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Eroica Fenice

Lo Strafaust di Massimo Maraviglia approda al Tram di Napoli

Lo Strafaust di Massimo Maraviglia approda al teatro Tram di Napoli

Strafaust approda al Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Napoli dal 30 novembre al 3 dicembre 2017

Strafaust: questo gioco di consonanti aspre e crude rimanda all’erede degenere di tutti i Faust della letteratura che si sono avvicendati prima di esso, alla sue tinte fosche e cupe. Rimanda al profilo del Dottor Faustus seicentesco di Christopher Marlowe e al monumentale Faust di Goethe, con echi e suggestioni de  Il Maestro e Margherita di Bulkagov: un calderone infernale, una miscela composita di echi demoniaci che danno vita alla parabola dell’intramontabile uomo che vende la propria anima al diavolo per travalicare i confini della conoscenza.
Faust è un moderno Ulisse dantesco, che viene seppellito da litri d’acqua dopo aver provato a valicare i confini del mondo conosciuto. Un Ulisse che però non si affida ai remi del proprio ingegno multiforme ma a un patto demoniaco che lo porterà a penetrare i limina dell’intellegibile.
Faust desidera ardentemente superare i confini della conoscenza per possedere nel palmo della propria mano tutto lo scibile umano, ma cosa accade nel momento in cui Faust ha già ottenuto tutto e non ha più nulla da rivendicare né a se stesso né al demonio? Il Faust di Massimo Maraviglia, portato in scena al TRAM (Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Napoli) dal 30 novembre al 3 dicembre 2017, è un Faust che ha penetrato ogni confine materiale, che ha ottenuto qualsiasi cosa e non ha più bisogno di chiedere nulla, è straniero sia al demonio che a se stesso, è strafatto, stralunato, stravaccato, è un pallido simulacro che non ha da anelare nulla. Non un singulto fuoriesce dalla bocca di Faust, non una richiesta, non un sentore dal vago sapore desiderante.

Strafaust: quando Faust non ha più nulla da desiderare

Il Faust di Maraviglia è ridotto quasi a un’ombra, appiattito nel proprio barlume di indolenza, una sagoma biancheggiante e pallida che svetta tra le tinte fosche e rossastre che dipingono il palcoscenico; non un bianco che illumina col proprio pallore, ma il bianco sporco e smorto di chi non riesce neppure a farsi tentare dal demonio Mefisto. In Faust non vi è più appetito, non vi sono brame sessuali o smanie di potere e conoscenza: la libertà illimitata di cui è detentore è una trappola per topi che lo tiene saldamente nella sua morsa, prigioniero delle sue infinite possibilità e del suo sconfinato potere di scelta. Mefisto e Margherita, il diavolo e una ragazza che ha i tratti della fanciulla del romanzo russo, provano in ogni modo a tentarlo, a fare leva sulle sue debolezze e a salvarlo dalla stessa trama in cui è impelagato. Mefisto,  disturbante e macchiettistico, ha una verve quasi caricaturale, si aggira sul palco come afflitto dal morso di una tarantola, delirando nel tentativo di “salvare” Faust; nemmeno la procacità di Margherita riesce a sortire sul protagonista l’effetto sperato. L’elisir di lunga vita ha già fatto effetto, e a Faust non rimane che la landa desolata di un’eternità da riempire. Lo spettacolo è giocato sulle luci, sulle tinte cupe e sul rosso carminio, sui sussurri di Mefisto e sulle urla volutamente irritanti dello stesso diavolo, ma anche sull’appiattimento di un Faust che appare amorfo e non pienamente aderente alla propria filigrana letteraria.
A tratti disturbante, la performance si configura come l’esaltazione e il declino di un’individualità difesa con le unghie e con i denti, sembra invitare lo spettatore, con i propri sussurri e le proprie urla, a stare molto attento a ciò che si desidera, perché potrebbe non rivelarsi così entusiasmante una volta ottenuto.
Il Faust anestetizzato dello spettacolo, ormai spogliato, libero dal suo pesante mantello e vestito solo con una corta casacca, conclude la performance con una sorta di memento rivolto alla platea: bisogna ricordarsi di fluire, di sbagliare, di vivere pienamente la vita, di edificare castelli con le proprie forze, di continuare sempre a provare perché in ciò alberga la bellezza e l’imperfezione di noi comuni mortali.

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