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Eroica Fenice

Totò

Totò che padre: un ricordo dolce come una carezza quello di Roberto Giordano

Totò che padre” ha debuttato ieri, domenica 18 giugno, al Nuovo Teatro Sanità davanti ad una platea gremita di spettatori commossi, che sottovoce anticipavano le battute, canticchiavano le canzoni, sorridevano di fronte al ricordo di un simbolo senza tempo. A 50 anni dalla sua scomparsa, il mito del Principe della Risata viene ricordato con dedizione e rispetto.

Sarebbe riduttivo definire questo un semplice spettacolo che ripercorre la vita e la carriera di un grande artista. Sulla scena due attori, Roberto Giordano, (anche regista) e Federica Aiello, che non  riproducono semplicemente una storia biografica, la ricreano, incarnandola nei gesti, nelle movenze, nelle espressioni, nell’ abbigliamento, nel sentimento.

Roberto Giordano è uno studioso. Il suo approccio ai testi è sempre attento, preciso, mai casuale. Esperto nell’ avvicinarsi con garbo e sensibilità alle biografie di grandi personaggi della nostra storia artistica, anche in questo caso ci offre un ritratto vivo ed umano. Il personaggio Totò scende dal suo trono di Principe e si siede al nostro fianco, come sulle scale dei vicoli di questa città da lui tanto amata, e diventa l’amico impertinente e vivace che tutti vorremmo.
Non è facile portare in scena una biografia senza risultare ridondante o eccessivo. Penetrare nella vita di un uomo che le convenzioni ci impongono a conoscere solo come “personaggio” può essere un’arma a doppio taglio. Si rischia di non andare oltre le cose già dette e già scritte.
Roberto Giordano, invece, riesce sempre a spingersi un po’ più in là.

“Totò, che padre” è già un titolo pieno di significato. Perché da dove si potrebbe partire per raccontare la storia di un uomo così presente nella nostra cultura e nella nostra tradizione? Dai suoi spettacoli, dalle collaborazioni da lui collezionate nel corso degli anni (Macario, Carlo Croccolo, Peppino De Filippo), dalle persone che hanno lavorato con lui, dalla cronologia della sua carriera, dalla voce più semplice e profonda. Quella di sua figlia, che dolcemente descrive l’esistenza in bilico di un artista, tra il personaggio e l’uomo.

“È come se il personaggio di Totò avesse soffocato l’uomo. Invece io voglio guardare oltre il sipario che nascondeva la sua anima. Papà, tu eri un uomo nobile. Nel senso più profondo del termine. E questo il pubblico lo ha intuito al di là del personaggio.”

Così emerge il rapporto silenzioso tra una figlia e un padre che, contrario a far nascere la figlia in un ospedale, posto di malati, arreda di bianco una stanza d’albergo e, da grande professionista quale era, quella sera, mentre la moglie metteva alla luce la sua bambina, andò in scena, salvo posticipare l’inizio dello spettacolo per andare a salutare la pargoletta ancora in fasce.
Un rapporto di grande tenerezza, ma anche di scontro. Da un lato, un uomo dal carattere forte e dalle convinzioni radicate, dall’altro una donna che lo ha sempre ammirato ed amato, nonostante talvolta proprio quel carattere lo allontanasse da lei.

E sullo sfondo si staglia anche il rapporto con le altre donne che hanno riempito la sua vita, i suoi grandi amori:         Liliana Castagnola, la soubrette, Franca Faldini, l’amore degli ultimi anni, Diana Bandini, la madre di sua figlia e l’amore probabilmente eterno,  e Silvana Pampanini a cui chiese la mano quando vide Diana allontanarsi da lui.
Costantemente tormentato dalle gelosia e dalla paura di essere sostituito, in amore come in scena, le sue relazioni sono state spesso brevi ma intense.

Tutto l’amore che aveva dentro Totò lo ha dedicato ad una carriera, anche qui caratterizzata costantemente dallo scontro.
Un astro che nasce dal fango e dalle difficoltà. Figlio di una bellissima popolana e di un padre che non voleva nominare– ha iniziato la sua carriera al Teatro Orfeo de La Ferrovia, facendo da imitatore ufficiale a Gustavo De Marco, con spettacoli in piccoli teatri. Poi la grande ascesa che lo consacrò simbolo di un nuovo modello di interpretazione e di espressione artistica che ha segnato per sempre la storia della recitazione. Eppure mai soddisfatto né appagato. Fino agli ultimi anni, quando riprese a tormentarlo la paura di essere dimenticato e di non aver creato nulla di importante, anche a causa dell’operazione di boicottaggio operata da tanta critica fasulla.

Così si fa chiaro il distacco tra il comico e l’uomo tormentato e profondo. 

Roberto Giordano ha saputo unire le tante sfumature di un’artista poliedrico, non assimilabile in definizioni a sé stanti, creando un contenitore esilarante.
I ricordi della vita di Totò sono accompagnati da sketch, scene indimenticabili tratte dal suo repertorio (tra cui il monologo del paese dei balocchi – parodia del regime fascista, a ricordo delle tante censure che subì da tale governo), aneddoti e storielle che i due attori sul palco riproducono fedelmente, riempiendoli del loro estro creativo e della loro forza espressiva, davanti ad un pubblico che ricorda e si commuove.

“E così oggi il principe Totò è felice?”
“No. La felicità non esiste. In nessun modo.”
“Allora non vale lottare, principe?”
“Certo. Lottare per gli altri. Per lasciare qualcosa agli altri.”
“E lei lascerà qualcosa agli altri?”
“Io no, non lascerò niente, come non lascia niente nessun attore. Noi vendiamo chiacchiere.”
“Principe  lei ha costruito tutta una particolare mimica, una particolare espressione, una particolare storia tua personale…”
“Ma a cosa serve tutto questo? Un falegname è più di me. Il falegname lascia una sedia che resterà nei secoli. Io lascio parole che dopo un secolo nessuno ricorda più.”

Roberto Giordano ha saputo cogliere l’essenza di un artista troppo grande per restare ancorato nel suo tempo e di un uomo intriso di sentimenti e di passione, riuscendo a portare sulla scena il motore ultimo per la sua vita: l’amore per l’arte.
E se l’amore è il principio che ha mosso l’esistenza del Principe della Risata, nelle sue relazioni interpersonali e nella sua interiorità, tanto amore emerge da questo spettacolo. Amore che si coglie in ogni battuta, mai lasciata al caso, amore negli sguardi dei protagonisti che insieme esprimo un’affinità artistica inarrivabile, amore per le scene, per l’odore del palcoscenico. Amore e desiderio di trasformare questa vita in qualcosa di artistico da donare agli altri.
Non è facile trasporre una biografia senza risultare ovvi o ridondanti. Così difficile è incuriosire e affascinare, quando si parla della vita di altri. Difficile oltre ogni limite permettere allo spettatore, di imparare, attraverso la vita di un altro, qualcosa sull’artista e allo stesso tempo su sé stessi. Questo spettacoli riesce a fare questo. Partendo da un ricordo dolcissimo, riesce ad insinuarti qualcosa nell’anima, quella sorta di magia poetica che si scorge nelle vite dei grandi artisti e poi si desidera proiettare nella propria.
Come una carezza sul cuore.

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