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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 20 articoli

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Classico Contemporaneo, le Scimmie Nude riscoprono l’Iliade

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco generose travolse alme d’eroi, e di cani e d’augelli orrido pasto lor salme abbandonò Una campana tibetana. Il rullo di tamburi si fa fragoroso mentre prende vita un coro di voci. Il suo canto sale e arriva l’infausto presagio. Īlĭŏn sarà presto testimone di una atroce guerra che porterà con sé sventure, lutti e sofferenza. Si apre così, Iliade, spettacolo della compagnia milanese Scimmie Nude, che apre Classico Contemporaneo, una rassegna teatrale che da martedì 8 agosto a domenica 27 vedrà avvicendarsi attualizzazioni di opere classiche. Location d’eccellenza, il chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, i cui porticati sentiranno risuonare l’eco di grandi tragedie del passato ma anche omaggi a capolavori a noi più vicini, come “Mettiteve a fa l’ammore cu mme” di Scarpetta o “Coppia aperta, quasi spalancata” di Dario Fo e Franca Rame. Le Scimmie Nude riscoprono l’Iliade Su una scenografia neutra, fondale perfetto per l’ottimo disegno luci, i corpi dei giovani attori, le lori voci e gli strumenti presenti sul palco sono riusciti a creare una atmosfera vivida ed immersiva, nella quale dipanare l’intricato gomitolo di Omero con i giusti tempi e con una efficace scelta degli episodi da raccontare.  Non ci sono ruoli fissi sulla scena e questo accelera notevolmente la narrazione, che non ha soste ed è un continuo quanto piacevole fluire di azione coreografata, alternanza e accostamento di tonalità canore e musicali diverse. Il migliaio di versi scelti risultano, così, sufficienti ad inquadrare le tematiche e il pathos del poema che, attraverso il linguaggio teatrale, ha assunto sfumature ancor più drammatiche. Nulla è stato lasciato al caso in questo lavoro corale d’indagine (regia di Gaddo Bagnoli), in cui le Scimmie Nude hanno saputo restituire al pubblico contemporaneo, spesso disinteressato ai classici latini e greci; una Iliade quindi non banale, non stereotipata ma ricca di contrasti e sfumature, estremamente fisica e appassionata. Tram, tra classico contemporaneo e ritratti d’arte Da Edipo Re all’Antigone, passando per Medeae e Cyrano, la rassegna organizzata dal TRAM, con la direzione artistica di Gianmarco Cesario e Mirko Di Martino, ci terrà compagnia fino al 27 agosto. Sarà uno spettacolo dedicato a Eduardo a chiudere il sipario sulla venti giorni, alla quale subentrerà, dal 29 agosto,  la terza edizione del festival Vissi D’Arte – Il teatro racconta i pittori. Per info e prenotazioni: http://www.teatrotram.it/categoria-prodotto/classico-2017/ (Classico Contemporaneo) http://www.teatrotram.it/categoria-prodotto/vissidarte-2017/ (Vissi D’Arte)

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Forse non sarà domani: Papaleo omaggia Tenco

