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Eroica Fenice

La categoria Racconti contiene 280 articoli

Racconti

Sale a mare. Desiderio per una stella cadente

Mi sveglio con uno strano sapore in bocca come di sangue misto a sale… Penso di aver bevuto dell’acqua salata. Non capisco dove mi trovo, ho solo tanto freddo ed ho i vestiti fradici. Sono nella penombra e sento uno strano odore che punge nel naso… benzina! No: nafta misto a orina, ecco cos’è. Faccio forza sui gomiti e da sdraiato riesco a sedermi. Mi fa male la faccia, ho pochi ricordi, ma è da quelli che devo ripartire. Dalla spiaggia alla barca, un attimo e colpisco la sponda di resina, un piede in fallo, forse un sasso e sono caduto in avanti, ma con le ultime forze sono risalito, pensando al saluto di mio padre, alle lacrime di mia madre. Sento qualcuno che piange, c’è chi invece ha il sopraffiato di chi trema, e c’è anche chi prega. Siamo in tanti, troppi per poco spazio. Qualche bambino strilla perché ha fame. Acqua, tanta acqua, riesco finalmente a mettere a fuoco. Il rumore di fondo che pian piano si sostituisce al ronzio nella mia testa è quello delle onde contro lo scafo. Chi sono persone attorno a me? Hanno gli sguardi pieni di sale soffiato dal vento che si alza dal mare. Segnati da lacrime amare, i loro occhi guardano ovunque ma non si cercano per non dover scrutare la paura nell’altro. Faccio lo stesso, forse più per vergogna. Capisco che non c’è nessuna nuvola sopra di noi, capisco ch’è notte, perché vedo tante stelle brillare. È pericoloso muoverci perché l’imbarcazione sembra essere in equilibrio precario. Ci muoviamo piano, riesco a ricordare il giorno in cui tutto è iniziato, il deserto, le città dove bisognava arrangiarsi, dove un pezzo di pane era una grande risorsa. È passato qualche anno e di molti miei amici non ho saputo più nulla e, purtroppo, di molti ho solo saputo che non potrò mai più rivederli. Ora mi ritrovo qui, con il motore spento perché non vuol mettersi nessuno al timone. Mi dissero che l’Italia sarebbe stata la nostra meta. Penso che arrivato a terra non dovrò fermarmi lì. Voglio raggiungere mio fratello in Francia. Ricordo la sua ultima lettera dove diceva di star male perché seppur circondato da fratelli era da solo contro il mondo. In questo mare una mia lacrima aggiunge sale al sale, perché una stella cadente mi dà speranza… Le lascio una preghiera. Vorrei arrivare vivo perché non sono pronto per essere pasto di questo mare. Vorrei che nessuno più come me debba bruciare le frontiere perché vorrei che non esistessero più i confini… … in fondo siamo tutti fratelli della stessa Terra…

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Voli Pindarici

Un viaggio lontano. Cosa mi regalavi davvero?

