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Eroica Fenice

una casa di bambola

Una casa di bambola al Teatro Bellini

La nostra casa non è stato altro che una stanza dei giochi. Qui io sono stata la tua moglie-bambola. Questo è stato il nostro matrimonio, Torvald.

Casa di bambola, Henrik Ibsen

Pareti sottili. Panno rosa e velluto verde. Luci calde e coriandoli di neve. Nora, una donna capricciosa, che entra fischiettando sulle note di Mozart. Bionda e vestita di toni rosa pastello, che fanno da pendant con la gigantesca casa di bambole in cui vive, canta, sorride e gioca a fare la madre e la moglie, affiancata da una vecchia balia, Anne Marie (interpretata da Andrea Soffiantini), che dispensa lezioni di vita, parlando per aforismi.

Si apre così, Una casa di bambola, in scena al Teatro Bellini di Napoli, dal 21 al 26 febbraio, tratto dall’omonima opera di Henrik Ibsen. È la storia di Nora (interpretata da Marina Rocco), moglie dello stimato dottor Torvald (interpretato da Filippo Timi), che falsifica, all’insaputa del marito, una firma necessaria per ottenere un prestito. Il perfido Krogstad (Filippo Timi) la scopre e la ricatta, finchè Torvald, scoperta la verità e temendo che la sua reputazione possa essere irrimediabilmente compromessa, ripudia la donna, noncurante del fatto che il denaro era servito a salvare la vita a lui. Quando tutto si risolve, Torvald è pronto a riaccogliere Nora, che ha, però, una reazione inaspettata. Reazione che ha reso il suo personaggio un simbolo dell’allora nascente femminismo.

Ibsen scrive Casa di bambola nel luglio del 1879. Alla sua uscita, il dramma suscita scandalo e polemiche, in quanto dà voce a una critica pungente sui tradizionali ruoli dell’uomo e della donna nel matrimonio durante l’epoca vittoriana. Nora, ispirata da Laura Kieler, scrittrice e amica di Ibsen, con il suo prendere coscienza di aver vissuto una vita non autentica, simboleggia una sfida al perbenismo. Costretta a vivere in una società che la considera una bambola, in una gabbia dorata creata dal padre prima, dal marito poi, testimonia un insopprimibile anelito alla libertà e all’esaltazione della vita. “Credo di essere prima di tutto una creatura…O meglio, voglio tentare di divenirlo”.

Andrèe Ruth Shammah, in un complesso intreccio, fatto di sentimenti e passioni, inganni e calcoli, utopie e rese dei conti, rovescia, tuttavia, uno dei testi fondanti del teatro borghese, guardando a Nora non come a una vittima, ma come a una donna ambigua e scaltra, capace di manipolare con il suo fascino il mondo degli uomini. Nora è una stronza, una bambina viziata che agisce e si lascia agire nella sua bella casa. Una donna che, non avendo ottenuto la cosa meravigliosa, si cambia d’abito e scappa via. Che finge di essere devota e remissiva per affilare le sue armi, la sua tela di ragno in cui restano invischiati il marito, il dottore amico di famiglia e l’usuraio, ruoli contenuti tutti in un unico protagonista maschile, Filippo Timi.

Una casa di bambola: dramma di disarmante attualità

Un viaggio nei rapporti tra i diversi e sofisticati ruoli maschili e femminili che popolano il testo ibseniano. Il tempo che si racconta, si ripete e si ripropone: il confronto tra l’identità maschile e quella femminile, lo smascheramento dell’ipocrisia borghese, la fuga dalle gabbie d’oro in cui non sboccia mai la primavera, il sovvertimento dell’ordine e l’affermazione della propria dignità, prima ancora che della propria libertà.

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