conclusione rap (di Ciro Caruso, Luca Esposito, Salvatore Iannaccone, Francesco Morra) in un clima di generale festeggiamento. Temi sempre attuali, come il rapporto tra genitori e figli, l’incontro-scontro tra fratelli ed il percorso di crescita di due giovani uomini sono proiettati all’interno […]

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“Celeste” di Fabio Pisano, la banalità del male al TRAM

Roma, 1944. Carcere di Regina Celi. Nella cella 306 si legge la scritta: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mi e’ colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi”. Cala il silenzio sul palco come sulla vita dell’uomo, e appare lei, Celeste, l’ebrea rimasta tristemente alla storia per aver collaborato con i tedeschi. Su di lei il regista Fabio Pisano incentra “Celeste“, spettacolo con Francesca Borriero, Roberto Ingenito e Claudio Boschi, andato in scena ieri al teatro TRAM di Napoli. La chitarra e la voce di Francesco Santagata accompagnano, su di una scenografia priva di oggetti, i vari episodi che compongono, frammento dopo frammento, il ritratto della cinica disperazione di una diciottenne che, stanca di fuggire, si consegna volontariamente agli squadroni fascisti e propone loro di segnalare i rifugi del ghetto in cambio della libertà. Cinque mila lire per ogni nome, questo prevedeva l’accordo con il colonnello Kappler. Il sesso e l’età non erano un discrimine per Celeste, che pone come unica clausola al patto con le SS che anche la sua famiglia fosse risparmiata. E per questo, in un atto estremo di egoismo, il nome di Anticoli Lazzaro, innocente pugile, sarà per mano della ragazza inserito sulla lista nera di Hitler al posto di quello del fratello. La tragicità delle vicende è resa da Fabio Pisano attraverso  gli occhi disillusi della “pantera nera”, che ricorre ad ogni mezzo – compresa la sensualità –  per avere in salvo la vita, finendo però col diventare essa stessa carnefice dato che sarà complice della morte di circa 70 ebrei. L’impianto drammaturgico, nella sua semplicità, è ben strutturato. Francesca Borriero è entrata in modo più che convincente nei panni di Celeste Di Porto. La sua sensibilità e la sua empatia hanno reso più tondo e paradossalmente umano il personaggio. Discorso analogo va fatto per Roberto Ingenito e Claudio Boschi che hanno dato voce ai diversi personaggi che hanno gravitato intorno alla donna. “Celeste” di Fabio Pisano, l’istinto di sopravvivenza Il collaborazionismo ebraico è una delle parentesi più animalesche e apparentemente irrazionali della Shoah. La scelta di rappresentare una storia così poco nota è in tal senso emblematica e necessaria. Emblematica perché, ridotti allo stato ferino, gli uomini cercano ogni riparo possibile dal nemico, anche a scapito degli amici. E necessaria perché a quasi settant’anni dalla seconda guerra mondiale di quel male banale di cui Hannah Arendt si parla sempre meno. Del male, sì, e della follia, che sono in grado di deficitare ogni istinto solidale appannaggio della mera sopravvivenza del singolo. Ma si può davvero biasimare Celeste? Con questo interrogativo irrisolto si chiude lo spettacolo e il sipario tra gli applausi di un pubblico commosso. CELESTE dal 25 al 28 gennaio 2018 giovedì, venerdì, sabato: ore 21,00 domenica: ore 18.00 info e prenotazioni: cell: 342 1785930 (anche whatsapp) email: tram.biglietteria@gmail.com biglietti: intero: € 12,00 – ridotto (<26 >65): € 10,00

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“Desideri Mortali” di Ruggero Cappuccio al San Ferdinando: il mondo de Il Gattopardo