Un viaggio lontano Un cielo rosso al tramonto, un viaggio lontano… cosa mi regalavi davvero? Spiagge infinite, la città è lontana, palafitte sul mare, il sole è calato dietro l’orizzonte Le acque arrossate, il colore del bronzo ricopre gli ori del mattino e verrà il turchese a bagnare il cielo. La notte, ah, la notte, dimmi, che notte vivi nelle tue terre? Spingersi lontano, oltre se stessi Tuffarsi nel mare, nel cielo rosso del tramonto, da lì, da quel promontorio, e finalmente rinascere. Lo credi impossibile? No, nel cielo del tramonto delle tue terre tutto riveste la vita Un cielo rosso al tramonto, e quella canzone che continua a prendere il mio ricordo Le stagioni ci stanno aspettando, eppure l’Estate ci sta già attraversando,  ci bagna con le sue onde, le sue lente onde… Ma forse ancora c’è chi non si abbandona Sogni spenti in stanchi passi sulla spiaggia al tramonto, mentre il sole cala al di là del cielo. I loro occhi non comprendono il nostro sguardo già perso nelle stelle. Le stelle, riesci a contarle? Dimmi, davvero riesci a comprenderne il prodigio? E il loro sguardo distratto davvero può pretendere di alzarsi già sazio del mondo? Oh, no, e lo sai Un viaggio lontano Sì, un viaggio lontano, nel tramonto di terre perdute, lontane Cosa mi hai regalato davvero? Un cielo rosso, un tramonto lontano, case azzurre che dormono sopra le onde che dondolano pigramente, e le foglie che nuotano. La notte Vedo acque ed un blu che si perde infinito, sopra le case sul mare e giù nel profondo Una barca è ormeggiata, un’altra scivola lenta e un’altra ancora si spinge nell’ombra, l’ombra della notte. Le stelle brillano e sul piano dell’acqua scivolano lente, insieme al fondo dei legni delle barche, insieme alle onde, insieme ai miei sogni. I sogni, dimmi, che forma dai ai tuoi sogni? I passi stanchi hanno già lasciato la spiaggia, l’orizzonte è puro ora dinnanzi a noi Ora il mare è di chi vuole amare, di chi tuffando le proprie speranze è disposto a sognare Un viaggio lontano, terre lontane, lontana è la città ed il sole che domani di nuovo dal mare ritornerà Un cielo rosso al tramonto, la sera è vicina, la luna i suoi bagliori d’argento dal promontorio e sul mare riflette. La notte è già qui Cosa mi hai regalato davvero? Un suono lontano, un ricordo creduto perduto che ancora giace ineffabile nel fondo della mia anima… Ma lo sento qui nel petto tornato Un viaggio lontano, dimmi, cosa mi hai regalato davvero?

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Voli Pindarici

Quanto è bella l’estate, una bella stagione…davvero

Quanto è bella l’estate, umh? Il sole, il mare, la spiaggia, gli amici, le vacanze, i viaggi… L’estate è proprio una bella stagione, davvero. Una bella pausa dal lavoro o dallo studio e via a immergersi nelle acque cristalline… o quasi, anche lievemente trasparenti vanno bene. Certo, magari è da evitare quella massa schiumosa che s’intravede in lontananza. Oh no… una donna è appena stata punta da qualcosa e tutti iniziano a fuggire. Per fortuna, se il mare non soddisfa, c’è sempre il meritato riposo sulla spiaggia. Ed eccoti lì, disteso sul tuo lettino mezzo rotto (pagato più di due euro) con in mano un libro (sì, esistono ancora) pronto a immergerti in chissà quali avventure. Bella domanda, quali avventure? Di certo non quelle nel libro considerando che appena inizi a ricordarti come si legge, vieni prontamente e brutalmente colpito da una poderosa pallonata. L’aspirante calciatore-killer ti fissa con palese disgusto, urlando di restituirgli il pallone. Con molta fatica ti porti seduto sulla sdraio e, riluttante, gli consegni l’arma del delitto. In quel momento ti rendi conto del perché il ragazzino ti scruta con disprezzo: grondi sudore da ogni singolo poro. In effetti ci sono quarantaquattro gradi all’ombra (merito dell’anticiclone africano denominato Satana l’Infame) e purtroppo il mare è inagibile a causa di qualche mostro marino non identificato che continua a terrorizzare chiunque osi avvicinarsi alla battigia. L’ombrellone è completamente inutile (la sua ombra è proiettata così lontana che neanche la vedi) e intanto ti ritrovi anche a boccheggiare. Quanto è bella l’estate Certo è proprio bella… il caldo soffocante, le spiagge pubbliche inagibili, il mare putrido, gli animali marini inferociti, i venditori abusivi che ti vedono boccheggiare e ti chiedono se ti serve un tatuaggio all’henné raffigurante una balena che sorride, i bagnini che dormono… Ma per fortuna ecco arrivare l’illuminazione. No, non è un colpo di sole… forse. Ti alzi, abbandoni la sdraio arrugginita e vai via, lontano, verso la salvezza. Esci dalla spiaggia e, ancora in costume, t’imbuchi nel primo negozio che trovi per strada. Oltrepassata la soglia entri finalmente in contatto con la beatitudine. L’aria condizionata del negozio ti avvolge e ti abbandoni in un lungo sospiro di goduria. Ma non sei il solo… ti guardi e riconosci alcuni dei bagnanti della spiaggia appena abbandonata. Già, sono tutti lì a godersi l’estate.

