Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Tragodia teatro Elicantropo

Tragodia di Ettore Nigro al Teatro Elicantropo

Tragodia, spettacolo in scena al Teatro Elicantropo dal 14 al 17 Dicembre, di Emanuele D’Errico per la regia di Ettore Nigro mette in scena una comicità fresca e  sapientemente costruita. È sorprendente nel suo intreccio narrativo perché parte dalle situazioni quotidiane e raggiunge risvolti inaspettati e assurdi.
Ci troviamo di fronte a un misto di situazioni paradossali che spingono ad andare oltre l’ovvio, a  interrogarci su quanto l’ovvio corrisponda davvero al giusto o se sia meglio scappare dall’ovvio; e, in questo misto di interrogativi, giocare sul detto e sul non detto.
Tragodia punta moltissimo sull’evocazione e sulla metafora, tanto da sembrare una moderna favola dark.

Guglielmo Belati (e il nome è estremamente evocativo) inizia il suo racconto in una particolare sala d’attesa, aspettando il numero 90 e chiacchierando del più e del meno con alcuni amici dal corpo di uomo e il volto di animale. Maschere di riempimento, figure stilizzate. Guglielmo, come un narratore onnisciente, racconta a quelle figure mute e al suo pubblico, la sua crisi interiore:

A un passo dal matrimonio, vuole rompere il fidanzamento decennale con Teresa (e chiudere il rapporto con il padre che non lo sopporta) perché si è innamorato di una capra.

“Come può un uomo innamorarsi di una capra?”
“Questa è una pazzia!”

Il giudizio della gente non ammette repliche: “Sei confuso, stai semplicemente cercando di evadere dai tuoi problemi!”.

Ma cosa rappresenta davvero quella capra? L’evasione, il desiderio di libertà, l’incontro con il diverso. E il desiderio di comunicare con lei racchiude in sé la volontà di instaurare una comunicazione più autentica con l’altro, forse inevitabilmente destinata a fallire.

A quel punto, il nostro eroe delle piccole cose inizia un viaggio verso “l’ammore overo” o più semplicemente verso “la verità”. Un viaggio che, probabilmente, può davvero configurarsi come evasione dalla realtà e fuga da  tutto l’ovvio del mondo.
Un viaggio che spinge a confrontarsi con il diverso, ad andare oltre i propri limiti e dunque a porsi degli interrogativi: “È quello che voglio veramente? E se avessi sbagliato tutto? Tutto questo è più grande di me. Forse sarebbe stato meglio lasciare tutto e prendere la strada più facile.”

Un viaggio alla ricerca della vera comunicazione tra gli esseri viventi. Siano essi animali o capre, poco importa.
Un viaggio che porterà a capire che in realtà il confine non è davvero così netto.

Uomini e capre. Capre e uomini. Non sono poi così diversi. Sembrano tutti uguali, ma in realtà ognuno ha il suo ruolo in questo mondo, dove il più piccolo viene inesorabilmente divorato dal più grande, sia esso uomo o capra.

Inizia allora, in questa Tragodia, un processo di trasformazione in cui l’uomo diventa capra. O forse semplicemente nel suo stato naturale originario, senza i preconcetti della società, le barriere, le brutture. La capra è libera di muoversi come meglio crede, esprimersi nella sua comunicazione elementare,  volta a soddisfare bisogni primari.
Eppure anche nel mondo animale esistono le gerarchie. E anche qui c’è chi gioca il ruolo della vittima e quello del carnefice.

Così dopo il viaggio verso l’ignoto e verso il paradossale si torna a casa. Alla solita routine, alle solite gabbie da macello. Forse diversi, forse consapevoli che alcune barriere non siamo in grado di eliminarle davvero.
Il viaggio che abbiamo compiuto riflette ciò che abbiamo amato. Diventa ancora una volta metafora di libertà e di evasione, di uscire da quei ranghi a cui poi siamo tornati per desiderio di protezione. Il viaggio che abbiamo intrapreso nasconde la volontà di volersi sentire diversi, diventando “capre.”

Il tema dell’alienazione della società, della ricerca di evasione o del confine uomo/bestia è stato tante volte rappresentato. Ma è difficile farlo con questa ironia fresca e sapientemente costruita. Ed è difficile farlo mettendo in scena questo gioco continuo delle parti, in cui il confine resta sempre sottile e indefinito. La costruzione ad intreccio e il gioco prigione/alienazione ricorda La Fattoria degli Animali di Orwell, nel suo essere racconto pieno di riferimenti acuti.
L’uomo che diventa capra. L’umano e la bestia si mescolano con un’ironia intelligente che mette in scena situazioni paradossali che nascondono, però, sempre un fondo di verità.

Gli elementi centrali sono la metafora e il simbolismo. Sul filo sottile tra la realtà e la finzione che fa porre costanti interrogativi.

Emanuele D’Errico è bravissimo a tenere il palco da solo. Assolutamente padrone della scena e capace di trasformarsi continuamente e  alternare stili e intrecci narrativi differenti. I sui marchi di riconoscimento sono una grande gestualità ed espressività che gli hanno permesso di coinvolgere il pubblico, senza annoiare mai.
Sketch divertenti, cambi di scena, danze e musica, battute sottili hanno colorato uno spettacolo ricco di spunti di riflessione e riferimenti contemporanei.

Quando il teatro incontra la contemporaneità, con un’ironia nuova e mai ascoltata, è sempre una bella sorpresa. Tutto questo è Tragodia.

Print Friendly, PDF & Email