Sicilia, caldo asfissiante, immobile sterilità. Undici attori sul palco del Teatro San Ferdinando per rievocare il mondo poetico de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa con lo spettacolo Desideri mortali, prodotto dal Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale. Protagonista della scena è un oratorio profano composto e diretto da Ruggero Cappuccio, che torna per il terzo anno consecutivo allo Stabile di Napoli e porta sulla scena atmosfere e suggestioni del mondo de Il Gattopardo, attraverso desideri che ritornano a galla anche dopo la morte. Il romanzo di Tomasi di Lampedusa, pubblicato solo postumo nel 1958, prende forma tra le voci di un coro discorde (composto da Gea Martire, Marina Sorrenti, Nadia Baldi, Antonella Ippolito, Ilenia Maccarone, Rossella Pugliese, Simona Fredella, Martina Carpino, Piera Russo), che si sovrappongono e s’intrecciano l’una all’altra in un ritmo scandito dal pianoforte di Luca Urciuolo e dalle percussioni di Gianluca Scorziello. In un’atmosfera di litania e movenze che ricordano le rappresentazioni dei famosi pupi siciliani, sono portate sulla scena le vicende di Tancredi Falconeri (Claudio di Palma), nipote del principe Fabrizio, e quelle di altri personaggi, tra i quali il sacerdote della famiglia dei Salina (Ciro Damiano), nelle voluttuose dimore di Palazzo Salina e Donnafugata. Esse non sono altro che i teatri di smodate raffinatezze e decadenze, in cui ciascun uomo conduce una vita falsa ed inutile, destinata al fallimento, mentre la commistione tra i dialetti napoletano e siciliano riflette sogni e voluttà del Regno delle due Sicilie, due terre ferme in una condizione di immobilità quasi astorica, in cui “le novità attraggono solo quando sentite ormai defunte”. Sterilità e Desideri Mortali ne Il Gattopardo secondo Ruggero Cappuccio “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. La frase, pronunciata da Tancredi Falconeri, riassume in sé lo spirito siciliano degli anni del Risorgimento italiano, e non solo. Tale immobilità asfissiante non è altro che il frutto di secoli di dominazione straniera che ha spento ogni vitalità di una terra ormai sepolta dall’inerzia e coperta dalla polvere del tempo. Anche con le mutate condizioni storiche, poco dopo lo sbarco in Sicilia di Garibaldi, il popolo siciliano non può e non vuole abbandonare quel sonno di morte in cui giace da secoli, rievocato sulla scena attraverso i pensieri e le voci dei personaggi de Il Gattopardo, rappresentati dopo la loro morte, ancora incapaci di liberarsi dei loro desideri mortali. Vagheggiamenti ormai inutili, la loro rievocazione assume i tratti di un delirio febbrile, accompagnato dai suoni del mare e dall’arsura, due immagini di vita cristallizzate per sempre dall’immobilità della morte.

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Teatro Delusio, un’opera di Familie Flöz al Bellini