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Voli Pindarici

Ho mangiato una persona scaduta

Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il frigorifero: trovo uno yogurt scaduto. In preda alla fame più disperata e ai rumori più strambi e forti che uno stomaco possa produrre, armata di coraggio, decido di sfamarmi dell’unico alimento in mio possesso, benché esso sia certamente avariato a causa degli effetti del tempo subiti dallo stesso. Temeraria e paranoica quale sono, ad ogni boccone interrogo il web circa le conseguenze che i microrganismi formatisi nell’alimento avrebbero avuto sul mio organismo, come ogni stolta curiosa farebbe. Nausea, crampi, dolore addominale, sudorazione, vertigini, vomito. Potrei continuare con la stesura degli effetti collaterali ma mi fermo per decenza, poiché credere che uno yogurt andato a male potesse realmente portarmi alla morte sarebbe stato alquanto eccessivo Ma non vi nego che ho temuto anche di poter finire all’inferno a causa del mio gesto decisamente avventato e poco saggio. Non ho avuto la nausea, non ho avuto i crampi, non ho avuto la diarrea, non ho avuto il vomito, non ho sudato! Non ho avuto niente nonostante io stia narrando la mia triste esperienza, prova del fatto che non sono morta: Vivo! Mi sveglio, apro gli occhi e con essi il mio passato: trovo persone scadute. In preda all’amore più esasperato e ai battiti più forti che il cuore possa produrre, armata di buona volontà, ho scelto di nutrirmi dell’unica persona che io volessi, nonostante lei fosse risaputamente andata a male a causa degli effetti degli anni vissuti. Coraggiosa e fiduciosa quale sono, ad ogni bacio dato non ho interrogato nessuno circa le conseguenze che la sua saliva avrebbe avuto sulla mia, come ogni innamorata farebbe. Batticuore, sorrisi, felicità, lacrime, gioia. Potrei continuare con l’elenco degli effetti benevoli ma mi fermo per indecenza, poiché illudermi che una persona andata a male potesse realmente farmi vivere sarebbe stato alquanto esagerato Ma non vi nascondo che ho sognato anche di poter rinascere a causa del sentimento più puro che io potessi provare. Ho mangiato una persona scaduta Ho la nausea, ho i crampi, ho la diarrea, ho il vomito e sudo perché sono a Napoli e ci sono 35 gradi all’ombra. Ho temuto anche di poter morire ma non è successo. Sono sopravvissuta: Vivo! Uno yogurt scaduto nuoce alla salute meno di una persona scaduta. Lo yogurt scade, non può scegliere di non scadere: vittima del tempo, ne subisce ogni conseguenza senza possibilità alcuna di ribellione. Le persone scadono ma potrebbero scegliere di non scadere. Non sono vittime del tempo, sono artefici del proprio tempo e le uniche conseguenze che subiscono sono quelle delle proprie errate azioni nelle quali loro stesse decidono di soccombere. Io non sono uno yogurt, sono una persona. Non voglio mai scadere Non voglio mai scaderti.

