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Eroica Fenice

Ti regalo la mia morte

“Ti regalo la mia morte, Veronika” al Bellini

Nuova settimana, nuovo appuntamento col cartellone del Teatro Bellini. Va in scena, dal 18 al 22 novembre, Ti regalo la mia morte, Veronika, opera che si basa sulla “Veronika Voss” di Rainer Werner Fassbinder ed è adattata e tradotta da Antonio Latella e Federico Bellini.

Lento e frammentato viaggio nella psiche di Veronika, la quale affronta vis a vis i suoi demoni e il suo passato, sapendo di dover tornare prima o poi al presente. L’occasione è quella di poter osservare e scrutare il macinare dei pensieri e dei ricordi di una mente corrotta da una forte dipendenza da morfina.

Ti regalo la mia morte, Veronika: l’umana introspezione 

La scimmia, tutti possiamo dire di possederne una. Metaforicamente parlando, si intende.
Per chi non ne fosse a conoscenza e avesse bisogno di un piccolo giro in una diversa subcultura, si parla di “avere la scimmia” quando si soffre di una forma di dipendenza e ci si ritrova a dover affrontare una pesante astinenza.
Spesso, nella nostra di cultura, è associata ai consumatori di eroina in vena.
Quel che viene portato sul palco, in Ti regalo la mia morte, Veronika, è la natura multipla delle debolezze e voci interiori della protagonista, mostrata nella loro forma animale e usata come espediente narrativo per mostrare allo spettatore la trama nelle sue diverse rette incidenti. L’enigma si svela un po’ alla volta, aprendo pian piano, con cura, le dita poste sugli occhi dello spettatore, lasciandolo giungere alla verità con la giusta tempistica. Cadono, una dietro l’altra, le maschere dei mostri, al fine di render nota a tutti la loro vera natura e il loro reale ruolo di rappresentazioni delle debolezze e delle paure dell’intera specie umana.
Tradimento, dipendenza, desiderio, avidità, vanità e chi più ne ha, più ne metta. Quel che veramente comanda, vive e si muove sul palco è la metafora, la quale ha un ruolo di predominanza della scena superiore a quello degli attori, i quali si muovono nel mare di questa immaginazione, scissa da sprazzi di realismo, in un continuo ondeggiare verso una costa non ben definita.
Regalando a chi guarda lo spettacolo momenti di grande passione e tensione, tenendo alto il coinvolgimento fino a che non arriva il momento di consumare il pasto finale.
Può accadere che la carta e la penna si consumino, ma la mano non smetta di scrivere. Può succedere che la macchina da presa abbia praticamente finito la pellicole eppure si rifiuti di spegnersi nel desiderio di continuare a girare e girare. Raggiungendo così un nuovo posto, una forma d’altrove dove ogni cosa è dimenticata, dove il nemico è amico, dove tutto è ormai passato ed è il tempo di ricominciare.

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