Al Teatro Bellini di Napoli, dal 23 al 28 gennaio, andrà in scena Teatro Delusio, straordinario spettacolo di Familie Flöz, la compagnia tedesca divenuta famosa in tutto il mondo per le grottesche maschere che contraddistinguono le sue rappresentazioni. Spesso al teatro, rapiti dalla magia degli spettacoli, dimentichiamo che alle spalle degli attori vi è un mondo fatto di persone, duro lavoro e sogni. Nascoste dietro al sipario vi sono storie magnifiche che meritano di essere raccontate ed è questo l’obiettivo che viene raggiunto con la rappresentazione portata in scena da Familie Flöz. Con Teatro Delusio, la scena diventa backstage ed il backstage è messo in scena Il palcoscenico passa in secondo piano perché il vero spettacolo sarà ciò che accade dietro le quinte. Mentre sul palco si susseguono rappresentazioni di vario genere, celati dal sipario, i tecnici di scena Bernard, Bob ed Ivan, saranno i veri protagonisti dello spettacolo. Le loro storie, per quanto diverse, sono ricche di passione ed intensità, ciascuna con una propria morale. Bob, forte e determinato, dovrà fare i conti con il suo desiderio di riconoscimento; Bernard, uomo dall’animo sensibile, abituato a rifugiarsi nella letteratura, sperimenterà una nuova forma di felicità grazie ad una ballerina un po’ svampita; ed infine, Ivan, capo del backstage, pagherà a caro prezzo il suo eccessivo attaccamento al lavoro. Ciò che maggiormente caratterizza gli spettacoli di Familie Flöz è la peculiare concezione del teatro, che contraddistingue questa compagnia. Essa, infatti, mette in scena spettacoli dove la comunicazione è fatta di mezzi che vengono “prima” del linguaggio parlato. Gli attori affrontano la sfida di dover esprimere emozioni e stati d’animo estremamente complessi senza parlare e soprattutto senza poter mostrare il proprio viso; essi, infatti, indossano grottesche maschere che ne nascondono completamente il volto. La scelta di utilizzare queste maschere, tanto peculiari quanto magnifiche, non solo ha catturato l’interesse del pubblico, ma ha anche permesso agli attori di mostrare pienamente il proprio straordinario talento. I pittoreschi “volti” indossati dai protagonisti, per quanto rigidi ed inanimati, sono riusciti a trasmettere una miriade di emozioni. Con Teatro Delusio, la compagnia tedesca è riuscita a raccontare una storia senza il bisogno di parole. I tre interpreti, Andrès Angulo, Johannes Stubenvoll e Thomas van Ouwerker, grazie alla loro grandissima versatilità, sono stati capaci di interpretare ben 29 personaggi, rendendo perfettamente l’idea di un affollato e caotico backstage. Familie Flöz ha portato sul palco uno spettacolo poetico, dove le maschere hanno preso vita, ed ilarità e tristezza si sono alternate seguendo un ritmo incalzante.

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Il Mercante di Venezia, riflessi d’acqua al teatro Galleria Toledo

Un palco inondato d’acqua. Riverberi e giochi di specchi vengono rotti dalle figure in scena. Tra gli stivali, due sono più fradici degli altri: quelli dell’ebreo Shylock. Laura Angiulli e il suggestivo impianto scenico di Rosario Squillace tornano al Teatro Galleria Toledo dove, oramai, “Il mercante di Venezia” è una bella consuetudine. E lo fan con il suo cast di sempre – Caterina Pontrandolfo e Paolo Aguzzi sono le uniche novità – e la solita voglia di stupire lo spettatore. La sinossi della piecé di Shakespeare è abbastanza semplice ma rivela diversi e interessanti nodi critici che via via si dipanano: Bassanio, innamorato di Porzia, chiede in prestito all’amico Antonio, di lui segretamente invaghito, 3.000 ducati per poter tentare la sorte e provare a conquistare la donna; il mercante, avendo investito tutto nei suoi traffici marittimi, non potendolo aiutare direttamente, si affida a Shylock, usuraio ebreo, il quale, pur disprezzandolo per le ripetute vessazioni e discriminazioni, concede il prestito allo  squattrinato gentiluomo. Shylock, però, pone una condizione: in caso di mancata restituzione dei soldi avrebbe prelevato una libbra della carne, il più vicino possibile al cuore, di Antonio. Nonostante Bassanio cerchi di  far desistere l’amico, il mercante di Venezia si dichiara pronto a saldare il debito pecuniario anche in anticipo, confidando nell’arrivo a destinazione di tutte le sue navi cariche di ricchezze. Giunge tuttavia la notizia che queste navi sono disperse in mare e Shylock, che aveva appena assistito alla fuga della figlia Jessica di casa con tutti i suoi averi, pretenderà dal doge il rispetto del contratto precedentemente siglato. L’impianto drammaturgico dello spettacolo rimane fedele all’originale e, qundi, ne preserva ambiguità e dicotomie. Lo scontro tra ebrei e cristiani, ad esempio, che si gioca non solo sul piano religioso ma anche ideologico ed economico, propone il paradosso di una Venezia accogliente e cosmopolita in cui, però, la maggioranza cristiana disprezza e ghettizza la componente ebraica.  E proprio la sconfitta e la conseguente umiliazione del “malvagio”, dell’avido Shylock, determina il cambio di registro e di genere di un’opera che, fino a quel momento, era stata fondamentalmente tragica. Stivali e lagune al Teatro Galleria Toledo Tornando allo spettacolo, è stato fin da subito evidente come la scelta di un impianto scenografico così particolare fosse frutto di uno studio atto a donare un valore ancora più simbolico alla recita. L’acqua non è solo mera scenografia, utile a ricreare la laguna veneziana, ma condizione esistenziale di tutti i protagonisti che sono stati – o lo saranno presto – colpiti da una tempesta. E con quegli stivali camminano a fatica, trascinando con sé passi pesanti, figli di un destino non sempre benevole. In questa situazione di malinconia, solo la giustizia – per quanto fittizia e iniqua – e l’amore saranno in grado di instradare gli animi verso un principio di felicità. La stessa provata dallo spettatore a fine rappresentazione. Il cast della Angiulli, con le sue calzature alta, i continui e quasi meta teatrali cambi di personaggio e il suo talento, è stato, infatti, in […]