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Voli Pindarici

Il bambino sulla spiaggia e quello sul lettone

Il bambino disteso sulla spiaggia sembrava uno di quei pupazzi di gomma che si gonfiano a bocca. Pareva  un bambolotto dimenticato sul bagnasciuga da qualche bimbo dopo una giornata intensa di giochi trascorsa in riva al mare. Le onde fredde del mare del mattino lo scalfivano già da qualche ora ma lui restava immobile, disteso a pancia sotto, con il sederino un po’ alzato. Indossava una magliettina rossa, un pantaloncino blu, le scarpette con la suola gialla e aveva  la testolina piegata sul lato destro del corpo, tonda piena di capelli scuri. Dalla corporatura sembrava anche cicciottello e, anche se in realtà non è stato mai visto in faccia, doveva essere certamente bellissimo. E immobile è rimasto. Per sempre, però. Immobile su quella spiaggia turca, protagonista involontario e inconsapevole di uno scatto che lo ha reso per sempre un’icona indelebile dell’orrore di una delle tante conseguenze della guerra in Siria. Il bambino sul lettone Dopo più di due anni e lontano migliaia di chilometri da quella spiaggia turca, in una mattinata come tante, il bambino disteso sul lettone dormiva placido e beato. Ha solo qualche mese e la fortuna di essere nato in un luogo che, seppur denso di contraddizioni, sfaceli, ladrocini, ipocrisie e ingiustizie di ogni sorta e natura è, in fondo e nonostante ciò, ancora un buon posto nel quale venire al mondo. Fosse solo perché non c’è la guerra. Il bambino disteso sul lettone è il mio ed è così dolce ed indifeso quando passa dalla veglia al sonno, assumendo quella posizione raggomitolata che ispira un mare di tenerezza solo a guardarlo. Per una strana coincidenza, quella mattina, con la sua testolina tonda piena di capelli scuri rivolta a destra e i vestitini blu e rossi, aveva assunto quasi la stessa postura con il sederino in sù nella quale fu ritrovato Aylan. Che strane associazioni di immagini ha prodotto la mia mente in quel nanosecondo in cui ho visto mio figlio in quella posizione. Una sorta di veloce flashback da pugno nello stomaco composto da un’immagine così dolce e da una così odiosa come quella della fine di una creatura indifesa. Un bambino e la morte I bambini e la morte: una contraddizione innaturale, un maledetto ossimoro. Sarà stata la potenza di quella foto scattata in spiaggia, l’impatto emotivo della tragedia dei profughi, le mille paure che a volte attanagliano la mente dei neo genitori ma quella mattina ho pianto guardando il mio bimbo dormire felice sul lettone e pensando ad Aylan, che, al contrario, una vita non ce l’ha più. I genitori del piccolo ritrovato sulla riva del mare alle prime luci fredde dell’alba non lo vedranno più dormire per poi risvegliarsi. Quel bambino morto barbaramente è uno schiaffo in faccia all’umanità, ricca o povera che sia, e si dovrebbe ben riflettere sulla circostanza per la quale nessuno ci assicura che un domani i protagonisti del macabro rituale degli sbarchi dei profughi saranno invertite o quantomeno diverse, se la bella Italia o la mitica Europa diventeranno posti […]

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Voli Pindarici

Baudelaire, la città in mezzo, e poi noi

La città in mezzo Così grande, chiassosa, intrecciata, percorsa da migliaia di grida E poi noi. Mi sei apparso, assiso in un soffio di silenzio, hai fermato il tempo che mi travolge. Mi sei apparso, come fossi un’immagine antica e meravigliosa, come fossi stato tu il padrone del tempo, o creatura celeste: hai fermato il mio tempo, tenera illusione! Avevi un dolore negli occhi, un dolore profondo, ed io bevevo, come  fosse un naufrago il mio cuore, la tua malinconia di tempesta, livido cielo, dai tuoi occhi e naufragando ancora in essi senza più ritorno… Ma fu un attimo La passione è dolore e la tua bellezza fuggitiva restò appena il tempo di un lampo di luce Poi fu. Ci ritroveremo mai, mia bella illusione? Ci ritroveremo mai, ancora, divisi dalla folla che ci allontana, lontani da una folla che disperde nella piazza assordante le sue voci? Incrocerai di nuovo, almeno un’altra volta, il tuo livido cielo ai miei occhi di naufraga? Ci ritroveremo di nuovo seppure inconsapevolmente a condividere un soffio d’eterno racchiuso nel silenzio che la tua anima promana? Attraverserai più queste strade così chiassose, ricolme di vite che ci ignorano? Forse ti avrei parlato di tutti i miei fantasmi che stridono le loro catene sopra il mio cuore ferito, di ogni mia inquieta ora, delle mie notti insonni, di ogni tormento che mi sprofonda nel petto. E ti avrei confessato del mio desiderio vagabondo di perdermi ancora nel tuo cielo livido, nella tempesta che giace nel fondo dei tuoi occhi. Eppure temo che ancora l’ombra dei timori mi assalga e finirò  per tacere. E così perfino la speranza mi guarda attraverso la maschera ambigua dell’inganno e si trasforma in follia! E ho avuto lungo questi attimi lunghi come eterno quei certi versi di Baudelaire per la mente, declinati al mio caso:   La rue assourdissante autour de moi hurlait […] Moi, je buvais, crispé comme un extravagant, Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan, La douceur qui fascine et le plaisir qui tue. […] Un éclair… puis la nuit! – Fugitive beauté Dont le regard m’a fait soudainement renaître, Ne te verrai-je plus que dans l’éternité? […] Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais, O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais! […] Ailleurs, bein loin d’ici! trop tard! Jamais peut-être! La città in mezzo. E poi noi.