Rocco Papaleo porta in scena al teatro Trianon di Napoli lo spettacolo Forse non sarà domani, un racconto della vita e delle opere di Luigi Tenco attraverso canzoni, frammenti di interviste e lettere. Lo spettacolo è parte del Napoli Teatro Festival Italia 2017 che con circa 80 eventi, dal 5 giugno al 10 luglio, sta proponendo spettacoli di qualità a prezzi accessibili. Il suicidio di Luigi Tenco in seguito all’eliminazione dal Festival di SanRemo del 1967 è un atto che irrompe con forza nella liturgia di una manifestazione che coinvolge milioni di italiani. Il gesto di Tenco è un’accusa sia nei confronti del mondo dello spettacolo, sia nei confronti del pubblico. Il suicidio è un atto di ribellione nei confronti dei «Signori benpensanti» come li definirà Fabrizio De André, ma anche un colpo durissimo a tutti quelli che «Si ritrovarono dietro il palco, con gli occhi sudati e le mani in tasca, tutti dicevano: “Io sono stato suo padre!”, purché lo spettacolo non finisca» come canta Francesco De Gregori. Sono passati 50 anni dalla tragica morte di Luigi Tenco, un episodio che l’opinione pubblica italiana sembra non aver ancora elaborato. Il motivo per cui Tenco, a differenza di altri grandi artisti, ancora oggi non viene ricordato e omaggiato adeguatamente è la difficoltà che un intero Paese riscontra nel dover ammettere una colpa. Salvatore Quasimodo nel 1967 scriveva «La gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po’ tutti responsabili dell’atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni? […] Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito. I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa. Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano medio». Rocco Papaleo prova, riuscendoci, a raccontare Luigi Tenco attraverso lettere, interviste e canzoni. Papaleo è conosciuto dal grande pubblico come attore di straordinaria intelligenza comica, caratterizzato da un’ironia tagliente e, infatti, la sua capacità di far sorridere rende ancor più piacevole e scorrevole uno spettacolo già di per sé interessante. Papaleo in scena interpreta le canzoni di Tenco ma legge anche le sue interviste e le sue lettere permettendo di capire a pieno le sue canzoni.  Le parole di Tenco vengono adoperate per introdurre le sue stesse canzoni e ciò mostra quanto Tenco utilizzasse la musica per esprimere ciò che era. Papaleo canta le canzoni rielaborate da Roberto Molinelli e viene accompagnato da brillanti musicisti: Arturo Valiante (pianoforte), Guerino Rondolone (contrabbasso), Davide Savarese (batteria e percussioni) e Marco Sannini (tromba). Nel caso di Tenco l’artista e l’uomo coincidono perfettamente e per capire l’uno bisogna conoscere l’altro. […]

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Prometeo: il titano ribelle al Teatro Grande di Pompei

In una terra deserta ai confini del mondo Prometeo è punito da Zeus, reo di aver rubato il fuoco e di averlo donato agli uomini, permettendo l’inizio della civiltà. In scena il dramma è tutto concentrato sulla figura del titano, ma a rompere la staticità, intervengono anche altri personaggi, funzionali a mettere in risalto l’eroica ribellione del dio al signore degli dei. La rappresentazione punta su una scenografia scarna ed essenziale e su musiche greche che ben si coniugano con il testo basato sulla traduzione di Eschilo fatta da Davide Susanetti. Prometeo: l’instancabile ribelle in difesa degli uomini Prometeo, costretto su una sedia da pesanti catene, non è stato vinto. Eroe e vittima insieme, alza il volto, non si piega, non teme Zeus, non teme il destino e a nulla valgono minacce o previsioni di dolori più grandi da sopportare: «Per me Zeus non vale niente, faccia, comandi come gli pare: il suo tempo è breve». Un’immagine nobile e dolorosa che cattura lo sguardo dello spettatore spostando l’attenzione dalla narrazione teatrale verso la forte carica emotiva del titano. Luca Lazzareschi dà vita a questo personaggio, e ne trasmette tutta l’energia primordiale, si elevano imponenti e forti le parole del dio, in boati minacciosi e rauchi che si innalzano e si abbattono sui presenti. In scena c’è lui, che racconta la storia degli dei e il tradimento, che rivendica con orgoglio la sua decisione e a nulla valgono le esortazioni del coro delle oceanine – sintetizzato da una sola attrice – a mostrare remissività e saggezza. Lo stesso consiglio gli giunge da Oceano che si è fatto strada tra gli dei usando la diplomazia e la politica e da Ermes che porta il messaggio di un Zeus infastidito dalla superbia di Prometeo. Ma il titano non si adegua, resta arrogante e spavaldo e non teme nulla perché conosce il suo destino e quello mortale di Zeus. È proprio il destino a legarlo con un altro personaggio presente nel dramma, Io, altra vittima del sopruso di Zeus e la cui dinastia genererà l’eroe che distruggerà il signore degli dei e libererà Prometeo. Un dramma al di fuori del tempo «Chi governa è sempre spietato». Queste le parole che Prometeo ripete incessantemente, e proprio lui si è sempre battuto contro il potere, prima deponendo Crono e poi contrastando Zeus. Guardando il Prometeo di Lazzareschi, è fin troppo facile riportare alla mente tante figure di ribelli che hanno fatto la storia, fin troppo e anche inutile. Questa rappresentazione non pretende parallelismi o attualizzazioni, dà vita a una vicenda fuori dal tempo e dallo spazio e offre un messaggio che si cristallizza e diventa eterno. Chi governa è sempre spietato, Zeus è un tiranno inarrestabile, sordo alle parole e inflessibile nel nome di una giustizia che protegge solo chi la esercita, una giustizia cieca alle sorti degli uomini. Poi Prometeo, il ribelle, che inevitabilmente nasce proprio dal potere spietato, nasce per distruggerlo, per ricordare che nulla è invincibile, che a Zeus sono superiori le Moire e le Erinni. «Gli […]

