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Eroica Fenice

La categoria Voli Pindarici contiene 277 articoli

Voli Pindarici

Le vite degli altri sono le vite che ti soffermi ad osservare

Le vite degli altri sono le vite che guardi comodamente seduto, sigaretta spenta tra pollice e indice della mano destra, accendino nel palmo della sinistra, tasti di cenere e pensieri di fumo. Le vite degli sono le vite che scruti alla finestra. Hai chiuso le ante della finestra sulla via reale, hai aperto lo schermo della finestra sulla vita virtuale. Fuori tutto tace, dentro è tutto un mi piace. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai più vedere. Le vie del Signore sono infinite, le vie delle piazze sono sempre le stesse ma le vie del web sono le più intasate e tra semafori rossi e ingorghi di fronte a cuori rossi, semafori spenti, cervelli dissestati, sentimenti tamponati, c’è stato un incidente: accertata avaria nel sistema empatico del seducente. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai aver vissuto. L’altro sei tu e quell’altro stronzo che tu non sei è l’altro che con te è stato. La serenità al posto della felicità: la scelta dei saggi, mentre assaggi lacrime certamente serene. Le vite degli altri sono le vite in cui una vita vale l’altra: non vieni con me? Viene un’altra. Non mi vuoi? Mi vuole un’altra. Non vuoi la canzoncina? La vuole un’altra. Le vite degli altri sono le vite che mai vorresti vivere. La vita degli altri è la vita che tu stesso stai vivendo. Tentando invano di pensare al tuo benessere, ti sei ritrovato ad ignorare la vera natura del tuo essere. Non eri sereno, ma eri felice. Ora che sei sereno, vivi nell’infelicità. Allora che senso ha a questo mondo la serenità? Non sei più comodamente seduto, basta perdere tempo a fumare: è l’ora di agire. Che tristezza le vite degli altri. Che tristezza la tua vita. 

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Giuseppe ovvero l’epifania di un pranzo in spiaggia

La pioggia ci sorprese mentre eravamo a pranzo in spiaggia. Non c’erano ombrelloni, solo la sabbia e qualche giocattolo buttato alla rinfusa, vicino ad una buca dissestata. Mia madre aveva portato la frittata di maccheroni e io non vedevo l’ora che fosse ora di pranzo. Quanto mi piaceva! Avevamo messo i teli a mo’ di cerchio, ma io volevo stare vicino a Giuseppe. Giuseppe mi faceva ridere sempre, anche se ogni tanto mi prendeva in giro ed io lo picchiavo. Lui faceva finta di farsi male per farmi vincere, ma non si faceva male veramente. Era forte. Le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere sul secchiello rosso vicino al mio piede, ma io me ne accorsi solo quando vidi tutti che si alzavano e si affannavano, mentre mamma copriva la frittata di maccheroni e Giuseppe si era messo il telo in testa come la Madonna. Allora me lo misi anch’io e iniziammo a correre. Facevo dei passi lunghissimi e affondavo i piedi nella sabbia fresca che però sotto era calda. Sembravamo dei mostri strani con quei mantelli e allora mi misi a ridere, mentre le gocce di pioggia mi andavano negli occhi e in bocca. Era salata. Attraversammo tutta la spiaggia e ci riparammo nella pineta del villaggio turistico. Io avevo ancora le ciabatte in mano, e i miei piedi si erano un po’ sporcati di terra e aghi di pino. Avevo il fiatone per la corsa e iniziai a respirare col naso e con la bocca. Odorava tutto di terra bagnata, mentre gli aghi di pino mi punzecchiavano le dita dei piedi. Ma ora è marzo ed io sono grande. Ed essere grande significa che ogni tanto ti vengono in mente delle scene del passato che sembrano appartenere alla vita di un’altra persona. Tu ti fermi, chiudi lo sportello della lavatrice, ti metti un po’ comoda e te le guardi. E vedi una bambina con i capelli corti come quelli di un maschietto ed un costumino intero di Topolino, che riempie fino all’orlo secchielli di sabbia bagnata e con gesti meticolosi ne livella la superficie per eliminare quella in eccesso. Quando è soddisfatta, li capovolge di scatto, dà un paio di colpetti sul fondo e lentamente sfila via l’involucro di plastica…magia! Poi, in lontananza, vedi Giuseppe che prende la rincorsa e finge di calpestarli tutti, ma solo per farla arrabbiare. Ma ora è marzo, ed anche Giuseppe è grande. Mentre mi rendo conto che ormai non so più niente di lui, ritorno alla realtà ed afferro il cesto vuoto dei panni sporchi. Pensando a come mi sia venuta in mente questa scena, il mio sguardo si ferma sul fondo del cesto azzurrino. Un ago di pino.