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Voli Pindarici

Analisi Filologica del testo spot del cono Sammontana 2017

Buonasera la vostra Redattrice preferita vi dà il bentornato al tradizionale articolo estivo per la stagione 2017! Come ben sapete, affezionati Lettori, d’Estate sono tormentata dai tormentoni, ma sono anche Filologo e Critico Letterario per formazione e dunque la mia Natura mi chiama alla comprensione profonda del Testo, tanto più quando esso appare oscuro e di difficile interpretazione… Ebbene sto parlando del tradizionale spot del cono Sammontana, assurto al rango di nuovo tormentone, che da ben 3 edizioni ormai (e dico 3!) fa da sfondo alla nostra “Estate Italiana” di quando guardiamo Beautiful o Il Segreto (quando siamo giustamente a mare con le gambe in ammollo non lo sentiamo). Con l’analisi che mi accingo umilmente a fare ho la nobile intenzione di servire la Scienza e quanti come me quando passa questo spot vorrebbero lanciare il televisore dalla finestra. Mi accingo umilmente a cominciare: “Cara mia estate, gambe da rasare,     – * Io quattro esami, gli altri i selfie al mare. Assaggio tutto: il morbido,  il cremoso, pure la parmigiana…     – NOTA 1 … sarà il nervoso? Voglio un’anatra vegana.     – NOTA 2 Quattro di notte, è arrivato l’arrotino.    – NOTA 3 Ti piacciono i coni?  Cinque stelle al croccantino. Vado in bici come Don Taddeo  – NOTA 4 in pattino col pareo. Partiamo, non partiamo, se mi fai una ricarica prenotiamo. Tienimi stretta estate,  tienimi fra i fagiani.  – NOTA 5 Cinque stelle al croccantino… … tre amiche, i sette nani.  – NOTA 6 Cinque Stelle Sammontana, grazie a tutti per la vostra estate italiana.” *Innanzi tutto una premessa: ricordate il testo precedente? Diceva “Estate è DOVE accadono le cose” a tal proposito ho controllato al catasto delle città d’Italia e non c’è nessun comune, in nessuna provincia di nessuna regione, di nome “Estate”… spiacente di deludervi: non so dove possiate andare per far accadere queste… “cose”. – NOTA 1: si potrebbe obiettare che tale dicitura su cose “morbide” e “cremose” senza specificare quali esse siano potrebbe dare adito a fraintendimenti… ma mi limiterò a dare consigli salutari per la vostra digestione: cari Lettori, meglio evitare di mescolare cose “morbide” e “cremose” di incerta natura con la parmigiana, già pesante di per sé; meglio assaggiare la parmigiana (ché ne vale sempre la pena!) e armarsi di bicarbonato. – NOTA 2: “Anatra Vegana”: questa specie è di incerta definizione. Per documentarmi ho spulciato i cataloghi zoologici scientifici della biblioteca, ma, haime, nulla ho cavato fuori. Così ho ipotizzato 3 possibili soluzioni: a tale specie è molto rara e in via di estinzione b tale specie vive solo a Estate, questo luogo nebuloso e favoleggiante che non c’è sulle carte, ma alla seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino te lo trovi di fronte c tutte le anatre sono vegane, dato che non s’è mai vista un’anitra nutrirsi di hamburger, hot dog e lombo di manzo arrostito. – NOTA 3: l’arrotino non passa alle 4:00 di notte… se lo facesse credo che come minimo la brava gente che a quell’ora dorme gli rovescerebbe in […]