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Cecità, José Saramago al Teatro Nuovo di Napoli

«Probabilmente solo in un mondo di ciechi, le cose saranno veramente ciò che sono.» In una città mai nominata si scatena improvvisamente un morbo che colpisce gradualmente tutti gli abitanti – tranne la moglie del dottore – che si ritrovano privati del più importante tra i sensi: la vista. La popolazione viene reclusa, per contenere l’epidemia, in vari edifici, tra cui un manicomio, sotto la stretta osservazione dell’esercito, che maltratta e intimorisce i malcapitati, arrivando a far mancare loro gli approvvigionamenti di cibo. Questo scatena una divisione ulteriore tra i gruppi che, anziché collaborare, si fanno guerra. Questa è, in breve, la trama di uno dei capolavori di José Saramago, “Cecità”, portato in scena ieri, in una versione riadattata e ridotta, al Teatro Nuovo di Napoli. La giovane compagnia Bella ‘mbriana, capitanata da Andrea Lucchetta ed Enrica Naldi, ha scelto di non stravolgere il testo, cercando, invece, di accentuarne i punti di forza drammatica. Centrale, nel romanzo come nello spettacolo, è senza dubbio il tema dell’indifferenza, un velo di Maya che avvolge la società, soffocandone i rapporti, sviliti dalla mancanza di un reale interesse, di una reale empatia verso l’altro. La cecità si erge così a simbolo di questa mancanza di pathos e diventa un mezzo per ritrovare – seppur nel buio – quantomeno il lume della ragione. Privati del loro nome e identificati soltanto tramite espressioni impersonali, i personaggi della vicenda si muoveranno in una ragnatela a passi incerti, fino a quando non saranno in grado di capire che, solo essendo solidali gli uni con gli altri, solo tenendosi per mano, si può uscirne vivi. Cecità e buio dell’anima «Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono.» Due file di letti con coperte da campo e una serie di trame rosse compongono una scenografia atta a ricreare il senso di oppressione che attanaglia un gruppo di persone che, da un giorno all’altro, devono condividere non solo quella stanza, ma anche la sventura. Interessante è stata la scelta di non utilizzare tutto il testo di José Saramago ma solo la prima parte. E ciò ha come più tangibile conseguenza che lo spettacolo sia decisamente più cupo, nel suo insieme, rispetto all’opera da cui è tratto che, nelle battute finali, offre una sorte di redenzione, una seconda chance ai ciechi. La sua prematura interruzione dimostra l’acume del regista che si è circondato di una compagnia di attori veramente valida, che ha saputo, senza sbavature di sorta, emozionare il pubblico in sala. Applausi fragorosi hanno fatto da eco alla chiusura piéce e premiato uno spettacolo che, con rispetto e carattere, ha omaggiato uno dei romanzi migliori del ‘900. —————————————————— Venerdì 30 Giugno e Sabato 1 Luglio ore 20:30 TEATRO NUOVO La compagnia Bella ‘mbriana presenta: CECITÀ Di José Saramago Attori: Francesca Hasson, Francesco Serpico, Claudia Napolitano ,Andrea Lucchetta, Andrea Mazzarella, Alessia Thomas, Raffaele Cosentino, Sara Coppola, Sissy Brandi, Massimiliano Fiore, Federica Botta, Andrea Riolo, Davide Dioguardi, Alessandro Palatucci Riadattamento e regia: Andrea Lucchetta Assistenza […]

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Al NTF, Celestini racconta persone sotto la pioggia dell’esistenza

“Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? Storia provvisoria di un giorno di pioggia” è lo spettacolo portato al Napoli Teatro Festival con cui Ascanio Celestini racconta percorsi umani densi di sofferenza e di coraggio, legati in un tessuto sociale fatto di cinismo, ma anche di passione e solidarietà. Lo spettacolo ha avuto luogo nel cortile del Palazzo Reale, ed è stato presentato dall’autore come uno studio in divenire, la seconda parte di una trilogia iniziata con “Laika”, testo del 2015. Riprendendo il filo narrativo di Laika, Celestini delinea storie di persone spesso “non guardate”, non capite nella loro umanità. Uno stile poetico attraversa la narrazione e l’inizio sembra riprendere miti antichi: Celestini porta il pensiero al suono di enormi masse d’acqua nelle profondità marine, mosse da onde sismiche, un suono talmente potente da poter essere ascoltato anche a centinaia di migliaia di chilometri di distanza dalla superficie terrestre. Ascoltando quel suono gli indiani Pueblo chiamano le nuvole, invocano la pioggia, che giunge copiosa e incessante. Si tratta di una pioggia di memorie profonde, di vite intense, di un passato che è l’unica vita che si può “guardare davanti agli occhi”. Celestini, tra persone e luoghi Celestini sceglie di narrare ed intrecciare storie di persone diverse per vissuto, esperienze, carattere, ma legate tra loro da un senso dell’esistere, e divide il lavoro in capitoli che permettono di focalizzare meglio l’attenzione sui singoli personaggi. Accompagnato dal musicista Gianluca Casadei che con tastiere, fisarmonica ed altri strumenti contribuisce musicalmente a comunicare uno stato d’animo di fondo, Celestini si “incammina” col pensiero tra persone e luoghi. Inizia a parlare di Violetta, giovane donna alienata dal lavoro di cassiera in un supermercato, dove sente di non essere “riconosciuta” come persona dai clienti, ma solo vista nella sua funzione sociale. Violetta, concluso il lavoro quotidiano, torna a casa, dove vive con la madre, cenano con zuppe liofilizzate, cui segue il rituale della televisione, e poi a dormire. Una vita priva di amicizie, di passione, che Violetta detesta: “da 0 a 100 le piace 0”. Ad attenderla, fuori dal lavoro, ogni giorno, c’è il fantasma del padre, morto anni prima. Violetta lo porta in tasca con sé. Celestini passa poi a narrare di Sayid e Domenica, della loro relazione nata per caso. Lei è una precaria, raccoglie rifiuti e li ricicla. Lui è un facchino, col dono della “nobiltà dell’umiltà.” Saiyd vede i suoi colleghi sfruttati, maltrattati. Uno di loro è morto in un incidente sul lavoro. Ma Sayd spera che il suo destino sia diverso. Lo spera, ma non ci crede realmente, e tenta la fortuna con le slot machine, perdendo fiumi di monete. Domenica ha un passato drammatico alle spalle. Il padre la inizia a piccoli furti, padre che verrà ucciso quando lei è ancora piccola. Domenica attraverserà servizi sociali, relazioni sentimentali violente, subirà soprusi e tenterà più volte il suicidio. Troverà chi le offre una mano. E quando Sayid sarà costretto a partire, lei sa che tornerà. Celestini ci conduce, in un altro […]

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In attesa di giudizio, un processo al processo