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Lei, inconsistente come la prepotenza

Era impalpabile come l’aria, leggera come una brezza di mare di tanto in tanto tagliente. Anzi, inconsistente. Viveva del personaggio che da sola si era creata, fomentato da coloro che contribuivano a pomparla in maniera del tutto ingiustificata e inspiegabile agli occhi di tutti quelli troppo diversi da lei. Queste stesse persone erano affascinate dal suo modo di fare, così frizzante e coinvolgente, dalla sua indole così spensierata e strafottente che sembrava fregarsene degli altri, tutti ipocriti, benpensanti e schiavi delle convenzioni. Ovunque andasse e con chiunque interagisse, era sempre la parte forte. Era lei che dettava la legge a cui tutti dovevano sottostare se volevano rapportarsi con lei. Bello grande quel piedistallo sul quale si era posta, e tutti gli altri sotto, non per presunzione ma per prepotenza. Era molto semplice andare d’accordo con lei: bastava assecondarla sempre, benchè dichiarasse fermamente di volere qualcuno che le tenesse testa nelle discussioni e nella vita di tutti i giorni. Niente di più falso: un suddito era tutto ciò che cercava. Una dama di compagnia al maschile che la seguisse in tutti i suoi progetti più strampalati senza mai criticare o porre obiezioni in merito, altrimenti i punti a suo favore tenacemente conquistati in precedenza grazie all’accondiscendenza, sarebbero andati irrimediabilmente persi in un batter d’occhio. I “no” non erano contemplati nel suo personalissimo manuale del contraddittorio, pena ritrovarsi di fronte improvvisamente una bambina viziata urlante e scalpitante contro chi aveva osato porre diniego alle sue gesta eroiche. Il confronto: per lei uno sconosciuto Discutere con lei era una lotta ad armi impari, uno sfinimento cerebrale, uno stillicidio di parole che si concludeva in un armistizio dettato necessariamente dalla resa dell’altro, non certo della sua. Ne usciva sempre vincente, arroccata nelle sue convinzioni, anche a costo di perdere qualcuno a cui diceva di tenere. Lei, però, di tanto in tanto abdicava Cosa la portasse a cedere di tanto in tanto il suo scettro, non si era ben capito. Sbandierava fiera la sua indomabile libertà, salvo poi cadere nella tentazione di incanalarsi in una vita ordinaria e tranquilla dettata da quel senso di casa, di famiglia che necessariamente i suoi genitori le avevano inculcato. Forse l’amore per qualcuno, ovviamente vissuto a suo modo; forse a seguito di minacce amorose, ultimatum irrevocabili, out out degni di un conflitto; forse il desiderio recondito di scendere di tanto in tanto a qualche compromesso comunque vantaggioso per lei; forse la noia, forse la stanchezza di cercare il tanto agognato incontro fulmineo, travolgente, sconvolgente, sensuale e avvolgente come nei suoi migliori sogni, portavano misteriosamente a farla riflettere sulla sua vita. Sta di fatto che, a periodi più o meno scadenzati, cedeva ad una vita ordinaria e ordinata. Ma la mascherata durava poco, pochissimo, il tempo di riaversi come qualcuno che si riprende annusando i sali dopo un mancamento improvviso. Lei e i compromessi Il periodo del compromesso, dopo un apparente iniziale convincimento, puntualmente finiva per lasciar venire alla luce la sua vera essenza maldestramente affossata. Vivere la vita di […]