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Tre studi per una crocifissione, Manfredini al TAN

Nei giorni 13 e 14 gennaio, presso il Teatro Area Nord, va in scena Tre studi per una crocifissione, di e con Danio Manfredini, che vede, tra l’altro, la collaborazione al progetto di Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete. L’opera vede la sua genesi in uno studio, fatto dall’autore stesso, su un quadro di Francis Bacon, da cui il lavoro teatrale prende il nome omonimo. Tre studi per una crocifissione e un solo uomo in croce All’interno di La Morte a Venezia, Thomas Mann scrisse: “La solitudine genera l’originalità, la strana e inquietante bellezza, la poesia, ma anche il contrario: l’abnorme, l’assurdo, l’illecito.“ Questo frase esce da uno dei tanti vari e sparsi cassetti della memoria, mentre, lentamente, le luci del teatro si accendono sul primo dei tre quadri umani destinati all’attenzione dello spettatore pagante. Lì, cadenzate da un lento cambio di costumi, si consumano, una dietro l’altra, tre storie, di diversità, di dolore, ricerca, quindi di umanità. Non v’è nessuna spiegazione effettiva, mai, a ciò a cui si sta assistendo, non è contemplata. Nessun capolavoro di retorica ben infinocchiata, che faccia stringere con gioia il biglietto nelle mani di chi osserva, sapendo di aver fatto un buon acquisto. Semplici personaggi di passaggio, di quelli che non spiccano, a dirla tutta, da nessuna parte. Né nella vita vera, né in quella artificiosa di un testo. Ombre, che ci accompagnano, destinati a star con per un po’ e poi tornare, insieme alle loro vesti, in quell’oblio in cui sempre noi abbiam spesso deciso sian destinati a stare. In questo lavoro, uno dei primi cronologicamente parlando, di uno dei maestri consolidati del teatro contemporaneo, saltano subito all’occhio certi modelli, certe forme di costruzione e ricerca del e sul personaggio che, apparentemente, caratterizzano e diventeranno tuttuno con l’autore stesso. Quella separazione, forma obbligatoria, necessaria o anche imposta di ascestismo sentimentale dei personaggi, i quali, tra un atto e l’altro, sembran quasi toccarsi tra di loro, a voler comunicare. Il corpo usato come strumento assoluto,  eppure compagno fedele, prezioso e mai sostituto della voce. Cercano, cercano sempre qualcosa i personaggi di Manfredini, sia essa la ragione perduta, l’amore e l’innocenza perduta, o anche solo, della semplice compagnia in una lunga notte piovosa. Come l’umanità, occupata nell’ossessiva caccia a qualcosa di nuovo e indefinito, essi si accendono e si spengono dinanzi agli occhi dello spettatore, consapevole del fatto che nessuno dei due uscirà da quella sala sapendo se mai ce la farà a trovare ciò che cerca.

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