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Voli Pindarici

Lettera ad un’ombra che ha smarrito se stessa su sentieri dissestati

Ti vedo come un’ombra smarrita Cara Ombra, hai smesso di essere te stessa. Non so bene quando sia accaduto, non credo sia avvenuto in un momento preciso: tanti piccoli segnali, minuscoli passetti, giorno dopo giorno. Avrei potuto rendermene conto, te lo concedo. È l’età, mi dicevo. E invece no, stavi lasciando, a poco a poco, il tuo corpo per diventare un’ombra. Così quando mi sono decisa ad agire, era troppo tardi. Eh sì, troppo tardi. E allora a nulla sono bastate le ore, i giorni, i mesi, addirittura  gli anni, a parlare, a ragionare insieme, perché tu non sei più te stessa. Solo un’ombra di ciò che eri. E quella che sei ora non è che non vada bene a me, perché per me tu andrai sempre più che bene, qualsiasi persona vorrai decidere di essere. Il problema è che non vai bene per te, per la vita che hai condotto negli ultimi tempi, per le strade che hai intrapreso, per quelle che vorrai intraprendere, per quei sentieri che proprio non ti decidi a cambiare, anche se così dissestati, così pieni di ciottoli e dossi fastidiosi. Ti vuoi mostrare forte, adulta e invece sei fragile, lo sei talmente tanto da non rendertene conto. Quella poca stima che, incomprensibilmente, hai di te stessa ti ha portato a credere di valere zero, quando poi in realtà vali cento, ti ha portato a credere di poter vivere come un’ombra. E invece di percorrere strade lisce e agevoli ti sei andata ad inerpicare su quei sentieri dissestati, e sei caduta, oh quante volte sei caduta e ti sei fatta male, e tu non sei tornata indietro, non hai svoltato a destra o a sinistra o semplicemente sei rimasta a terra. No, hai continuato a camminare e hai perso te stessa. Vorrei aiutarti a ritrovare, ma non so come fare. Lo so, tu non vuoi essere ritrovata, questo l’ho capito bene. Non fai altro che ripeterlo a gran voce. Tu che credi di essere forte, tu che sei così fragile. Un giorno se ne renderà conto, mi dicevo. Continuo a dirmelo. Solo che ora non ci credo più. Prima riuscivo ancora a vederti, in lontananza, su quei sentieri dissestati. Ora faccio fatica a scorgerti, solo un’ombra, sempre più indistinta. Non importa quanto io corra verso di te, sei più veloce, cadi, cadi mille volte, e ti rialzi e corri più veloce di prima e io, per quanto corra, non riesco a starti dietro. E ti vedo sempre più lontana, solo un’ombra, su quei sentieri dissestati.

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Voli Pindarici

Ho abbracciato un’alice

È Luglio ed io, come al mio solito, vago. Ispeziono ogni singolo centimetro di asfalto con i passi: i miei piedi sfiorano la terra mentre le mie mani sognano di toccare il mare. È così, dunque, che m’incammino alla ricerca di quell’acqua che acqua poi non sembra, perché è blu, è il blu del cielo. Da bambina supplicavo i miei genitori di farmi bere l’acqua blu: rifiutavo categoricamente l’acqua che provavano a farmi mandare giù, quell’acqua priva di colore, trasparente. Erano lacrime amare le mie, lacrime cariche delle sfumature dell’acqua che avrei dovuto bere: inesistenti. Il mare era blu, poi verde, poi azzurro, poi chiaro, poi scuro. Perché non potevo bere un liquido dello stesso colore? Il nome era lo stesso! Era acqua Dio mio. Acqua. È Luglio ed io, come al mio solito, bevo birra. I piedi immersi nella sabbia: provo a piantarli in maniera salda nel fondale marino, ma la sabbia è mobile, si rifiuta di farmi stare ferma; la sabbia mi fa trovare l’equilibrio mentre io gioco a respingerlo in ogni modo, la terra mi fa perdere l’equilibrio mentre io gioco a ricercarlo in ogni angolo. Ho l’amo, non ho una pesca, mi rifiuto di usare l’esca. Pesco. Abbocca di tutto e niente abbocca a causa della mia bravura: abboccano i pesci malati, quelli morenti, quelli senza branchie. Abboccano i pesci smarriti, quelli malandati, quelli già in via di putrefazione. Abboccano i pesci che non possono esser salvati, quelli che però non possono esser più nemmeno mangiati. Abbocca il pesce palla, ci gioco un po’ e lo ributto in mare. Abbocca il pesce gatto, mi aspetto faccia miao e due fusa, delusa, mi libero anche di esso. Abbocca il pesce martello, ma non ho chiodi: via anche quello. Abbocca il delfino: mi sorride, è davvero carino. Ma dove lo metto poi un delfino? Nell’orto del vicino? Abbocca la medusa, la vedo e non la vedo, mi sarò forse confusa? Abbocca perfino la balena che m’invita a fare un giro sulla sua schiena. Rilancio l’ultima volta l’amo: intravedo lei, ne riconosco le linee. Un’alice! Siedo a riva, la tengo tra le mani. Ha i capelli neri neri, sorride timida, mentre mi chiede: Che fai domani? Ho abbracciato un’alice È così che ho conosciuto la mia alice, un po’ per caso, un po’ per gioco. In un mare pieno di pesci con i quali ho giocato liberandomi di essi in breve tempo, ho riconosciuto lei. Sottile, breve, corta, infinita la mia alice. Mi riempio le mani di essa nonostante a causa delle sue dimensioni ridotte rischi di sfuggirmi costantemente, la guardo, l’accarezzo: lei non vuole più nuotare ed io non voglio più pescare. Stiamo insieme notte e giorno, non siamo più al mare, qui c’è la gente intorno. C’è chi guarda e non capisce, c’è chi osserva attentamente e s’infastidisce. C’è chi non guarda perché non vuole vedere, c’è chi vede e finge di non guardare. Cosa ne sarà di me e dell’alice? Siamo una coppia davvero stramba. Rischio di soffocarla […]