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Ipocondriaci, internet e tv

Possono gli ipocondriaci guardare fiction e programmi a sfondo medico-scientifico senza correre dal medico di base accusando i sintomi di tutte le malattie del mondo? Immaginiamo un soggetto impressionabile vedere spiattellate sul proprio schermo ad alta definizione operazioni a cuore aperto, ferite zampillanti sangue, diagnosi sbagliate o difficili, malattie rare, conseguenze invalidanti di incidenti banali e svariate patologie di natura varia. Il televisore, da strumento di compagnia, potrebbe tramutarsi per lui in un’arma letale peggiore di una reale sindrome conclamata. In principio fu E.R., il serial tv che lanciò il mitico George Clooney, alias il Dottor Ross, nello sfavillante mondo del cinema direttamente dal triage del pronto soccorso di Chicago. In seguito, sulla stessa scia dei pionieri medici in tv, seguirono Nip/tuck, con i due chirurghi plastici più sexy, promiscui e spregiudicati di Los Angeles; Doctor House, alias il mago degli internisti, con il suo bastone e il suo caratteraccio, sempre infallibile nel formulare diagnosi impossibili; Grey’s Anatomy, ossia l’incastro perfetto di casi clinici di particolare gravità con la storia d’amore tra la dottoressa Grey e il dottor Sheperd. Che dire di Scrubs che, seppur divertente e sicuramente più spensierato degli altri serial, sempre di malattie parlava. L’ultimo medical drama apparso in tv in ordine di tempo è Code black, ambientato in un grande pronto soccorso di un ospedale americano: nel titolo contiene quell’esplicito richiamo al colore nero che è un chiaro buon auspicio per chi voglia rilassarsi la sera davanti alla tv. Dato il crescente interesse del pubblico verso il mondo della medicina, anche le trasmissioni televisive a sfondo medico/divulgativo si sono moltiplicate nel tempo a perdita di telecomando alla pari delle fiction: dall’immarcescibile Elisir alle più recenti Malattie imbarazzanti, Diagnosi misteriose, The Doctor Oz show e 24 ore in sala parto, programmi di punta dei palinsesti delle nuove reti del digitale terrestre. Ma non bastano solo questi programmi pseudo scientifici ad influenzare il rapporto con la televisione di un malato immaginario. Anche trasmissioni tranquille e “asintomatiche” come Sconosciuti implicano sempre la presenza di una grave malattia a rompere l’idillio del racconto dei protagonisti. Proprio mentre si cena, tra l’altro. Insomma, le patologie e il terrore di averle tutte sono sempre in agguato, anche quando si guardano programmi televisivi apparentemente insospettabili o si gioca ai videogiochi o si scommette su tutti i casino online. Ipocondriaci si nasce o si diventa? Se la predisposizione a sentirsi vittima di tutti mali del mondo non è necessariamente genetica, con l’avanzare dell’età la propensione al malessere può fare capolino nelle nostre vite da un momento all’altro e condizionarle pesantemente. Nei casi più disperati di ipocondria acuta, una donna potrebbe pensare persino di avere problemi alla prostata. È questo il campanello d’allarme che fa comprendere almeno a noi femminucce che, oltre ad essere terribilmente suscettibili in tema di malanni, è forse il caso di smettere una volta per tutte di vedere simili fiction e trasmissioni tv. Ipocondriaci 2.0 Ma non è finita qui. Al binomio ipocondria–televisione manca l’anello di congiunzione tra una semplice impressionabilità ed il tracollo irreversibile del […]

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L’italia è un Paese per vecchi, restare o andare?

