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Eroica Fenice

Teatro di guerra e umanità alla Sala Assoli

Ci siamo: la lunga stagione di festa della Sala Assoli è cominciata.
E Domenica 27 Settembre è stato scartato solo il primo di una serie di degni regali per il suo trentesimo anno di vita e attività.
Mario Martone ha presentato “Teatro di guerra“, considerato dal Dizionario dei film di Morandini “Il Miglior film degli anni novanta“.

Leo (Andrea Renzi) è un giovane regista che vuole portare in scena, insieme alla compagnia teatrale di cui fa parte, la tragedia greca di Eschilo, “I sette contro Tebe“, fissando l’occhio sulla contemporaneità e sui fatti che avvengono a Sarajevo, città sotto assedio. Il tutto con scarsi mezzi economici e dovendo fare i conti col quotidiano di un quartiere complicato come quello dei Quartieri Spagnoli.
Nel mentre, Franco Turco (Toni Servillo) al Teatro Stabile sta portando in scena “La Bisbetica Domata” di Shakespeare, con tutt’altre possibilità economiche e di mezzi.
Questi due mondi così vicini e così lontani si incroceranno, mostrando allo spettatore uno spaccato della realtà teatrale napoletana.

Teatro di guerra: l’immutabilità della storia umana

È sempre complicato per un’opera invecchiare bene.
Va tenuto in considerazione il periodo storico in cui è stata prodotta o la corrente e il modo in cui ci si approcciava all’arte nel momento in cui è stata ideata. Ci sono tante, troppe varianti che rischiano di rivoluzionare in poco tempo il suo valore originale.
Poi ci sono altri prodotti, capaci non solo di rimanere perfettamente ancorati alla loro posizione guadagnata ma di riuscire ad usare questa ciclicità per appropriarsi di un senso di immutabilità.
“Teatro di guerra” di Martone è uno di questi lavori.
Esso appartiene alla categoria di film a cui qualcuno darebbe il nome di “evergreen” o “cult”, ma l’aggettivo o titolo, che dir si voglia, che più gli spetterebbe e ne riconosce la qualità è certamente “storico”. Sia perché le radici su cui si basa la trama dell’intero lungometraggio sono piene di culture e di per sé bene infilate nella terra da essere quasi impossibile estirparle, sia perché Martone riesce a confezionare un prodotto perfettamente riproducibile in qualsiasi momento, facendoci regalo della ritrovata consapevolezza del ripetersi dei nostri avvenimenti.
Qui, ora, con “Teatro di guerra” e Martone più che mai noi possiamo usare il termine “storico” senza rischiare di essere eccessivi, in quanto non c’è appellativo altrettanto giusto, equo e corretto verso di esso.
Poiché in meno di due ore, “Teatro di guerra” ci riporta indietro senza farci allontanare poi molto, lasciandoci passeggiare dentro una Napoli del fine anni ’90, mostrandoci la sua realtà interiore mentre fuori, lontano kilometri, a Sarajevo stava impazzando la guerra e nel vedere tutto questo, ne viene fuori una sottile e flebile voce, la quale si posiziona proprio sopra l’orecchio e dice “Sta accadendo ancora“.
Non ci vorrebbe tanto a rifare questo film, certo, bisognerebbe aggiustare due o tre cosette qui e lì, magari mettere Siria al posto di Sarajevo.
E se questa capacità di incanalare la realtà dentro l’arte e di portarla all’occhio dello spettatore è un grande merito per Martone, quello che ci mostra non è di certo gratificante per tutti noi.
Oggi, come ieri, noi osserviamo questo teatro senza partecipare, lasciando ad altri interpreti il compito di calarvi il sipario.

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