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Voli Pindarici

Il razzismo della lavatrice

Lavare i panni sporchi è operazione da poco per la maggior parte delle donne. Le nostre nonne hanno insegnato alle nostre madri a farlo, le nostre madri hanno trasmesso a noi il gene dell’igiene. È un rituale, questo, che si tramanda di generazione in generazione, badando in particolar modo a passare alla prole i trucchi del mestiere. Ma avete mai pensato voi al razzismo della lavatrice? È buona norma lavare l’intimo a 60 gradi, i panni colorati a 40, la lana non so come, sinceramente. I capi sintetici, i capi delicati, i capi che delicati non sono: ogni capo necessita di particolare cura ed attenzione nel momento in cui viene rinchiuso nel roteante oblò che ridà pulizia a ciò che indossiamo. Mi ha sempre incuriosita però la necessità di separare i panni bianchi dai panni neri. Così che nasce il razzismo a mio avviso: viene inculcato nella nostra natura ancor prima che ce ne rendiamo conto. Cresciamo con nostra madre che separa il bianco dal nero e quando cominciamo ad usare la ragione e a vedere persone “nere” accanto a noi, ci auto-convinciamo che dobbiamo vivere separati. Crediamo di stare in una grandissima lavatrice, una lavatrice in cui qualcuno ha chiuso l’oblò a chiave, un oblò dal quale non possiamo fuoriuscire, un oblò nel quale veniamo costantemente lavati, mischiati a qualsiasi altro colore, nero incluso. Se lavi i capi bianchi con i capi neri, il nero stinge e perde il suo brillante colore; il bianco invece assorbe, perde candore. È questo ciò che temiamo di più? Abbiamo paura di assorbire da chi ci sta intorno caratteristiche che non ci appartengono? Siamo terrorizzati dal probabile e quasi certo mescolamento delle qualità? Semmai le trame della nostra esistenza si intrecciassero con le trame, diverse dalle nostre, di quelle altrui, saremmo minacciati? Perderemmo originalità, non saremmo più noi stessi? È questa la nostra più grande paura? Perché non vedere invece nel nero una possibilità, la possibilità di dare vita ad un nuovo colore? Per quale motivo essere necessariamente solo bianchi o solo neri? Perché evitare di sfiorarsi, toccarsi, assorbire, mescolarsi? Il razzismo della lavatrice Capi bianchi e capi neri non devono essere lavati insieme. Uomini bianchi e uomini neri devono lavarsi e basta, anche insieme, se gli pare, perché se non si lavano, puzzano in egual modo. La lavatrice ha provato a farmi diventare razzista ma io mi ribello notte e giorno alla sua logica separatista: lavo qualsiasi tipo di capo insieme senza notare neppure più i colori. Il mio bucato è una macedonia ed io non possiedo più maglie bianche, nere, gialle, rosse. È tutto dello stesso colore, un colore anonimo, un colore indefinibile, un colore che continua a mutare col tempo ad ogni lavaggio. Niente è più bianco nella mia biancheria, il mio intimo non è più nero. Ci sono macchie ovunque, strisce, puntini ed ogni lavaggio è una sorpresa: non perdo in questo modo il gusto di meravigliarmi; è tutto nuovo, ogni volta. Vado a lavare i miei panni, ora. Con le braccia piene […]

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