«Che cos’è la verità?» Nessuno rispose a Pilato. Su questo silenzio e su tutto ciò che ne consegue indaga Roberto Andò nel suo ultimo spettacolo, “È una commedia? È una tragedia?/ In attesa di giudizio”, andato in scena ieri 17 giugno nella storica cornice del Maschio Angioino di Napoli. Dopo la disamina sulla modernità di Cristina Comencini in Tempi Nuovi, il Napoli Teatro Festival propone una piéce fortemente carismatica, che mira ad aprire un dialogo sui significanti e sui significati che l’uomo ha attribuito alla giurisprudenza. E sceglie di farlo a partire dalla rilettura di uno dei più famosi racconti di Thomas Bernhard e de Il mistero del processo, raccolta di saggi di Salvatore Satta. Questo comporta che lo spettacolo – installazione sia diviso in due parti, che si susseguono tra loro senza che, però, il fil rouge venga divelto. Anzi, la sensazione che si ha è quella di una naturale continuità tra i due atti che trovano nell’inseguirsi di riflessioni del giurista (Fausto Russo Alesi) un forte punto di raccordo. La sua analisi parte da due assunti fondamentali: il mondo intero è un’unica giurisprudenza e una galera, il processo non ha alcuno scopo. Di quest’ultimo, infatti, “(…) non si dica, per carità, che ha come scopo l’attuazione della legge, o la difesa del diritto soggettivo, o la punizione del reo, e nemmeno la giustizia o la ricerca della verità: se ciò fosse vero sarebbe assolutamente incomprensibile la sentenza ingiusta, e la stessa forza del giudicato, che copre, assai più che la terra, gli errori dei giudici”. In attesa di giudizio e il presepe rovesciato Uno degli elementi più interessanti dello spettacolo è senza dubbio la scenografia di Antonio Esposito e Alfonso Raiola. Essa si presenta come una enorme istallazione in cui scene di delitti, colte nel momento che precede il misfatto, sono disposte sotto lo sguardo impietoso di giudici e affiancate ad importanti personaggi storici, come Socrate o Voltarie. In questo presepe rovesciato, manifesto dell’efferatezza insita nell’animo umano, si muove l’ingranaggio drammaturgico che, nella sua complessità, regala numerosi spunti di riflessione. Uno di questi è il rapporto tra ferino e umano, esemplificata dalla danza del gorilla sotto le note di Gaber – che vedeva la giustizia come una macchina infernale – e lo scontro dialettico tra Gesù e Pilato che, come detto pocanzi, riassume l’incapacità delle società umane di trovare un corrispettivo legislativo al concetto di verità. In attesa… dello spettacolo! L’inaspettata pioggia ha ritardato notevolmente – circa di un’ora e un quarto – l’inizio dello spettacolo e causato un forte malumore tra un gruppo di spettatori che, data l’inefficace e a tratti contraddittoria comunicazione, ha lasciato prematuramente il Maschio Angioino. Un vero peccato, dato ciò che poi “In attesa di giudizio”, nel suo realistico ma cinico ritratto della condizione umana, avrebbe regalato ai presenti. È UNA COMMEDIA? È UNA TRAGEDIA? di Thomas Bernhard con Fausto Russo Alesi, Giovanni Esposito vocalist Simona Severini e con (in o.a.) Margherita Romeo, Giuseppe Russo regia Roberto Andò IN ATTESA DI GIUDIZIO di Roberto Andò da Il mistero del processo di Salvatore Satta (edizione Adelphi) Maschio […]

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“Perfetti sconosciuti”, i “biodinamici” alla Galleria Toledo

Paolo Genovese con il suo “Perfetti Sconosciuti” ha immortalato con lucidità e disincanto il ruolo che oramai gli smartphone hanno nella nostra vita: quello di scatola nera. Tradimenti, bugie, speranze, frustrazioni, tutto rimane intrappolato nei megabyte di quelle fantastiche diavolerie, che sono rifugio e diario di spesso inconfessabili peccati. E cosa succederebbe se, per sua sola sera, ogni messaggio e ogni chiamata fosse alla mercé dei convitati? Proprio a questa domanda cerca di dare una risposta il regista romano in uno dei migliori film italiani – secondo solo a “La pazza gioia” – degli ultimi 5 anni. Un film che nelle sue dinamiche, dialoghi e scenografie è quasi una piecé teatrale su pellicola. Lo hanno capito bene i giovanissimi “biodinamici” che ieri ne hanno portato in scena, al teatro Galleria Toledo, una riproposizione ridotta ma non edulcorata. Il loro “Perfetti sconosciuti” non ha, quindi, grandissime differenze con l’originale. Perfetti sconosciuti: una cena senza segreti La scenografia e il disegno luci sono essenzialmente un pretesto per mettere le tre coppie di amici (Eva e Rocco – Cosimo e Bianca – Lele e Carlotta) e Peppe (Andrea Lucchetta) ad un tavolo, in una “cena dei cretini 2.0” dove, tra prime portate e dolce, ci sarà uno piccolo ma significativo spaccato degli italiani d’oggi. Italiani ancora restii ad accettare l’omosessualità ma avvezzi all’adulterio e all’insoddisfazione cronica che li porta ad instaurare relazioni virtuali con sconosciuti per sentirsi ancora vivi, ancora giovani. E questo, si traduce, dal punto di vista teatrale, in una necessaria alchimia tra gli attori che devono saper essere credibili nel loro essere estremamente sinceri. E questo ieri sera è emerso con la giusta prepotenza. I ragazzi della compagnia, infatti, sono stati in grado di interpretare con carattere e disinvoltura dei ruoli non certo semplici. I personaggi sono tutt’altro che piatti e presentano, per di più, notevoli sfumature e almeno un lato oscuro che, messaggio dopo messaggio, verrà fuori. Ogni squillo ha quasi una funzione epifanica nell’economia drammaturgica ed è  utile a rendere la messa in scena brillante, mai banale, anzi, ricca di colpi di scena. I biodinamici, capitanati da Matteo De Luca e Sissy Brandi (aiuto regia -Federica Morra), sono, in definitiva, riusciti nell’ardua impresa di non far rimpiangere il film, hanno divertito e commosso una platea intera, dimostrando, nel contempo, di avere tutte le carte in regola per portare il loro talento in giro per l’Italia, così da non essere più “perfetti sconosciuti”. —————————————— Perfetti sconosciuti, Galleria Toledo Sabato 17 giugno alle 17.30 Con Eva Federica Morra, Francesco Serpico, Claudia Napolitano, Raffaele Cosentino, Sara Coppola, Matteo De Luca, Andrea Lucchetta e Sissy Brandi

