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Eroica Fenice

ritornanti

Ritornanti, Moscato continua la stagione del Trianon

Il  Teatro Trianon continua il suo nuovo percorso, dando adito e scena alle nuove espressioni artistiche del territorio campano.
Dal 25 al 29 gennaio, ad occupare il palco del Trianon, troviamo una delle figure più di spicco della teatralità partenopea, il drammaturgo/regista/attore Enzo Moscato, il quale si esibisce, per la prima volta, nello stesso luogo che ispirò un suo omonimo testo nel 1983, con lo spettacolo “Ritornanti”.

Ritornanti, indietro per prendere la rincorsa

Tre leggii.
Questo è ciò che viene anticipato allo spettatore, entrando in sala.
Solo tre leggii.
Passa qualche istante, le luci, come di consuetudine, scemano lentamente e in quel buio, poco nitidamente, una prima figura si staglia mobile sul palco.
Così comincia Ritornanti.

Tre monologhi, tre scene tratte da tre opere differente.  Tutto è trino, tranne Enzo Moscato. E il suo compagno di viaggio, Giuseppe Affinito.
Ritornanti mette in scena una modalità di fare teatro che lentamente, proprio come certi respiri di cui Moscato parla riferendosi alla sua opera, sta diventando un ritorno, un percorso di cui si rifanno tutti i passi, seppur già percorsi.
Si voglia per la scarsa capacità, tranne in alcuni ovvi casi, di trovare copiosi produttori o la risposta, il risultato ad una lunghissima stagione di esosità scenica a scarso di una narrativa che, da un po’, occupa il teatro italiano.
Fatto sta che, un po’ alla volta, a teatro, si sta tornando semplicemente a parlare.
Abbandonati i maestosi e mastodontici, e spesso superflui, orpelli scenici, è la voce, l’unica, giusta e sacrosanta depositaria del palco.

Ri-narrando, ri-raccontando, Moscato ci conduce nel suo mondo, in quella realtà di cui esso è narratore da sempre, la realtà degli ultimi.
E tiene banco con questi tre momenti apparentemente separati, eppure così evidentemente uniti, oltre che da una compresenza temporale, da un filo invisibile, sottile, nato per unire, da un capo all’altro, i leggii e quindi le storie. Trasmettendo, tra di loro, quel tanto di energia necessaria a restare vivi.

Nulla è nuovo, nel suo senso etimologico più stretto, in questa opera eppure a sentirle, magari per l’ennesima volta, certe parole, un nuovo significato, una nuova idea si affacciano a quel labirinto chiamato mente.
Rifiutando-solo l’autore sa quanto volutamente- questa forma di “ricerca” inteso come estetica, questo “ritorno” alla semplicità, a ciò che si può ripetere, diviene forma fisica dell’obiettivo primo del teatro: non ripetere vita, ma esserlo.