Giorni fa parlavo con un collega. Lui, più grande di età, avviato già nella sua carriera di pendolare e docente non di ruolo, siamo “colleghi intellettuali”. Ci scambiamo dei consigli sugli ultimi libri da leggere, lui mi chiede degli esami e gli racconto la mia storia funesta su quell’ennesimo che forse “un giorno passerò”. Mentre parlava guardavo le sue rughe intorno agli occhi, la sua pelle spenta. Il suo atteggiamento e portamento, di solito sicuri, adesso mi apparivano sbiaditi, e così di impeto gli chiedo: “ma tu come stai?”. Gli chiedo sincerità nella sua risposta, volevo più che altro che si sfogasse con me. Lo vedi posare le sue pesanti lenti sul tavolo dove ormai il nostro caffè era finito ed iniziò a raccontarmi. A scuola non si trova bene, ha diverse cattedre in diversi plessi anche molto distanti tra di loro, è costretto ad una maratona quotidiana per tornare a casa stanco, distrutto e vuoto. Mi pronuncia questa parola guardandomi negli occhi e me la ripete. “Vuoto”. Essendo più grande di me, non ho vissuto insieme a lui la sua carriera universitaria ma so per certo quanto la sua passione potesse rendere minuscoli tutti i suoi compagni di studio, quanto prendesse le materie e le cucisse su di lui per farle sue e portarle per sempre nel suo bagaglio culturale. È uno di quelli che la famosa luce gliela vedi negli occhi, ed illumina anche te. Mi racconta dei suoi colleghi, quasi tutti anziani, quasi tutti trascinati dall’abitudine in un mestiere che di abitudine dovrebbe non avere nulla, se non quella di alzarsi ogni mattina ed avviarsi a scuola. Mi racconta di come ha avuto la necessità di essere aiutato finanziariamente dalla sua famiglia perché l’affitto e le spese sono più onerose di quanto possa permettersi. Parla con una cadenza che mi permea e trascina in me tutta la tristezza delle sue dure parole. E poi mi guarda e mi dice “non restare qui, scappa”. Ecco, questa parola nessuno me l’aveva detta, ancora. Tutti mi avevano avvertito sulla difficoltà lavorativa italiana, ma non ce n’era, in effetti, vera necessità: quotidiani ogni giorni ci spiattellano in faccia la forte pendenza della situazione lavorativa.  Ma dette da lui quelle parole pesano tanto, tanto quanto le sue rughe, tanto quanto la sua stanchezza.   “L’Italia è un paese per vecchi” mi ammonisce ancora. Proprio quella mattina mi è capitato di aprire i giornali, come mio solito, e di soffermarmi su di un articolo che descriveva la profonda falda presente nel settore lavorativo giovanile, e più si è giovani, più la falda si apre. Dopo esserci salutati con un lungo abbraccio lo vidi andare via, portandosi alle spalle la borsa piena dei suoi libri che di tanto in tanto scivolava giù. La testa china di chi non porta solo quel peso addosso. E, per la prima volta, io che sento di avere delle profonde radici ancorate al mio Paese, mi chiedo: “è più pesante la valigia per partire o quella, invece, per restare?”.

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Lei, lui e quello strano dovere di amare – parte 2

Dovere. Amare. Ma da quando e perché  un sentimento come l’amore, che dovrebbe nascere, crescere ed evolversi in maniera libera e spontanea, era diventato il sinonimo incontrovertibile di un obbligo morale, quando in realtà niente dovrebbe avere a che vedere con le imposizioni? Lei aveva sempre pensato che certe scelte, specie in campo sentimentale, andassero fatte con convinzione e non per convenzione. Quanto senso del dovere c’era da parte di lui dietro la volontà di contrarre matrimonio con la sua compagna, quanta voglia di non deludere le aspettative delle rispettive famiglie si nascondeva dietro la scelta di impostare una vita secondo gli standard tradizionali, e quante speranze per un’unione serena c’erano davvero guardando in prospettiva? Se davvero lui credeva di accomodarsi la vita dentro un matrimonio e accontentare così tutti con l’accondiscendenza propria del suo carattere, aveva imboccato una strada a dir poco tortuosa. Lei e l’altra Il punto era sempre lo stesso: come faceva a stare con quella lì. Ma che diamine ci trovava? Più si arrovellava il cervello, più si moltiplicavano le domande senza risposta  e le considerazioni razionali su quella coppia sgangherata. Ormai lei doveva mettersi bene in testa che quello che aveva connotato sin ora come un vincolo ineluttabile vissuto con pseudo costrizione da parte di lui, agli occhi del suo amato, invece, poteva essere vero amore sancito da una libera scelta. Di conseguenza, aveva promesso a se stessa che avrebbe smesso quanto prima di pensare a quei due insieme, di avere rimorsi su quanto non dichiarato a lui e, soprattutto, di soffrire ancora per quel circo balordo di emozioni a cui aveva in qualche modo preso parte. Soprattutto, visto l’esito della vicenda, aveva giurato a se stessa che avrebbe smesso di appellare l’ “altra” come brutta, orrenda, insulsa, insignificante o con qualunque altro terribile aggettivo possa definirsi una donna  e che non l’avrebbe più incolpata dell’amaro sapore dei sentimenti che provava in quel momento. Brutta o bellissima che fosse, alla fine lui aveva scelto inspiegabilmente proprio quella donna lì e le motivazioni intime, reali o inconsce le conosceva solo lui. Si tenessero pure il loro amore stropicciato, la loro vita incasellata dentro schemi precostituiti e i loro precisissimi calcoli mascherati da sentimenti. Forse la vita e l’amore sono fatti di incroci, precedenze, bivi e strade senza uscita. Lei e lui si erano incrociati, ma c’era prima l’altra. Aveva la precedenza, anche se il rischio di un grosso botto era tristemente in agguato. Lei, il presente e il futuro D’ora in poi, lei avrebbe guardato solo uomini bellissimi, sia dentro che fuori, si sarebbe innamorata solo di ragazzi che la ricambiassero follemente e non più di un tizio con un piede sull’altare. Avrebbe amato un uomo idealista, passionale, libero e sensibile, indipendente e scevro  da imposizioni e dogmi di nessun tipo;  affascinante, di quelli talmente belli da far voltare la testa alle donne per strada. Un uomo talmente meraviglioso che avrebbe suscitato l’invidia di tutte, anche della futura moglie del suo amato, fosse solo per una stupida […]