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Filumena Marturano e i suoi figli tutt’ egual’

“A vita è tosta e nisciuno ti aiuta, o meglio, ci sta chi t’aiuta, ma ‘na vota sola, per poter dire t’aggio aiutato… poi ti saluta e nun se ne parla più.” Eduardo De Filippo Prosegue l’VIII Edizione della Rassegna di Teatro Amatoriale al Teatro Augusteo di Napoli con la compagnia Scacciapensieri, che ha portato in scena lo spettacolo in tre atti Filumena Marturano di Eduardo De Filippo.  In piedi, quasi sulla soglia della camera da letto, le braccia conserte in atto di sfida, sta Filumena Marturano. Indossa una candida e lunga camicia da notte, capelli in disordine e ravviati in fretta, piedi nudi nelle pantofole scendiletto. I tratti del volto di questa donna sono tormentati: segno di un passato di lotte e tristezze. Non ha un aspetto grossolano Filumena, ma non può nascondere la sua origine plebea: non lo vorrebbe nemmeno. I suoi gesti sono larghi e aperti, il tono della sua voce è franco e deciso da donna cosciente, ricca di intelligenza istintiva e di forza morale, da donna che conosce le leggi della vita a modo suo e a modo suo le affronta. Intenso il monologo in cui racconta la sua infanzia, la sua gioventù consumatasi in Vico San Liborio fatta di miseria, nu piatt’ gruosso e non so quante forchette. Filumena Marturano, una storia di miseria e riscatto Filumena Marturano, scritta nell’immediato dopoguerra, è l’unica commedia di Eduardo in cui il protagonista non sia un uomo ma una donna. Filumena Marturano è la protagonista, non solo perché la commedia ha il suo nome, non solo perché obiettivamente il suo ruolo è quello fondamentale nello svolgimento della storia, ma anche e soprattutto per la caratura del personaggio che si eleva di una spanna rispetto a quella di Mimì Soriano. Filumena Marturano è una donna complessa, con una vita tormentata e faticosissima alle spalle, capace di tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi. Una donna che, costretta dalla miseria e dalla sua famiglia, si dà alla prostituzione, perdendo la sua dignità ma non la sua voglia di riscatto, che la porterà a dare ai suoi figli, quei figli che so’ figlie e so’ tutt’egual, la famiglia che a lei è sempre mancata e che ha cercato in ogni modo e con tutte le sue forze. Filumena Marturano, che non sa piangere, perché si piange solo quando si conosce il bene e non lo si può avere, e lei il bene non lo ha mai conosciuto. Filumena Marturano, che alla fine si abbandonerà a un pianto sommesso, quando è giunto il tempo di fermarsi e non è più tempo di correre. Prendendo spunto da un fatto di cronaca, Eduardo disegna e costruisce questa figura di donna, la  più cara delle sue creature.