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Incomprensibile: tu, l’altra me stessa

Tu l’altra me stessa: incomprensibile. Incomprensibile:  è così che tu sei, è così che io sono. Allo specchio, nuda fra i miei vestiti e le altre abitudini, sola, in mezzo al silenzio che poi sa di rumore. Silenzio. Ti guardo e il tuo riflesso, il mio riflesso, è tutto ciò che mi appare, ed è muto. Interrogativi senza alcuna ragione, domande forse ancora da chiedere. È strano come tutto sembri schiarirsi di fronte al trasparente, ma non sono che opachi frammenti di vetro i tuoi, e non è che un riflesso, altro, quello che appare. Labirinti di segni i tuoi, inestricabili, e arabeschi di sogni i miei, indecifrabili. Disegni, punti di fuga e ritorni, linee, geometrie: inesprimibili. La materia è confusa: i miei tratti nei tuoi, i tuoi tratti nei miei, inafferrabili, e la tua immagine allo specchio, l’altra me stessa all’interno di un miraggio, è inesprimibile. Tu l’altra me stessa, inafferrabile. Io l’altra te stessa, incomprensibile Ti ho cercata, mi sono cercata, al di là della tua immagine, della mia stessa immagine: ci ho provato, disperatamente cercando qualcosa che parlasse di noi, che parlasse per noi. La mia anima è un groviglio di sensi, la tua forma un intrico di cose, emozioni diverse, inconciliabili. Ho provato funambolici equilibri, cadendo e restando pur ferma, restando immobile e sollevandomi ad ogni respiro e riscendendo, come te, guardandoti, guardandomi. Inevitabile. Ho provato con un silenzio, ma quel che ho ricevuto non è stato altro che altro silenzio, altro desolante silenzio, e ho ritentato. Ho provato con un sorriso, ma non era sorriso il tuo, solo un movimento di guance, di occhi, di sopracciglia mi hai dato, o forse ti ho dato, inconsolabile, incomprensibile. Ti ho guardata negli occhi, allora, ancora e disperatamente: solo fenomeni fugaci ho raccolto, apparenti impressioni ad attendermi. Eppure tu eri lì, tu sei lì e ugualmente io, altro riflesso entro cui il tuo stesso riflesso si esprime, e mi scrutavi, sì, resti a scrutarmi come faccio io. Ma i tuoi capelli non sono fili di sogni intrecciati nel vento, le tue labbra non sono alfabeti di voci sull’acqua, i tuoi occhi non sono le profonde tempeste, le distese marine, gli incontri di strane lucerne sul filo dei tempi. No. Sono solo colori e colori, dai contorni precisi e insieme confusi. È meccanica apparente, cinematica degli inganni. Riflessi. Chi sei tu, chi sono io, non lo so. Ancora un’altra illusione. Ma ti cerco. Disperatamente. La tua forma inaccessibile, il tuo spirito inesprimibile. La tua ombra inafferrabile, la cerco, mi cerco: incomprensibile.

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Lei, lui e quello strano dovere di amare

Lei, lui e quello strano dovere d’amare Dopo l’annuncio del loro matrimonio, lei continuava a chiedersi con sgomento sempre crescente cosa diamine lui ci trovasse in quella tizia. Era così insulsa che si meravigliava del fatto che un uomo avesse potuto trascorrere ben tre anni di fidanzamento con quella donnetta, per poi volerla sposare. Sì, proprio lui, che lei amava in silenzio da un anno, alla fine aveva deciso per le nozze con “l’altra”, tirato certo un po’ per la giacchetta, ma comunque determinato a dare una svolta a quella relazione, tra il dovuto e il voluto.  Lei e ” l’altra” Ai suoi occhi, quella sottospecie di femmina non aveva niente di bello né dentro né fuori, nessun tipo di appeal o dote che potesse attirare a sé un uomo di media intelligenza, figurarsi proprio colui che lei considerava perfetto alla luce del suo amore. La sua rivale era di bassa statura, dai capelli radi e perennemente arruffati, il viso arcigno e a tratti inespressivo, sgraziata nella voce e nelle movenze. Non era particolarmente intelligente né colta, aveva un modo di pensare astruso e presuntuoso nonché una concezione della realtà del tutto avulsa dall’oggettività dei fatti che le derivava dagli insegnamenti della sua famiglia, altrettanto insensata e nevrotica come  lei. Dai racconti dell’uomo, aveva evinto pure con sommo dispiacere che era anche fintamente bigotta e terribilmente moralista. Quando la guardava, le veniva in testa quel noto aforisma di Oscar Wilde che recita “Un uomo che moraleggia è di solito un ipocrita, una donna che moraleggia è inevitabilmente brutta”.  Lei si sforzava di trovare spiegazioni sensate a quell’amore paradossale in una massima condita da sano realismo pur di non cedere all’indignazione. Lei e l’altra: il confronto Sì, quella tizia era terribilmente brutta, a differenza sua. Lei sapeva che certi aggettivi non dovrebbero mai essere usati nei confronti di una persona, che la bellezza è negli occhi di chi guarda, che l’amore è cieco, che de gustibus non disputandum est  ma insisteva nel definirla così, non fosse altro che per la rabbia e una buona dose di insana invidia che nutriva nei suoi confronti. Era brutta come la peste, e non c’era storia. Quando non si conosce la compagna dell’uomo amato, la si immagina sempre in qualche modo migliore rispetto a sé sotto svariati punti di vista, tali da impedire e giustificare il mancato distacco dell’uomo verso un’altra donna. Ma, come in questo caso, quando quelle sembianze dapprima immaginate si manifestano in tutta la loro dirompenza, i perché senza risposta non potevano non affollarsi nella sua mente.  Lei si domandava come facesse a stare con la fidanzata, ancora e nonostante tutto, come riuscisse a sopportare la sua voce, la sua presenza, le sue pretese, i suoi stupidi ragionamenti, come facesse a vedere un futuro con lei nonostante le continue lamentele che confidenzialmente l’uomo le rivelava. Si chiedeva perché non avesse mai avuto il coraggio di guardarsi attorno e come sarebbero andate le cose tra loro  se solo lei si fosse dichiarata. Non […]

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Rendez-vous nella città dei desideri irrealizzati

Spengo il motore, tiro il freno a mano, tolgo la chiave. Gesti abituali e mente altrove. Spalanco lo sportello, scendo, lo chiudo e muovo i primi passi in mezzo alla nebbia. I piedi conoscono la strada; prendo un respiro; il vento mi scompiglia i capelli, io me li riporto dietro l’orecchio. Nelle mie orecchie risuona il rumore di ciottoli, inizio a salire le scale: sette. È passato qualche anno da quando, un giorno come tanti di un’altra vita, mi chiesi per la prima volta quanti fossero gli scalini che mi portavano lì. Forse in quel momento era l’ultimo pensiero che avrei dovuto avere eppure lo ebbi e contai. Improvvisamente quest’ informazione mi sembrava infinitamente importante, per cosa poi? Non lo ricordo più. Infine entro e rifletto sul fatto che il sorriso che mi è comparso sulle labbra potrebbe sembrare insolito ad alcuni, ma non a te, perché questo è il nostro momento. Ho sentito i tuoi passi sulla ghiaia, la foschia ti avvolgeva e la tua figura non vedevo chiaramente, ma sapevo che eri lì: mi hai chiamata, mi aspettavi, volevi rivelarti, ma la mia mano non ha fatto in tempo ad afferrare una delle tue ciocche bionde e sei scomparsa. Le pietre grigie ci circondano ed osservano: tu, passato ancor presente ed io, nata passato. Il tempo ha avuto fretta di fuggire e di portar con sé il tuo stendardo, l’affanno. Al perché di te stessa, hai risposto con la sola malinconia, raffinata nella scelta dei suoi proseliti, totalizzante nella sovranità della loro natura e hai spento il tuo sorriso, esacerbando i tuoi desideri per non offrire più appigli alla felicità: troppo rischiosa, troppo confusa, troppo poco reale. E se ti avesse giocato? Ciò che si conosce non ferisce. La consapevolezza di aver vinto il male non sempre dà soddisfazione. E il vuoto dentro ci assale. Ma all’improvviso una luce, in fondo ai tuoi occhi stanchi. Luce di amore, che la tua natura sempre fu certa di saper dare, riservato a me soltanto e io cosi ti rincorro, per poter rivedere quella luce, quella luce che vale una vita, che vale un sogno abortito, rimasto nell’aria insieme a tanti altri che si muovono tra le pietre grigie, nel regno indiscusso della calma e della presenza nell’assenza. Nella città più ricca al mondo, perché piena di desideri mai realizzati, io, ospite accettata ma guardata con diffidenza, muovo i miei passi accompagnata da voci conosciute e non e ti vedo nasconderti nella nebbia, tra le pietre, tra visi di famiglia. La tua pelle sembra più giovane, i tuoi capelli più lunghi e morbidi, la tua gonna nera diventa un vestito bianco a maniche corte, con la cintura rossa che spicca come uno schizzo di colore su una tela, e corro anche io, ti inseguo, sento la tua risata, la tua risata di fanciulla, divertita perché sono lenta e non riesco ad afferrarti. E i miei sogni si mescolano ai tuoi, il mio sogno di rivedere quella luce nei tuoi occhi diventa […]