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Filumena a colpi di boxe al Teatro Augusteo

Il 1° Maggio, la compagnia “Imprevisti e probabilità” è sbarcata sul palcoscenico del Teatro Augusteo con lo spettacolo “Filumena”. Tratto dalla commedia teatrale omonima, scritta in tre atti da Eduardo de Filippo, la rappresentazione teatrale è stata snellita in un atto unico di 90 minuti. Filumena, antica quanto moderna La storia di Filumena Marturano è stata rivisitata in chiave moderna, ma il testo è quello originale. Il sipario si apre e va in scena un incontro di boxe, metafora della lotta, sempre viva, per il riconoscimento dei diritti della donna. Filumena (Soledad Agresti), ex prostituta in pensione, dopo aver trascorso una vita come mantenuta di Domenico Soriano (Raffaele Furno), detto Don Mimì, suo vecchio cliente e ricco pasticciere napoletano è stanca di essere trattata al pari di una serva, di una segretaria, di un’amante, ma mai come moglie. Filumena, per costringere Don Mimì al matrimonio e ad abbandonare la sua condotta dissoluta, si finge morente, coinvolgendo nell’inganno un medico ed un prete che celebrerà il matrimonio con Domenico. Questi, credendola in fin di vita, “abbassa la guardia” prendendola in sposa. La scoperta dell’inganno sconvolge il ricco pasticciere, che intanto aveva intessuto una relazione con una giovane donna, Diana (Isabella Sandrini), sua amante ed infermiera della povera morente Filumena. Alla reazione di Mimì, Filumena, scoprendo le carte, confessa di aver messo in scena quel teatrino con la complicità della badante Rosalia (Valentina Fantasia) e di Anna (Annamaria Aceto), perché è stanca di tenere lontano dalla sua vita i tre figli. Figli voluti, amati e cresciuti con i soldi sottratti al facoltoso pasticciere, a sua insaputa, naturalmente. Figli per una mamma tutti uguali, ragion per cui non ne rivelerà mai la paternità, soprattutto perché certa che uno dei tre è stato concepito con Domenico Soriano. Appresa l’inaspettata dichiarazione, il consorte, infuriato ed incredulo, minaccia di ricorrere ad un legale per ottenere l’annullamento del matrimonio. L’avvocato Nocella (Sergio Locascio), con un linguaggio forbito, fa valere i diritti del suo assistito. Filumena, che non sa leggere né scrivere, capisce di essere in torto solo quando riscontra una ritrovata sicurezza e iattanza nel ricco amante, mentre l’avvocato sciorina articoli del codice. Nel frattempo, Filumena, convoca presso la propria abitazione i figli Umberto, studente (Janos Agresti) – Riccardo, commerciante (Hugo Fonti) e Michele, idraulico (Giuseppe Pensiero) per proporre loro un trasferimento in casa Soriano, svelare i segreti di un passato fin allora sepolto e dar luogo ad una convivenza da sempre agognata. I tre ragazzi, alla notizia, rimangono sorpresi e sconvolti, reagendo in modo diverso l’uno dall’altro. Domenico, infuriato, non crede all’affermazione della donna circa la sua paternità, è certo di essere vittima di un ennesimo tranello, ma numerosi dubbi lo assalgono, soprattutto riandando con la memoria ad un episodio passato, messo in luce da Filomena, di una notte di amore vero e passionale, ripagata con una banconota conservata gelosamente dalla donna, perché impressa a penna, da lei stessa, la data del concepimento del loro figlio. Ma quale dei tre? Dopo aver strappato parte della banconota, con un moto […]

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“Morte di Danton”, lo spettacolo di Martone che porta in scena la Rivoluzione francese

Allons enfants de la Patrie Le jour de gloire est arrivé! Contre nous de la tyrannie, L’étendard sanglant est levé. Lo spirito della Rivoluzione francese rivive in Morte di Danton, lo spettacolo del regista Mario Martone in scena al Teatro Politeama dal 26 aprile al 7 maggio. Il testo originale risale al 1835 ed è stato scritto da Georg Büchner, all’epoca appena ventunenne, il quale descrisse con grande finezza psicologica l’atmosfera degli ultimi giorni del Terrore e la caduta di Danton nel 1794. Tra i ventinove attori in scena spiccano Giuseppe Battiston nel ruolo di Danton e Paolo Pierobon nei panni di Robespierre, che interpretano magistralmente i due protagonisti della Rivoluzione: il primo, tollerante e liberale, stempera i caratteri più accesi ed estremi dell’azione rivoluzionaria, mentre il secondo, stoico ed irreprensibile, sostiene la linea giacobina, più intransigente e fanatica.

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