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Ero solo andata in vacanza

Stavolta è toccato a me. Qualche mese fa ho pianto ascoltando la notizia dell’attentato di Manchester, di quei poveri padri, madri, ragazzini e umanità varie straziati da una bomba innescata durante un concerto. Però il pensiero dell’imminente vacanza a Barcellona con la mia famiglia mi tirava su di morale. Tanto, mica ci capiterà qualcosa? Ripetevo impaurita per autoconvincermi che niente sarebbe potuto accadere a chi, come noi, andava solo in vacanza dopo un anno di duro lavoro. Invece ho sbagliato in maniera clamorosa. Sono diventata anch’io un titolo di giornale, la protagonista di un doloroso fatto di cronaca a cui dedicare un editoriale, perché la mia storia è stata sicuramente la più straziante tra tutte quelle raccontate sui morti e i sopravvissuti di quell’attentato. Ma cos’è successo qui? Una strage? La guerra? Io ero solo andata in vacanza Mi sono ritrovata ad essere vittima inopinata di una guerra che non si vede ma c’è. Una violenza a sprazzi, una di quelle subdole che colpiscono i civili inermi, preferibilmente occidentali, classificati come “infedeli” da qualche “mente superiore” che brandisce la propria religione come arma di distruzione di massa, benchè le motivazioni sottese alla loro guerra  siano ben altre. Non è uno di quei conflitti tra tre, quattro nazioni contrapposte come quelli che si studiano a scuola, che durano un paio di anni e poi si concludono con la resa incondizionata di qualcuno, un bell’armistizio e la rinnovata pace che trionfa. Questa guerra non si sa con precisione tra quali nazioni venga combattuta, è ovunque e in nessun luogo contemporaneamente. Nessuno può sentirsi totalmente al sicuro. Questo conflitto non si manifesta quotidianamente in tutta la sua efferatezza ma è una sorta di malattia cronica che appare e scompare ma che c’è sempre, con forme subdole o plateali, con cadenza mensile, trimestrale o a discrezione di qualche cane sciolto. La guerra in vacanza Tra le vittime di questa guerra ci sono finita anch’io con la mia famiglia, durante un’agognata vacanza in un caldo giorno di sole. Ora mi sento accomunata nella mia triste sorte ai parenti delle vittime e ai superstiti degli attentati di New York, di Parigi, di Londra, di Madrid, di Manchester, visti dapprima solo nei tg come poveri  disgraziati la cui vita è stata spezzata da una sofferenza inenarrabile e ora improvvisamente così simili e vicini al mio dolore e alla mia storia.   Mi sono chiesta se ci sia differenza tra paura e terrore, dato che questa scia di sangue che ci perseguita si chiama proprio terrorismo, nemmeno fossimo ai tempi della fine della Rivoluzione Francese o negli anni ’70 in Italia. Forse la paura si ha occasionalmente nella vita, mentre il terrore serpeggia sempre fin quando qualcuno o qualcosa non stronca le sue ombre in maniera definitiva. Il terrore è un sentimento più penetrante della paura e si insinua nella tua vita fino al punto di paralizzarla o, quantomeno, fortemente limitarla nelle sue forme e manifestazioni più alte  di pienezza e libertà. Ed è proprio così che sono […]

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